L’eclisse dell’eclisse della democrazia

Si tratta di capire che le parole torturate sono parte integrante della vita torturata, e che a essa costantemente rinviano”; così Vladimiro Giacché ne La fabbrica del falso. Strategie della menzogna nella politica contemporanea. Una parola è torturata quando è separata dalla realtà a cui storicamente rinvia; “si tratta di capire” che la realtà da cui la parola viene separata è la vita torturata e che tale oblio è il modo migliore per legittimare questa stessa tortura. Guerra è pace era inciso sul Ministero delle Verità di George Orwell. Guerra per la pace è stato ed è il mantra della democrazia americana. L’eclisse della democrazia è il titolo del libro di Vittorio Agnoletto, scritto a quattro mani con Lorenzo Guadagnucci e presentato in una bellissima serata, organizzata dal Laboratorio Giovanile di Macerata, a cui hanno partecipato come moderatore Francesco Rocchetti, ricercatore dell’Istituto Storico della Resistenza di Macerata e come interlocutrice Natascia Mattucci, ricercatrice di Filosofia Politica dell’Università di Macerata. Quest’ultima ha introdotto il volume sottolineando principalmente tre aspetti così riassumibili: l’assoluta debolezza dell’attuale discorso politico, incapace, ad esempio, di dare un senso istituzionale alla tutela del bene comune; la falsità del discorso mass-mediatico riconducibile ad una rappresentazione distorta degli eventi; l’insostenibilità socio-politica di un discorso umano moralmente irresponsabile incapace di darsi riflessivamente dei limiti. Mi soffermerò sul secondo punto ma finirò per parlare indirettamente del terzo.

Come testimoniato da Agnoletto, a torturare le parole sono stati i mass-media, i giornalisti italiani che non soltanto hanno partecipato a quelle torture non adempiendo al loro dovere di renderne memoria nel corso dei mesi e degli anni successivi (il processo a De Gennaro, ad esempio, è tuttora in corso), ma ancora oggi infieriscono rifiutandosi di pubblicizzare un libro che racconta la verità di una delle pagine più agghiaccianti della nostra democrazia. Da Che tempo che fa a Parla con me, programmi che dovremmo proteggere e per i quali magari siamo anche convinti che sia in pericolo la libertà di stampa, fino a quel centinaio di giornalisti invitati alla presentazione ufficiale del libro in cui era presente solo un giornalista svizzero; agli occhi dell’autore questo processo volontario di oscuramento è stato drammaticamente trasversale.

Sempre con le parole di Giacché: “la migliore arma contro la banalizzazione e l’indifferenza nei confronti della verità è: la verità stessa”; per cui immensa gratitudine a persone come Agnoletto e Guadagnucci che hanno il coraggio di rischiare la vita per dire la verità e restituire al presente, per lo meno a coloro che hanno ancora intenzione di viverlo, la memoria di un passato. Un passato che, ricordando il monito di Primo Levi, può aver senso solo se siamo in grado farlo rivivere in noi affinché quello che è successo non riaccada mai più. Ciò che è accaduto, in questo caso, è documentato da un libro che racconta dettagliatamente la storia di un’eclisse ben precisa: quella della democrazia. La storia di un paese in cui alla condanna per un reato commesso nell’esercizio delle proprie funzioni non corrisponde la rimozione dal ruolo ma una promozione. La storia di un paese in cui i giornalisti di massa continuano a torturare le parole e la vita che quelle parole sarebbero tenute, invece, a difendere. Su questo vorrei soffermarmi.

Come è possibile questo processo di banalizzazione e indifferenza che genera nel giornalista la separazione della realtà, l’uso distorto delle parole o il silenzio, e il conseguente oblio della verità sulla tortura della vita? Tortura operata dallo Stato direttamente, tramite i poliziotti che hanno fatto irruzione nella scuola Diaz e nei tre giorni successivi hanno proseguito il loro “lavoro” a Bolzaneto, e indirettamente tramite l’apparato dei Servizi Segreti, le istituzioni politiche (l’ennesima conferma, se mai servisse, che in parlamento tra destra e sinistra sulle questione fondamentali non c’è differenza) le forze dell’ordine ed alcuni avvocati, i quali hanno fanno veramente di tutto per insabbiare la verità. Perché i giornalisti hanno taciuto? In questo caso, la violenza del capitale non basta per capire; certo, il Padrone in redazione di Giorgio Bocca continua a mantenere una validità pressoché immutata. Però Agnoletto, pur essendo da tempo un critico lucidissimo del neoliberismo capitalista, ha raccontato qualcosa in più. Potremmo giocarci la carta sempre buona della notiziabilità, ma qui non si tratta di fare notizia, poiché avrebbe fatto molto più notizia raccontare la verità piuttosto che tacerla.

Forse ci avviciniamo un po’ se riflettiamo sull’asservimento storico che il giornalismo italiano ha mostrato verso le gerarchie statali. Ma perché un giornalista accetta di essere servo dello Stato, che siano gli alti dirigenti delle forze dell’ordine o gli apparati dei servizi segreti? Seguendo, almeno in parte, le analisi di Christophe Dejours possiamo dire che il processo di banalizzazione è un meccanismo difensivo che la persona usa quando, rifiutando un comportamento a lei imposto, viene minacciata ed ha paura. In sostanza, quando un’autorità, ad esempio lo Stato (ma in un luogo di lavoro con un general manager come Marchionne succede la stessa cosa), ci impone di agire in un certo modo e noi vorremmo moralmente rifiutare perché giudichiamo ingiusto quello specifico comportamento (non dire la verità su Genova ad esempio), l’autorità stessa, attraverso la possibilità di una sanzione, ci minaccia garantendosi l’impossibilità del nostro rifiuto; la paura di essere puniti dall’autorità, che quest’ultima sia esercitata da una persona o da un meccanismo impersonale, genera tre possibili reazioni: la resistenza, la fuga o l’asservimento. Sulla fuga non mi soffermo.

