Partecipazione? No, grazie. Sisifo vorrebbe decidere

“Ogni granello di quella pietra, ogni bagliore minerale di quella montagna, ammantata di notte, formano da soli, un mondo. Anche la lotta verso la cima basta a riempire il cuore di un uomo. Bisogna immaginare Sisifo felice”. Albert Camus, Il mito di Sisifo, 1942

Action-diritti in movimento, Esc-atelier autogestito, Point Break, Horus Project, Lab Puzzle, Strike e Angelo Mai sono i primi promotori di un INCONTRO A ROMA, Mercoledì 29 febbraio ore 17.30 all’ex Cinema Palazzo – San Lorenzo, per “costruire la democrazia dei beni comuni” e la bozza di un “Manifesto politico della città di Roma”.

Nel documento si precisa come le associazioni promotrici intendano “cogliere lo spirito emerso nel «Forum dei Comuni per i beni comuni» che si è tenuto a Napoli il 28 gennaio per aprire una nuova stagione nella città di Roma”. Esse propongono “di costruire uno spazio politico di movimento che punti a realizzare un nuovo modello di città fondato sui beni comuni, il federalismo possibile, l’autogoverno dei cittadini. Uno spazio autonomo dai partiti, ma non autoreferenziale, che sappia produrre proposte per la città e imporle nel dibattito pubblico”. L’esperienza e le idee che ispirano il documento vengono “dalle tante vertenze e dalle mobilitazioni per i beni comuni e i diritti sociali che attraversano Roma. Vogliamo aprire una discussione pubblica e un percorso dal basso che sia in grado di disegnare un’altra via d’uscita dalla crisi e un’altra idea di città”.

Nel primo punto di questo documento appare finalmente, con chiarezza, un elemento nuovo su cui, al di là dell’importanza dei restanti punti, sono otto in tutto, vorrei porre l’attenzione; in poche parole: la partecipazione non è altro che la sorella gemella della delega. Non è la prima e non sarà neppure l’ultima volta che la partecipazione viene messa in discussione come parola retorica incapace di dare alla democrazia quella sostanza che le attuali procedure non le garantiscono, in quanto ridotte ad essere funzione di una mera selezione elettorale delle élite. Tuttavia, l’apparente paradosso sta nel fatto che in questo caso la critica viene da un documento che si propone di condividere lo spirito del Forum di Napoli (e con esso quello di ogni cittadino o movimento che abbia deciso di organizzarsi per rivendicare dignità e diritti), in cui la partecipazione viene riconosciuta come un punto fondamentale per dare forza politica a queste rivendicazioni.

In realtà non c’è paradosso, si tratta di comprendere quali sono le ragioni sociali per cui la partecipazione diviene retorica; perdonate la brutalità ma il senso è questo: è inutile partecipare se poi le decisioni vengono prese altrove; la politica non ha più alcun potere sulle decisioni più importanti, quelle che fanno la differenza e condizionano il potere di decidere delle istituzioni locali e di conseguenza la vita quotidiana delle persone. Per capirci: lavorare a Km0 rischia di divenire uno sforzo simile a quello di Sisifo, quando le decisioni che potrebbero in un’ora mettere in discussione il lavoro di mesi vengono prese a centinaia di Km di distanza. Il referendum sull’acqua parla chiaro, così come è chiara l’obiezione enorme che si può fare al concetto di partecipazione: partecipare senza il potere di decidere significa legittimare il potere di chi decide per noi, cioè, la delega. Significa continuare a sperare in “amministratori illuminati” che ascoltino i bisogni delle persone e siano in grado di rappresentarli onestamente nei luoghi deputati alla decisioni: la realtà è che questo modello ha fallito perché la luce si è spenta nella coscienza di molte persone e partiti, ma, soprattutto, perché, come chiarito sopra, sulle decisioni che fanno la differenza l’illuminazione dell’amministratore non serve più a nulla, o serve a ben poco, alla “luce” dell’attuale conformazione del potere decisionale. Il problema della partecipazione non è la scarsa informazione dell’opinione pubblica, sulla base della quale Bruce Ackerman e James Fishkin propongono l’istituzione per legge di un Deliberation Day, proposta ripresa da Alessandro Ferrara nel suo ultimo volume Democrazia e apertura. Le informazioni, ormai, grazie alla rete, circolano; certo, il Deliberation Day potrebbe permettere la condivisione reale ed istituzionalizzata dell’informazione qualificando finalmente la comunicazione pubblica al di fuori dei sondaggi, degli opinion leaders e degli spin doctors, tuttavia, lo affermo ironicamente, ma non troppo, ancor più importante sarebbe l’istituzione di un Decision Day…

