Macerata per i Beni Comuni: la parola all’Assessore Curzi

 Ecco la prima parte dell’intervista realizzata con l’Assessore alla Partecipazione e alle Politiche Giovanili del Comune di Macerata, Federica Curzi.

      Il 28 gennaio si è tenuto a Napoli il Forum dei Comuni per i Beni Comuni promosso dal sindaco Luigi De Magistris, a cui hanno partecipato amministratori locali e cittadini convinti che oggi sia assolutamente indispensabile costruire una piattaforma di valori e di politiche condivise da assumere su scala nazionale e locale attraverso forme di democrazia locale, di prossimità, forme di democrazia partecipativa. Lei, Assessore Curzi, sente di poter condividere la definizione che l’assessore ai Beni Comuni del Comune di Napoli, Alberto Lucarelli, ha fornito di “beni comuni” sostenendo che questi non vanno limitati all’energia, all’acqua, al territorio e all’aria, ma riguardano «tutte quelle materie materiali ed immateriali connesse al tema del legame sociale e dei diritti fondamentali», quindi considerare anche il lavoro come bene comune, la cultura e l’accesso gratuito alla rete?

     Sicuramente, soprattutto in Italia questo è un discorso che dal punto di vista teorico, filosofico e anche amministrativo non fa una piega, soprattutto se consideriamo che gli ultimi beni comuni citati sono i beni comuni che per consuetudine, per principio più si consumano e più si moltiplicano, per cui soltanto in questo modo possiamo uscire da quella logica economica in cui prevale la cultura del consumo, perché si ribalterebbe anche la logica stessa del consumismo, ovvero si amplierebbe l’orizzonte comune dei beni comuni, soprattutto lavoro e cultura. Per questo la definizione è anche utile per collegare quelli che sono i beni comuni materiali (l’acqua, l’energia, il paesaggio) con i beni comuni immateriali, cioè occorre collegarli per creare una cultura in cui cultura e lavoro si nutrano di paesaggio, territorio, acqua e di questi beni comuni che sono dei diritti fondamentali.

     Anche alla luce del referendum dello scorso giugno Lei ritiene necessario che i Comuni si impegnino a gestire l’acqua attraverso un modello pubblico partecipato?

     Sì! L’unica criticità del referendum è che non è automatico dare attuazione a quello che è stata l’istanza che la partecipazione al referendum ha voluto, ovvero la gestione pubblica. Il Comune di Macerata ha approvato la modifica dello Statuto in cui non solo si cita per principio il valore dell’acqua come bene comune e come bene pubblico, ma ci si è impegnati, il consiglio comunale in particolare si è impegnato per fare in modo che con questa modifica dello statuto comunale, dove ci sia l’assunzione dell’acqua come bene comune, l’amministrazione e le società partecipate che gestiscono l’acqua possano fare proprio questo principio e soprattutto avere gli strumenti amministrativi affinché questo principio dell’acqua bene comune e quindi gestione pubblica partecipata sia messo in atto, per cui non soltanto io personalmente lo ritengo giusto, ma tutta l’amministrazione si impegna per portare avanti questo principio e questo dato di fatto.

     A proposito di ciò, Lei considera l’attuale piano di Liberalizzazione promosso dal governo Monti come un tentativo di aggirare gli esiti del recente referendum?

     Non credo che sia un tentativo di aggirare il referendum perché credo che la gerarchia delle fonti giuridiche possa in questo caso essere a vantaggio del referendum, però credo che sicuramente non vada nella direzione di facilitare quella che è una sua attuazione e credo che prevalga sempre, ma in tempi di crisi non vedo alternativa, credo che prevalga l’angoscia della società che cerca di rimediare agli effetti collaterali e disastrosi del liberismo eccessivo, del consumismo attraverso gli stessi metodi di quel liberismo che ci ha portato alla crisi. Si fa fatica ad applicare un cambio di mentalità, di paradigma e però in questo senso, il fatto che ci sia un governo tecnico già implica che non si richieda a questo governo il cambiamento di paradigma che invece è tipico della politica.

