Il Giornalismo Tradizionale è in Crisi? Intervista al Prof. Gennaro Carotenuto

Da qualche anno, e a meno di una ristrutturazione giuridica liberticida il processo assumerà delle proporzione sempre più elevate, la rete concede una libertà di comunicare in proporzioni quantitativamente e qualitativamente senza precedenti, offrendo gratuitamente ciò che fino a qualche anno fa era trattato come una merce, da cui ricavare profitto e sui cui impostare, magari, il successo di una carriera giornalistica. Ne parliamo con l’autore del volume Giornalismo partecipativo. Storia critica dell’informazione al tempo di Internet, Gennaro Carotenuto, Professore di Storia del Giornalismo, presso la Facoltà di Scienze della Comunicazione dell’Università di Macerata.

Leggendo il primo capitolo, intitolato Dal quarto potere all’era della disinformazione, viene in mente la frase di Carl von Clausewitz, “la guerra non è che la continuazione della politica con altri mezzi”, poi ripresa e rovesciata da Michel Foucault “la politica non è che la continuazione della guerra con altri mezzi”; ecco, potremmo affermare che, nell’era della disinformazione da lei descritta, la stampa non sia che la continuazione dell’economia e della politica con altri mezzi. Esagero?

Lei coglie, secondo me, un punto fondamentale: siamo in un’era nella quale la maggior parte dell’informazione non è più in grado di lasciarsi sorprendere dalla realtà. Il suo obiettivo non è più – forse non lo è mai stato – quello di osservare la società per raccontare gli eventi essenziali del nostro tempo; eventi che trasformano il presente e riscrivono le condizioni per pensare ed immaginare il futuro. All’interno dell’attuale sistema informativo siamo come bloccati in un presente nel quale tutto quello che potrebbe sorprenderci viene sottovalutato e rimane sullo sfondo. All’interpretazione delle trasformazioni sociali l’informazione antepone una rappresentazione del mondo sterile e nel suo complesso conservativa. Le faccio due esempi: a dispetto della retorica post 1989, negli ultimi decenni gli Stati Uniti hanno progressivamente ceduto quote enormi del proprio potere, in particolare alla Cina. Questo processo ha coinvolto l’America Latina – nel giro di 10 anni, l’interscambio tra America Latina e Cina è passato da 10 a 200 miliardi di dollari – modificando strutturalmente la sua dipendenza dagli Stati Uniti e, al contempo, ha indebolito la stessa Europa. Eppure mostrare questa trasformazione nei giornali generalisti appare una colpa, espressione di estremismo politico. L’altro esempio ci permette di tornare a tematiche che potremmo sentire più vicine: si potrebbe, infatti, accennare a come il giornalismo mainstream abbia taciuto della tragedia sociale della precarietà, che avrebbe inevitabilmente investito la generazione delle persone che hanno attualmente meno di quaranta anni, a causa della costruzione di un’Europa politicamente svuotata e lasciata nelle mani della finanza e di una globalizzazione senza regole. Nulla di questa epocale trasformazione della vita sociale e lavorativa è stato raccontato come avrebbe meritato.

Entrando nell’atmosfera del primo capitolo, si è accompagnati, attraverso una serie accurata di dati e documenti e con il sostegno teorico di autori come Noam Chomsky e Manuel Castells, in un percorso che cerca di mostrare come il potere personale del giornalista di vedere la realtà per raccontare pubblicamente la verità sia stato indebolito se non annientato dal pensiero unico del mainstream; potrebbe spiegarci quali sono i principali fattori che piegano il giornalista fino a costringerlo, più o meno volontariamente, a sacrificare l’esperienza della realtà, la propensione al bene comune, la propria libertà e, pertanto, il suo legame con la verità. Come da potenziale informatore il giornalista si capovolge in disinformatore?

