Informazione e Democrazia: La verità dell’informazione giornalistica è un bene comune?

Pubblico l’intervento con il quale introdurrò l’incontro su Informazione e Democrazia che si terrà giovedì 22 marzo, alle ore 18:00, presso la Facoltà di Filosofia (aula A), C.so Garibaldi 20 – Macerata, in occasione della giornata di sostegno al Manifesto che si concluderà con una cena, alle ore 20:00, presso il Terminal, Circolo Arci, Via Fontemaggiore 25 – Macerata. Nel corso dell’incontro interverranno Loris Campetti, giornalista de Il Manifesto, Carlo Scheggia, giornalista del gruppo Esserci Comunicazione, Matteo Zallocco, giornalista di Cronache Maceratesi. Di seguito l’intervento:

Quale è l’oggi di un giornale cartaceo? Se non si tenta di rispondere a questa domanda, penso sia impossibile affrontare il problema cruciale circa il giusto fine che un giornale cartaceo, oggi, dovrebbe perseguire. Credo si possa volgere lo sguardo ad un giornale in tanti modi, proverò ad avvicinarlo con gli occhi di un giovane precario (da ascoltare non perché i giovani sarebbero vittime della società, perché sarebbero il futuro del nostro paese o perché dovrebbero andare al potere, ma semplicemente perché potrebbero avere qualcosa da dire):

i giornali, oggi, vengono letti molto poco e da pochi; non hanno soldi per andare avanti, li cercano disperatamente, qualcuno si vende alla pubblicità e alla finanza, altri ai partiti, altri ancora ai lettori; chi legge tendenzialmente lo fa per trovare conferma di ciò che già sa o pensa; il giornale, rassegnato, per vendere si adatta a questo e crea la sua cerchia di “amici”. Per leggere come si deve, anche un solo articolo, ci vuole tempo, interesse, motivazione, voglia di vivere, conoscere, sapere…troppe volte, invece, si rimane delusi alla fine di un articolo, e capisco perfettamente chi il tempo e le motivazioni non le perda a leggere un giornale. Perché dovrebbe farlo quando, non per piacere ma per dovere, si è costretti alla perenne angoscia della fretta, del tempo che passa, dell’attimo da cogliere, magari per far finta di essere interessati e motivati a fare un lavoro mal retribuito che forse si perderà, magari per affrontare un lavoro che non c’è; finché si può, meglio distrarsi, divertirsi, oppure cercare qua e là àncore, salvagenti, palliativi, risarcimenti illusori, libertà fittizie, qualcuno o qualcosa che anche solo per un attimo si accorga che esistiamo, ci riconosca e magari, ogni tanto, ci dica pure bravo. La chiamano precarietà, io preferirei chiamarla insicurezza, ricattabilità, paura di una società che non ci vede più, angoscia dell’altro, di ogni altro. In quale giornale, oggi, questa persona troverebbe la sensibilità e l’ascolto necessari? Forse la realtà è che siamo in pochi fortunati ad avere ancora l’anima, forse il privilegio, di poter sfogliare il giornale come si deve. E quei pochi, forse, cominciano a pensare che una decina di siti internet di qualità informano più che qualsiasi quotidiano in circolazione. Può essere che il quotidiano oggi non serva più e vadano incentivate nuove forme di giornalismo? Siamo sicuri che la morte di un quotidiano sia la morte dell’informazione? Prima di chiedersi «chi paga?» non è giunta l’ora di chiedersi quale è e quale dovrebbe essere il valore sociale, culturale ed economico del lavoro giornalistico? Non è il caso, forse, di cominciare ad immaginare un modo nuovo di essere giornalisti e, quindi, un modo nuovo di valorizzare questo lavoro, anche dal punto di vista economico?