     Rimanendo all’interno delle questioni referendarie, e alla luce della spinosa questione del Cosmari, Lei si sente di poter accettare l’invito, a nome dell’amministrazione comunale, di impegnarsi ad adottare piani d’azione per un’energia sostenibile, per una sostenibilità ambientale anche tramite la costruzione di patti tra amministrazione e cittadini?

     Parlando della questione locale del Cosmari, pochi giorni fa in Consiglio comunale la giunta ha proposto la delibera di indirizzo che, tra le altre cose, poneva paletti affinché si riuscisse attraverso delle azioni amministrative e patti tra amministratori del Cosmari e amministratori dei vari comuni su cui insiste il Cosmari, una sorta di metodo amministrativo e collettivo di difesa del territorio, e soprattutto nel caso di Macerata, della popolazione di Sforzacosta che in questo caso subisce sicuramente dei disagi per quello che riguarda il cattivo odore, ma anche limitazioni che possono incidere su quella che è la salute delle persone; quanto meno per tutte le limitazioni a cui sono soggette.
Inoltre, l’ultima parte della questione è fondamentale perché ci sono dei diritti fondamentali del cittadino che in questo caso si riconoscono soltanto se si concede ai cittadini la partecipazione attiva, democratica all’interno degli organi decisionali. Uno dei punti di questa delibera di indirizzo che abbiamo approvato in consiglio è la possibilità da parte dei cittadini e soprattutto di una associazione costituita tra cittadini di Sforzacosta e limitrofi di essere parte attiva e comunque sia di avere tutto il diritto alla trasparenza quanto meno da parte del Cosmari per quello che riguarda la situazione dei cattivi odori, della salute, per cui possibilità di partecipare come uditori ai consigli d’amministrazione e di organizzare in modo partecipato e collettivo, non solo delle manifestazioni, ma organizzare dei presidi e anche delle azioni vere e proprie. E quindi sicuramente questa è l’unica possibilità. Poi è ovvio che il Cosmari fa parte di una scelta amministrativa del passato, è una scelta per quello che riguarda lo smaltimento dei rifiuti; è naturale che di scelte ce ne potrebbero essere molte altre e il Comune sta ragionando su tutte le ipotesi; ma ovviamente questa non è una scelta che spetta soltanto a noi.
Per quello che riguarda la raccolta differenziata e tutta la questione dello smaltimento dei rifiuti, l’amministrazione si sta muovendo soprattutto nel sensibilizzare le persone alla diminuzione dei rifiuti. Poi, per quello che riguarda lo smaltimento abbiamo aumentato la differenziata e saremo nella condizione di dire a fine anno che il trend è quello del miglioramento e possiamo ritenerci per ora soddisfatti.

     Elaborare progetti che prevedano una trasformazione progressiva di vie, piazze, luoghi pubblici in “beni comuni a vocazione sociale” e contribuire alla formazione di reti di distribuzione locale di prodotti biologici potrebbero essere primi passi verso una sostenibilità ambientale e del territorio comunale? Come amministrazione comunale vi state già muovendo in questa direzione?