Escludendo ogni genere di tesi complottistica, sottolineerei almeno due aspetti fondamentali: il fatto che il sistema di selezione dei giornalisti e del giornalismo dipenda dal rispetto insindacabile dell’interesse editoriale e una qualità sempre più bassa del personale umano all’interno del sistema mediatico. Riguardo al primo punto possiamo ricordare certamente alcune osservazioni presenti nei lavori di Noam Chomsky sui filtri dell’informazione e sulle regole della disinformazione; la dipendenza politica ed economica da un editore penetra nell’informazione inquinando la sua capacità di selezione e racconto: quale giornalista si prenderebbe la libertà di criticare seriamente un politico, un’azienda o un sistema economico dai quali dipende? Probabilmente nessuno, tanto più, e oggi è la normalità, se precario con contratti, se sei fortunato, trimestrali. E qui veniamo al secondo aspetto: le persone che vivono nel mondo giornalistico, a causa dei problemi legati tanto alla formazione, come un minor tempo dedicato allo studio o una base culturale molto fragile, quanto alle condizioni di lavoro, sono persone spesso professionalmente mediocri o comunque meno sicure di sé e meno sicure che il proprio futuro dipenda dalla bravura professionale. Persone non in grado di resistere alla manipolazione e al compromesso e far valere le ragioni del buon giornalismo. La lealtà nei confronti della verità, la correttezza verso i cittadini, la scrupolosa verifica delle fonti, l’accuratezza dell’informazione, l’indipendenza di giudizio, la completezza e l’equilibrio vengono sempre più sostituite dal conformismo, dalla sciatteria, dalla sudditanza culturale, dal servilismo verso il potere e dal carrierismo, in breve, dall’auto-censura. Questo secondo aspetto, probabilmente, è una tragedia peggiore della prima.

Possiamo affermare che il sistema economico-politico-mediatico all’interno del quale si inserisce tradizionalmente la stampa abbia reso impossibile il mestiere del giornalista. Tuttavia, questo sistema si sta inceppando. Nel secondo capitolo, dal titolo Il giornalismo tradizionale e la rete. Un’occasione mancata, lei descrive la crisi del giornalismo mainstream, in particolare della carta stampata. Potrebbe parlarci di questa crisi tuttora in atto?

L’essenza dell’idea di comunicazione è la semplificazione, intesa come mediazione tra notizia e lettore: credo che questa crisi sia in gran parte imputabile ad un modello di business, ormai divenuto insostenibile a causa della libertà di comunicare gratuitamente che offre la rete. Sulla rete possiamo trovare gratuitamente ciò che il giornalismo tradizionale tratta come una merce e, quindi, fa pagare: la mediazione tra notizia e lettore. La conseguenza inevitabile è che la vita dei giornali dipenda sempre meno dai lettori, che si spostano su una piattaforma interamente gratuita, e sempre più dalla pubblicità o dal finanziamento pubblico: oggi il finanziamento dei giornali dipende per meno del 40% dai lettori, il resto è suddiviso tra finanziamento pubblico e pubblicità. In una tale situazione di dipendenza economica non è possibile aspettarsi dai giornalisti lealtà ai lettori. Il risultato è l’assenza di libertà e qualità di cui abbiamo già parlato e, soprattutto, una sempre minore fiducia dei lettori stessi verso un giornalismo sempre meno credibile. Probabilmente questo processo di trasformazione non è imputabile solo all’avvento di Internet ma, certamente, l’alternativa che questa ha saputo offrire è un fattore fondamentale, anche rispetto al ripensamento dell’intero mondo giornalistico.

Vorrei approfondire la questione di un possibile finanziamento del giornalismo, che esso si realizzi a livello partecipativo o passando attraverso un ripensamento eretico di quello tradizionale, magari rinvigorito da una relazione non pregiudizievole con la rete stessa. La sua tesi è che la pubblicità tradizionalmente finisca comunque per incatenare la libertà di informare; sono pensabili delle modalità di credito capaci di finanziare il lavoro del giornalista senza ingabbiare il suo potere personale? Detto brutalmente, chi paga?

Il problema c’è, ed è complesso perché siamo in presenza di una situazione sociale, in particolare lavorativa, sempre più pauperizzata, che rende impossibile la creazione di una domanda di informazione a pagamento; questo avviene sia per la scarsa qualità della stessa informazione a pagamento, sia per la presenza di un’alternativa gratuita: il modello di business a cui siamo abituati non può reggere più e continuerà ad alimentarsi solo sulla base della conservazione del sistema. Io, pertanto, rovescerei la domanda: escludendo il caso di un professionista che per un’informazione specialistica potrebbe essere disposto giustamente a pagare, per l’informazione semplificatrice e generalista che riempie, in gran parte, le pagine dei nostri quotidiani, il problema non è “chi paga?”, ma “perché devo pagare?”.