Il giornale, oggi, vive nel tempo della sfiducia generalizzata verso qualsiasi genere di sapere che non porti denaro o potere, perché sapere ha costato e costa fatica, spesso senso di colpa e responsabilità, ed in pochi hanno ancora la fortuna di riuscire a sopportare profondamente l’impegno di informarsi, la fatica di leggere un giornale con la calma e il trasporto umano ed emotivo che merita; allora, tanto vale non leggerlo, leggere i titoli per mettersi a posto la coscienza o leggere solo quello che non richiede forza, energia, coraggio. Siamo in molti ad essere stanchi; stancati da un’informazione che, troppo spesso, non vale la pena, sottolineo, la pena, di essere letta; stancati dal peso di un’informazione che riesce a “comunicare” tutto e il contrario di tutto, banalizzando ed infangando ogni spiraglio di verità: la passione per la verità da condividere, raccontare e da ascoltare, in una società nella cui memoria regnano il segreto di Stato, il mistero di stragi irrisolte, il sospetto come stretta di mano, la corruzione come normalità, la manipolazione come abitudine, la tecnica come politica, sarà sempre meno un valore da difendere, una qualità da distinguere e riconoscere, un bene comune. L’adeguamento conformista di un giornale o di un giornalista a questo regresso sociale minaccia la valorizzazione di tutti gli altri, e quando gli altri sono sempre meno, e la maggioranza regredisce, la voce critica di pochi si perde inevitabilmente nella chiacchiera banalizzante dei tanti.

Se è vero che il sacrificio economico di un giornale come il Manifesto è senza dubbio l’ennesimo sacrificio “voluto” da persone asservite alla logica del mercato, la salvezza economica di un giornale non è la salvezza del giornalismo e della funzione che esso potrebbe svolgere in una democrazia, tanto più in una democrazia in frantumi come quella attuale. Purtroppo questo è solo in parte un problema del giornalismo; il problema, infatti, è politico e riguarda il destino che la politica vuole assegnare all’informazione. La totale deregolamentazione e deistituzionalizzazione della rete mette semplicemente in risalto il problema: mostra con la naturalezza della gratuità e della condivisione che ci sono potenzialmente gli strumenti per aggirare gli stereotipi e i pregiudizi della maggior parte dell’informazione istituzionalizzata, per far circolare un’informazione partecipata, più lenta e meno angosciata, riflessiva, competente, vicina alle persone e alle comunità, un’informazione per cui possa valere la pena perdere del tempo, ma non può offrire alcuna soluzione politica ad una società strutturata culturalmente sulla banalizzazione di ogni tentativo di condividere la verità.

Dire ed ascoltare la verità è diventato inutile quanto non dirla o non ascoltarla; un populista come Berlusconi, direi ogni forma di populismo, sa perfettamente che niente legittima il potere quanto l’inutilità del vero: se niente è vero e tutto è falsificabile, manipolabile, tutto è legittimo, accettabile, tollerabile. Una società senza verità, senza fiducia nella ricerca comune della verità, anche giornalistica, è una società senza politica che al massimo troverà buoni tecnici per sopravvivere alle crisi, e si rassegnerà, invece, di fronte ad ogni forma di sacrificio necessario per questa stessa sopravvivenza. Ormai, affermare “non è vero che tagliare i fondi all’università pubblica è necessario ed inevitabile”, per l’opinione pubblica, vale quanto affermare “tagliare i fondi all’università è una necessità ineludibile”, eppure sono due scelte che tecnicamente si equivalgono ma politicamente permettono di immaginare due mondi letteralmente diversi: uno dei benefici, l’altro dei sacrifici.