Con le parole del documento di Roma: “la storia recente ci mostra che non si risponde alla domanda (di vera democrazia) affidandosi semplicemente a nuovi «amministratori illuminati». Bisogna fare altro. Innanzitutto occorre superare il principio della rappresentanza intesa unicamente come delega, così come quello della sua sorella gemella, la partecipazione, utilizzata troppo spesso dagli amministratori per controllare le istanze sociali e per salvare dalla delegittimazione gli istituti della rappresentanza in crisi. I mandati devono essere revocabili e quindi sottoposti alla condivisione comune. Dall’altra parte è necessario moltiplicare e dare potere alle ISTITUZIONI AUTONOME (comitati, gruppi d’interesse, associazioni, sindacati, comunità, esperienze di autogestione, ecc. ecc.). Roma deve diventare una REPUBBLICA, ovvero il prodotto di una pluralità di poteri costituenti che si associano o federano nel governo condiviso. Solo moltiplicando il potere, tenendo sempre aperto il rapporto tra istanze di governo e istanze conflittuali, è possibile scongiurare la corruzione. Senza un assetto istituzionale che riconosca la molteplicità dei poteri e dei contropoteri di cui è composta una città come Roma, la DEMOCRAZIA DEI BENI COMUNI rimarrà niente di più che un misero slogan elettorale”.

Personalmente sono assolutamente d’accordo sul fatto che vada abbandonata la retorica della partecipazione; sono altrettanto d’accordo sul fatto che l’unica strada per farlo sia modificare la struttura istituzionale e le sue procedure, sullo sfondo di una condivisione, dialogica e conflittuale, del potere di decidere. Tuttavia, non abbandonerei lo spirito che anima l’esperienza, la pratica e l’idea della partecipazione alla vita politica, semplicemente mi guarderei bene dalla sua deriva retorica dando anche alla partecipazione il volto istituzionale che merita: partecipo se, insieme ad altri, posso effettivamente decidere non il rappresentante ma cosa deve decidere il rappresentante, incoraggiato dal fatto che se la decisione condivisa non viene rispettata posso revocargli il mandato. Proprio per questo non abbandonerei il volto umano della partecipazione, probabilmente, una delle poche cose da salvare nell’attuale scenario politico, senza il quale la stessa ristrutturazione istituzionale non sarebbe neppure immaginabile. Descriverei l’umanità della partecipazione così, con le parole con cui A. Ferrara descrive la politica: i momenti costitutivi della politica sono la forza delle ragioni in un discorso pubblico, l’arte del giudizio con cui prendere decisioni ragionevoli, il riconoscimento dell’altro come interlocutore indispensabile del dialogo e del conflitto, il dono inteso come disponibilità a “fare un passo indietro” rispetto alle proprie priorità. “Le ragioni convincono, ma solo le ragioni che muovono l’immaginazione mobilitano, e in ciò la grande politica conserva qualcosa del passato. La sua capacità di mobilitare sta nella sua promessa di iscrivere l’esemplarità di certe esperienze morali in cui essere e valore si conciliano – prime fra tutti quella dell’eguale dignità di tutti gli esseri umani, il riscatto dell’umiliazione, l’indignazione per l’ingiustizia – nelle forme del vivere comune”. Se questa è la politica, negli ultimi anni, solo la partecipazione dal basso dei cittadini, forse, è stata alla sua altezza.

Dato questo volto istituzionale ed umano della politica partecipata, i problemi sono molti e non è detto che la fatica di Sisifo non sia la fatica che attende chi cercherà di affrontarli; due problemi su tutti: oggi, in assenza di una partecipazione istituzionalizzata, le uniche istituzioni che potrebbero avviare una tale ristrutturazione procedurale del potere di decidere sono quelle tradizionali, in mano alla mediocre scarsità di potere decisionale dei partiti e salvate, seppur raramente, da qualche personalità illuminata; oggi, se un processo di democratizzazione del genere fosse intrapreso, sarebbe ostacolato da qualunque forma di potere che vive sulla non condivisione delle decisioni, praticamente la maggior parte. Sarebbe accusato di essere utopico, di sopravvalutare le competenze decisionali dei cittadini, di non garantire la stabilità politica di cui necessitano i mercati locali, nazionali ed europei ed una democrazia globalizzata privata della sua sovranità: in breve, l’autogoverno sarebbe accusato di essere funzionalmente irrealizzabile, con buona pace della democrazia, ridotta ad un rischio per l’ordine pubblico. Forse potrà sembrare assurdo ma, purtroppo, non è detto che queste accuse siano del tutto infondate. Buon lavoro Sisifo; tu, che non hai paura della democrazia.

Vi è soltanto un mondo. La felicità e l’assurdo sono figli della stessa terra e sono inseparabili. L’errore starebbe nel dire che la felicità nasce per forza dalla scoperta assurda. Può anche succedere che il sentimento dell’assurdo nasca dalla felicità”. Albert Camus, Il mito di Sisifo, 1942

Ricordo il convegno di stasera a Civitanova: SPARTITOCRAZIA, CORRUZIONE, SITUAZIONE MARCHE 

Alessandro Colella

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