     La questione dei luoghi pubblici è ovvio che è fondamentale in questa fase. Riappropriarsi degli spazi pubblici è il primo passo per far crescere una coscienza collettiva, una identità collettiva ai cittadini di uno stesso comune, di uno stesso quartiere, basterebbe di uno stesso condominio perché tanta parte dell’impoverimento del senso civico dipende proprio da questo, dipende dal fatto che non ci sono spazi comuni dove riconoscersi con una stessa identità, cultura, abitudini, quotidianità. Per cui serve assolutamente, anche fosse una logica di recupero degli spazi dismessi che potevano essere dei punti di ritrovo dei quartieri; penso ai famosi casi di ex-scuole elementari dove le amministrazioni fanno fatica a spendere, per un minimo di investimenti, per riqualificarle in centri di aggregazione, e quindi rimangono questi quartieri, soprattutto di nuova espansione, senza punti di ritrovo, senza spazi per il quartiere, per bambini, senza spazi verdi dove poter giocare e socializzare, per cui questo diventa il classico principio della “perequazione urbanistica” dove l’urbanizzazione ha come unico principio quello del tornaconto economico, sia per il privato sia per l’amministrazione che sarebbe il loro compito principale, per cui sicuramente questo è da fare.
Quanto alla questione del biologico, è già una scelta e in quanto tale, l’amministrazione può promuovere il diritto alla salute, quindi tutto quello che è filiera corta: questo è un principio da sposare immediatamente! La filiera corta, la provenienza certificata dei prodotti e anche la conoscenza e la divulgazione della stagionalità dei prodotti. Penso soprattutto all’infanzia, alla distribuzione nelle mense scolastiche, è una forma di educazione; quindi anche senza una specifica lezione ai bambini già questo mangiare rispettando la stagionalità dei prodotti, automaticamente per loro diventa un’educazione, una formazione alla salute e alla alimentazione sana. Poi se ci fosse anche l’educazione alimentare a scuola sarebbe anche meglio!
L’amministrazione comunale si è già mossa in questo senso: penso alle mense scolastiche in cui si è fatto un progetto pilota su tre scuole dove l’amministrazione ha centralizzato la gestione della mensa quindi si è superata la pratica, se pure riuscitissima, dei comitati di mensa, centralizzando l’acquisto dei prodotti appunto nell’ottica di filiera corta e biologica. Per cui sia biologico che filiera corta sono due principi sposati dall’amministrazione. Non soltanto nelle mense, perché l’altro esempio è facilitare la divulgazione di quelli che sono i mercati alternativi a quelli del consumismo, della grande distribuzione e quindi ascoltare le esigenze e il più possibile risolverle, ad esempio dei mercati coperti, di tutti quei mercati che ci sono dei produttori locali. Noi abbiamo un bellissimo mercato coperto delle erbe che potrebbe essere valorizzato sicuramente più di quello che non è ora, in più penso ad Altromercato, ad Altroconsumo, a Mondo Solidale, a Un Punto Macrobiotico; stiamo portando avanti tantissimi progetti con queste associazioni appena citate, addirittura con Un Punto Macrobiotico nelle scuole, facendo quella educazione alla salute a cui mi riferivo poc’anzi; “viviamo perché mangiamo e respiriamo”, è un punto in cui la nostra amministrazione è già sensibile e operativa.

     Sappiamo molto bene che Lei crede fermamente che sia di fondamentale importanza consentire ai cittadini di Macerata di incidere concretamente sulle scelte operanti nella città, quindi come la considera la proposta nata dal Forum di Napoli di creare laboratori permanenti di consultazione dei cittadini e di individuare nuove figure responsabili a livello istituzionale di promuovere il riconoscimento delle autonomie sociali e la diffusione del potere decisionale?

     E’ una proposta già molto avanzata, nel senso che secondo me basterebbe molto meno, cioè basterebbe già poter ripristinare quelli che erano, anche in altre forme, i vecchi consigli di circoscrizione, perché viviamo in un progressivo abbandono della periferia, in ogni senso, di soggetti marginali, di soggetti e realtà periferiche, di quartieri periferici e di tutto quello che è periferico alla decisione centrale. C’è un abuso del potere di rappresentanza e di delega, è un abuso vero e proprio perché rischiamo di tornare indietro anche in quello che è la democrazia. Considerando soprattutto che la società ormai non è fatta più solo di soggetti che hanno diritto di voto, la società, ad esempio, è fatta anche dai bambini. Viene automatico pensare ai migranti, e quello sicuramente è una questione su cui riflettere, perché gran parte dei lavoratori, gran parte delle persone che vivono nella città sono migranti; una media in Italia del 10-12% che è tanto, in più pensiamo ai minorenni, e pensiamo ai bambini. I loro punti di vista, il loro sguardo non può venire accolto, assunto e in qualche modo portato e trasformato in scelta amministrativa se l’unico principio democratico è il voto! Per cui bisogna creare degli spazi d’ascolto di queste soggettività, senza contare poi la proposta molto avanzata dell’Assessore di Napoli, perché l’apparato amministrativo non è più autosufficiente, la figura dell’assessore non è più la figura che poteva essere un tempo quando erano in auge i Comuni, soprattutto delle grandi città; ora la figura dell’assessore non è più autosufficiente come tale e neppure l’amministrazione, tanto è vero che con la nostra esperienza della Giunta Itinerante abbiamo visto che andare in un quartiere, ascoltare le proposte e tornare a restituire, è il momento più visibile, più pubblico, ma non è il punto centrale. Il punto centrale è creare il contatto permanente, tanto è vero che lì si parla di “laboratori permanenti”.