Molto chiaro. Come viene sottolineato da Massimo Russo e Vittorio Zambardino nel loro volume Eretici digitali, (Apogeo, 2009), dobbiamo affrontare in modo eretico il rapporto tra giornalismo tradizionale e rete, senza cedere ai dogmi dei “chierici del giornalismo o dei cittadini della rete” ma promuovendo un radicale (eretico) ripensamento del giornalismo che sappia rimettere al centro la questione del potere personale del giornalista liberandolo dai vincoli del potere economico e del potere politico. La sua idea di giornalismo partecipativo va in questa direzione, non è vero?

Ritengo che finora il giornalismo tradizionale sia stato incapace, per le ragioni che abbiamo spiegato, di avviare questo ripensamento in relazione alla trasformazione economica, umana e qualitativa che lo sta travolgendo; personalmente non vedo alcun mutamento in atto che possa far ben sperare in questo senso. Il giornalismo partecipativo, per il quale qui all’Università di Macerata abbiamo avviato un Master, lavora per dare nuove possibilità ai tanti giovani che si avvicinano a questa professione e che, purtroppo, oggi, vedono le loro speranze costantemente disattese da un sistema che non premia la qualità, li costringe a stare incollati al desk, per produrre 13 notizie per turno, da precari sottopagati. All’interno della “Riforma agraria dell’informazione” il giornalismo partecipativo appartiene a quel modo di fare giornalismo che contribuisce a redistribuire il potere di informare in modo non verticistico né gerarchico; tale “erosione dei latifondi”, fuori di metafora, erosione degli spazi monopolizzati dal mainstream, potrebbe porre le basi per una biodiversità informativa capace di resistere, offrendo un’alternativa, al “pensiero unico” prodotto dalla debolezza del giornalismo tradizionale.

Personalmente sono rimasto colpito almeno da tre idee inerenti al giornalismo partecipativo: la prima riguarda l’archivio disponibile in rete come criterio per valutare la competenza, la credibilità e l’autorevolezza del giornalista e, quindi, per attribuire valore al suo operare.

Fra le critiche che spesso vengono rivolte al giornalismo partecipativo vi sono quelle di essere poco autorevole, poco credibile e di scarsa qualità: sono banalità; è innegabile che sulla rete si possa trovare ogni cosa, anche di pessima qualità, ma questo vale anche per il giornalismo tradizionale. Quello che offre la rete è la possibilità di redistribuire il potere di informare a chi, avendone le competenze, può offrire una buonissima qualità su temi specifici, garantendo tutta l’autorevolezza di cui necessita una notizia giornalistica. Chi è più autorevole per raccontare la rivoluzione egiziana? Un professore preparato in geopolitica, che ha studiato l’Egitto e la sua storia, ed ha vissuto in prima persona l’evoluzione del conflitto, o un giornalista precario, magari del Corriere della Sera, che lavora al desk senza conoscere fatti e personaggi. Finché mandavano gli inviati c’era competizione. Oggi li mandano sempre meno.

A questo punto, la palla passa al lettore. La seconda idea che vorrei sottolineare, infatti, riguarda un aspetto che troppo spesso viene tralasciato quando si discute di informazione e che, invece, grazie alla rete, può essere messo in evidenza in modo diverso e, forse, più interessante: la capacità critica del lettore di selezionare l’informazione senza abbandonarsi alla fidelizzazione tipica nel giornalismo tradizionale.

Come il lettore, l’elettore, il cittadino si può difendere? Si può difendere dovendosi informare ed informarsi è sempre stato un “lavoro”: richiede tempo, studio, pensiero. Viviamo in un contesto sociale in cui ancora troppe persone, per diverse ragioni, non possono permettersi o non sono in grado o non sono messi nelle condizioni di svolgere questo “lavoro”. La dinamica della fidelizzazione rientra fra le ragioni che possono essere addotte per spiegare questa incapacità di informarsi: le persone tradizionalmente aprono il giornale per trovare notizie che confermino le proprie idee, certezze e stili di vita, non certo per mettersi in discussione; credono alle notizie che confermano la propria visione del mondo.

Possiamo affermare che il giornalismo tradizionale contribuisce, più o meno volontariamente, a produrre silenzio intorno alla verità degli eventi. Vorrei porre l’accento su questo punto: il giornalista informando non dovrebbe orientare l’opinione pubblica, ma “restituendo la voce all’invisibile” dovrebbe sfidare e delegittimare la “spirale del silenzio”, prodotta dall’opinione pubblica stessa, e il potere che su di essa si regge.