Se è vero, come ha scritto di recente Gustavo Zagrebelsky, che il populismo è “la neutralizzazione e l’occultamento della politica dietro pratiche di seduzione demagogica”, il populismo che sfrutta i media per sedurre la massa non è una minaccia ma l’unico modello di “far politica” che la mia generazione ha conosciuto (da destra a sinistra); e personalmente ritengo che, oggi, il pericolo sia molto meno la seduzione mediatica, che, anche grazie alla rete, funziona sempre meno, e molto di più il buon vecchio ricatto in cui si nasconde l’unica e vera antipolitica, quella che se ne frega del fatto che un’opera come la Tav sia veramente un inutile spreco di denaro pubblico che potrebbe essere investito in scuola, università e ricerca, se ne frega del fatto che il ricatto di un amministratore delegato, che tra l’altro guadagna all’incirca 400 volte in più degli operai dell’azienda che gestisce, sia veramente ingiusto come sia veramente ingiusto il fatto che una donna non possa permettersi di dire al suo datore di lavoro che tra le sue aspirazioni c’è anche quella di fare la madre. Più del populismo rischiamo nuove forme di autoritarismo tecnicamente sofisticate e politicamente svuotate, che non si interessano delle persone o del popolo neppure per sedurli, al massimo li ricattano, magari sulla base di un debito che non hanno neppure voluto e da cui non hanno tratto alcun beneficio, solo sacrifici.

L’assenza della comune ricerca della verità giornalistica nega ogni forma di pluralismo dell’informazione; il fatto che si sentano tante opinioni diversificate non è sintomo di pluralismo ma una forma subdola di “fondamentalismo” comunicativo secondo il quale comunicare non significa condividere modi diversi di rapportarsi alla verità di un fatto ma essere liberi di dire ciò che si vuole, purché venga confermata e conservata la propria identità di giornalista schierato, di partito, di polemizzatore, di servo ben pagato o semplicemente di lavoratore sottopagato e ricattato che cerca, poveretto, di sopravvivere: come per la banalizzazione, anche rispetto al problema del fondamentalismo latente di chi scrive e legge informazioni, la rete può fare ben poco ed anzi rischia di aggravare la situazione. Questo contesto di assoluto impoverimento culturale inevitabilmente continua a coinvolgere chiunque tenti di cambiare registro e puntare sulla qualità e rende, inoltre, altamente problematica la creazione di una vera alternativa sociale e politica che trovi nel lavoro comune, cooperativo e condiviso di più giornali – in uno solo sarebbe impensabile perché la verità per fortuna non è mai di uno solo – il sostegno per dare visibilità pubblica alle innumerevoli, diversificate, innovative forme di altra politica, altra economia, e perché no, di altro giornalismo.

Buon giornalismo e buona democrazia vanno di pari passo: una buona informazione è il frutto e al tempo stesso la causa per la quale una persona potrebbe essere in grado di rivendicare politicamente ed istituzionalmente i suoi diritti di cittadino. Una cattiva informazione è il frutto e al tempo stesso la causa per la quale un popolo tollera, fino a legittimare, il populismo politico-mediatico degli ultimi venti-trenta anni e ogni forma di ingiustizia e violenza sociale: da Bolzaneto alle infiltrazioni mafiose, dai respingimenti ai centri di identificazione e di espulsione, dalla disperazione nelle carceri agli ospedali psichiatrici giudiziari, dalle discriminazioni razziali all’omofobia, dalla distruzione della scuola, dell’università e della cultura fino alla precarietà, dalle missioni di pace alle politiche per la sicurezza; tutte violenze ipocritamente utilizzate dal potere politico, nello stesso istante in cui predica l’intollerabilità della violenza. Non ci vuole un genio per capire che questo è il modo più efficace per annientare il potere buono della non violenza e favorire, invece, quel circolo politico-mediatico fatto di insicurezza, paura e repressione grazie al quale si passa da una visione della sicurezza come bisogno di riconoscimento e di partecipazione alla vita sociale, ad una sicurezza privata, assicurata esclusivamente dalla polizia secondo i criteri dell’incolumità, della repressione penale e della punizione dei comportamenti devianti.