   Noi abbiamo visto che l’unica criticità della Giunta Itinerante è proprio quella di non essere un laboratorio; a intervenire solitamente sono stati quei pochi che erano già abituati a parlare con l’amministrazione, solo che il bello della Giunta Itinerante e di altri episodi di partecipazione sarebbe raggiungere tutti e rendere tutti attori, portatori di interesse, altrimenti si creano i soliti corporativismi; ciascun cittadino deve essere portatore di interesse e così si ha la cittadinanza attiva. Se si parla della “mia associazione”, del “mio condominio”, la “mia professione” si hanno piccoli corporativismi, è una traduzione in piccolo di quelle che sono le lobbies. Quindi servono dei laboratori; quello che stiamo provando a fare è questo: Centri Civici Comunali che possano essere dei punti di ritrovo, tanto è vero che l’abbiamo avviati proprio nelle sedi delle ex-circoscrizioni riassegnando i locali nell’ottica della rete di cittadinanza, con associazioni o gruppi di cittadini portatori di interessi, in base alle problematiche dei diversi quartieri per creare laboratori di idee da cui possano venire delle proposte, e si possa lavorare insieme come se fossero gruppi intermedi.

     Rimanendo in ambito di politiche inclusive, ritiene che la recentissima concessione della cittadinanza onoraria ai figli degli immigrati che vivono nel Comune di Macerata, promuoverà un’attivazione degli stessi immigrati nei processi di partecipazione e di deliberazione promossi dall’amministrazione comunale?

     Senza dubbio! Sicuramente se dovesse andare in porto il referendum, in senso positivo, la raccolta firme, e quindi si dovesse arrivare a concedere cittadinanza ai figli degli immigrati e il diritto di voto – perché la proposta al momento vede questi due quesiti – sicuramente una volta arrivati a questo punto si avrebbe uno scatto di consapevolezza. Quello che però è necessario è un graduale coinvolgimento delle comunità straniere, che non serve tanto a loro per sentirsi attivi, perché lo sono già, sono tutte persone che lavorano nel nostro territorio, quindi già conoscono tutta la macchina amministrativa e burocratica, frequentano sindacati, centri per l’impiego, agenzie delle entrate, e tutti i vari organi periferici dello Stato, amministrazioni comunali, prefetture, questure – pensiamo a tutto l’iter per i permessi di soggiorno – quindi tante volte sono anche più informati di alcune procedure di noi cosiddetti “italiani veri”. Però il processo di integrazione serve perché devono sentirsi davvero cittadini italiani e noi cittadini italiani dobbiamo veramente sentirci come loro, o sentire loro come noi. Quindi bisogna praticare questa integrazione sin d’ora, ma era da farlo sin da diversi anni, cercando di integrare le comunità tra di loro, evitare che ciascuna comunità sia a sé stante all’interno del suolo italiano, così come non deve crearsi quello che avviene ora in alcune scuole, in alcuni comuni, cioè quella differenziazione tra le seconde generazioni e i figli degli italiani. Cosa che a livello di percezione, di cultura, di pregiudizio esiste!
Nel momento in cui avranno la cittadinanza i loro figli e loro il diritto di voto allora ci sarà il rischio che sia sempre fatta questa distinzione tra cittadini di serie A e di serie B. Quindi occorre come sempre un processo culturale perché ai diritti acquisiti o alle leggi fatte non sempre segue una automatica attuazione del principio, per cui attraverso tutte le agenzie di comunicazione e di educazione, deve passare questo principio: è necessario un processo di consapevolezza.

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