Il giornalista, con coscienza, deve informare l’opinione pubblica non orientarla. Alcuni giornalisti, come Michele Santoro o Lucia Annunziata, affermerebbero con fermezza il contrario. Informare l’opinione pubblica, oggi, significa anche raccontare ciò che il giornalismo tradizionale tende troppo spesso a dimenticare per tutte le ragioni di cui abbiamo già parlato, alle quali potremmo aggiungere proprio questa tendenza a voler strategicamente orientare l’opinione pubblica; a questo silenzio l’informazione dovrebbe, senza dubbio, restituire la voce. In merito, sarebbe opportuno sottolineare un altro aspetto: tra le ragioni di questo silenzio mediatico – l’altra faccia dell’incapacità di sorprendere – possiamo cogliere nel mainstream la predisposizione, a volte in malafede, nella maggior parte dei casi in buonafede, a subire passivamente i criteri di notiziabilità e la necessità di produrre storie semplici che funzionino, magari da trasmettere in prima serata sui canali generalisti. Queste narrazioni danno vita ad “appassionanti” processi di costruzione del mostro, che faranno vendere copie, aumenteranno gli ascolti ma rappresentano uno dei principali veicoli di disinformazione di massa. Il recente “caso Schettino” può essere un buon esempio di come la colpa assegnata ad una persona, che ha effettivamente sbagliato tutto, possa insabbiare mediaticamente le innumerevoli responsabilità che stanno dietro a quel disastro.

Per concludere, vorrei ricomporre alcuni frammenti di questa intervista per qualificare due concetti che ViaLibera, fin dalla sua nascita, ha cercato con costanza di raccontare da diverse sfumature: il concetto di partecipazione e di bene comune. Partecipare all’informazione giornalistica significa mettere in comune e condividere una propria competenza, motivati eticamente da una passione civile per il racconto della realtà: l’informazione ne esce come un bene alla cui valorizzazione tutti possono liberamente partecipare, a partire dalle loro specializzazioni, come lettori/autori; un bene che gode di una valorizzazione orizzontale, non verticistica né gerarchica. Un bene che, tuttavia, come abbiamo visto, può essere inquinato, mercificato e funzionalizzato alla logica del profitto e del potere politico a discapito della sua qualità; un bene che può rovesciarsi in un “male comune” rendendo comunemente silenzioso ciò a cui, invece, dovrebbe essere data voce e parola. L’ultima domanda è questa: un’informazione partecipata come un bene comune può contribuire a formare quel sostrato culturale in grado non solo di delegittimare il “male comune” alimentato dall’attuale sistema mediatico-economico-politico ma anche di legittimare una nuova forma di partecipazione democratica, competente e di qualità alla politica?

L’informazione prodotta dal giornalismo tradizionale, oggi, non è, tranne rarissime eccezioni, un bene comune: l’ideologia per la quale un’informazione dipendente dal potere politico e quello economico possa essere uno strumento di libertà e democrazia sta tramontando. La crisi del modello economico che legittimava materialmente questa ideologia contribuisce a questo tramonto: il nesso lavoro giornalistico = profitto = successo = informazione sta fallendo; la professione del giornalista come l’abbiamo conosciuta è destinata, forse, a scomparire. Di fronte a questo panorama il giornalismo partecipativo, sfruttando la libertà della rete, apre certamente nuovi spiragli, ma non me la sento di dire che la soluzione possa venire da qui. Troppe sono le variabili sociali per poter fare una previsione sul futuro; il presente, tuttavia, ci permette di affermare almeno due cose con certezza: il giornalismo schiavo del denaro e del potere politico è in crisi – e se si riprenderà sarà molto diverso da come lo abbiamo conosciuto – ed un giornalismo fatto di partecipazione competente, condivisione orizzontale del sapere, gratuità e passione civile si sta diffondendo tra le persone e nella società. Se tutto questo si trasformerà necessariamente in un bene per l’informazione, per la qualità della partecipazione politica e per la democrazia è ancora troppo presto per dirlo.

Senza dubbio è l’ennesima trasformazione epocale che il giornalismo tradizionale, in puro stile conservativo e rinunciando a lasciarsi sorprendere, “si dimentica” di raccontare.

Alessandro Colella

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2 pensieri su “Il Giornalismo Tradizionale è in Crisi? Intervista al Prof. Gennaro Carotenuto

  1. L’analisi fatta in questa intervista non fa un a piega, mi ci ritrovo pienamente. Viviamo in un momento in cui l’informazione è al servizio del sistema di potere economico intrecciato con quello politico, per garantirne la conservazione, in parte lo è sempre stato, ma mai si scesi ad un livello così basso.

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