Per quanto riguarda, invece, l’essere servo di un potere che impone di compiere azioni immorali, tale asservimento, in virtù della nostra moralità, genera un senso di colpa proporzionale alla vicinanza al male inferto, alla violenza provocata, alla persona torturata. La banalizzazione non è altro che il modo attraverso cui ci separiamo dalla vita offesa per non soffrire; sofferenza causata dal senso di colpa per il male che produciamo. Maggiore sarà la vicinanza al male inferto, maggiore sarà il senso di colpa e più sofisticate saranno le modalità attraverso cui ci difenderemo da esso separandoci dal mondo e inventandone un altro; fino alla costruzione collettiva di vere e proprie forme rituali ed ideologiche di coesione, ad esempio di stampo fascista, come quelle che avvolgono una parte delle forze dell’ordine o dei servizi segreti: le testimonianze sui torturatori lo confermano.

Minore, invece, sarà la vicinanza al male inferto, minore sarà il senso di colpa e meno sofisticate saranno le strategie per unificare la difesa. Torturare la parola è il modo attraverso cui i giornalisti si difendono dal senso di colpa prodotto dal loro asservimento ad un’autorità che, minacciandoli, li costringe a dimenticare la vita torturata. Se i poliziotti si difendono mediante l’appartenenza collettiva a forme ideologiche estreme, la modalità paradigmatica mediante la quale i giornalisti unificano la loro strategia difensiva è la separazione delle cose dalle parole mediante stereotipi: schemi mentali irriflessi che contribuiscono a costituire l’immaginario falso attraverso il quale una società interpreta se stessa, viziando tanto la rappresentazione della realtà dei giornalisti quanto quella dei lettori. Tale dinamica cruciale delle società mediatiche attuali, costruite fittiziamente su immagini e rappresentazioni sempre più slegate dal mondo e da cui troppi giornalisti, banalmente, pescano a piene mani, rende “naturale”, ad esempio, che in Italia gran parte del giornalismo abbia rinunciato a raccontare la verità su eventi fondamentali per l’autocomprensione e la maturità di una democrazia; rende, quindi, “normale” che in Italia uno degli eventi più inquietanti degli ultimi anni sia quasi sconosciuto alla maggior parte della popolazione: l’eclisse dell’eclisse.

Si tratta di capire” che gli stereotipi sono parte integrante della vita offesa e della paura prodotta dalle minacce del potere di stato; paura per la quale il giornalista dimentica la verità, cessa, cioè, di essere giornalista. “Si tratta di capire” che la realtà distorta che parte dei giornalisti sono costretti molto spesso ad offrirci è anche, certamente non solo, il prodotto di uno Stato mafioso fondato sulla paura; Agnoletto stesso ha tenuto a precisare come le dinamiche processuali che hanno riguardato Genova sono state per molti versi assimilabili ai processi di mafia. “Si tratta di capire” che di fronte alla minaccia del potere e alla paura c’è anche una terza via rispetto alla fuga e all’asservimento: la resistenza; è da questa che nasce questo libro. “Si tratta di capire”, infine, che la memoria della verità non dipende solo dalla resistenza di uno scrittore, ma dalla resistenza unica e quotidiana di ognuno alla paura, agli stereotipi e alla banalizzazione degli eventi, a cui ogni cittadino di una democrazia immatura come quella italiana può incorrere. Forse, ricordare che a Genova, nel 2001, come in tanti altri episodi della storia italiana, passati e presenti, la democrazia si è fermata, potrebbe essere un buon modo per cominciare.

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2 pensieri su “L’eclisse dell’eclisse della democrazia

  1. Ancora un plauso ad Alessandro. Un articolo interessante.
    Ciò che non condivido è questo duro attacco ai giornalisti, tralasciando l’influenza che gli stessi (partiti) politici hanno sull’informazione.
    Personalmente, con l’avvento di internet, è possibile ricevere una corretta informazione selezionando ciò che ha contenuto e verità. Con strumenti oggi in voga, vedi Twitter, c’è la possibilità di conoscere realmente il pensiero e le espressioni dei giornalisti stessi, slegandoli dall’ “aggregatore-giornale”.
    Il tuo riferimento sembra troppo legato all’informazione di massa, quella vecchia per i vecchi. Oggi è possibile andare oltre certe censure imposte dal sistema.

  2. Grazie ancora per i commenti. Il problema che giustamente sollevi è molto complicato, affrontabile da molte prospettive e di fatto irrisolto. Un piccolo spunto: il diritto all’informazione è sancito dalla costituzione e dovrebbe essere rispettato sempre, non solo su Internet. Voglio dire che l’informazione su Internet non può legittimare mai la disinformazione (tortura della parola) sulla tv o sui quotidiani, soprattutto se si tiene in considerazione il fatto che questi canali mediatici tradizionali continuano ad esercitare un’influenza fortissima, conscia e inconscia, sia sul piano individuale che collettivo.
    Sulla particizzazione del giornalismo di massa sono pienamente d’accordo; senza dubbio, contribuisce in maniera drammatica e fastidiosa alla banalizzazione del discorso pubblico attuale. Tuttavia, l’eclisse dell’eclisse che, grazie ad Agnoletto, ho cercato di raccontare non credo sia riducibile alla rivalità tra partiti; credo che tutti, a parte qualcuno di estrema sinistra, abbiano taciuto.
    Grazie ancora.
    Ale

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