Se questo è ciò a cui contribuisce una cattiva informazione in una società insicura, impaurita ed angosciata, una buona informazione (sono solo speranze ovviamente) dovrebbe essere capace di ascoltare questa angoscia, comprenderne le ragioni, raccontarle e creare una comunicazione virtuosa, cioè sensibile alla ricerca cooperativa della verità di più giornalisti, giornali e lettori, che sappia delegittimare la violenza della politica e al tempo stesso sappia creare le condizioni per legittimare e valorizzare pubblicamente una cultura in cui possa di nuovo aver senso distinguere ciò che è vero da ciò che falso, ciò che è giusto da ciò che è ingiusto. È una responsabilità che, naturalmente, non riguarda solo il giornalismo, tantomeno riguarda solo il giornalismo cartaceo al tempo della televisione e di internet, ma dalla quale chi crede nella funzione liberante del sapere non può esimersi. Sarebbe inevitabilmente un giornalismo non violento, aperto, dialogante, che non crede nelle identità, nei simboli e nelle bandiere da sventolare, in cui l’informazione, come ogni forma di sapere politicamente rilevante, potrebbe essere condivisa come un bene comune; un bene critico verso le degenerazioni del potere, aperto e partigiano verso modi alternativi e positivi di vivere la società, politicamente ed economicamente. Che un giornale, infatti, debba appiattirsi alla narrazione del negativo senza aprirsi al positivo, per fortuna, non c’è scritto in nessun codice deontologico o manuale di etica della professione, eppure a questo si riduce la maggior parte dei quotidiani: la strumentalizzazione sensazionalista, stereotipizzata e banalizzante del negativo, infatti, fa notizia, fa vendere e fortifica l’identità di chi scrive e legge; che tutto ciò produca anche ulteriori paure ed insicurezze, in termini di notiziabilità, è un vantaggio con cui la narrazione di esempi positivi non può pensare di competere. Vorrei concludere, tuttavia, proprio con un esempio negativo, che mi auguro possa esemplificare il linguaggio della violenza da cui un giornale politico dovrebbe sapersi mantenere a distanza:

“DITO medio per lo “spread” e dito medio per il mercato. Dito medio per le banche e dito medio per la Tav. E infine dito medio per la politica, i partiti, la casta. La Repubblica parlamentare deve scomparire e deputati e senatori insieme con lei. Il popolo sovrano non delega ma decide direttamente con lo strumento del referendum. L’amministrazione sarà gestita a turno dai cittadini. Se è vero che lo Stato siamo noi, applichiamo questa affermazione radicalmente: sei mesi a rotazione di servizio volontario dietro le scrivanie dei ministeri, a tutti i livelli territoriali e gerarchici previo esame di apposite commissioni di controllo scelte anch’esse dal popolo sovrano. Vi assicuro che non sto inventando nulla, semplicemente sto descrivendo la visione della società futura auspicata da alcuni veggenti che riscuotono un discreto consenso, specie tra i giovani, ma non soltanto. Il movimento Cinque stelle di Beppe Grillo è orientato più o meno in questa direzione; i movimenti favorevoli ai “beni comuni” anche; le varie “piazze pulite” pure, Sabina Guzzanti compresa. Il grande partito dei non votanti e degli indecisi condivide e sceglie l’indifferenza, i fatti propri e non quelli degli altri. Ma anche la falange dei corrotti e dei corruttori, anche le lobby che pullulano. Le mafie vere e proprie no, loro sono un’altra cosa, le affiliazioni e le iniziazioni sono una cosa seria, le regole e i codici mafiosi sono fatti rispettare a colpi di lupara. I nemici però sono comuni: lo Stato, le istituzioni, la legalità. Istituzioni e Stato debbono essere occupati oppure smantellati. In realtà queste due operazioni procedono di pari passo; fino a tre mesi fa erano entrati nella fase decisiva. Ma poi, quasi all’improvviso, quella metà del Paese che aborre questo modo di pensare e di fare ha avuto un sussulto di resistenza ed è riuscita a invertire la tendenza”.

Ecco, finché il diritto fondamentale alla libertà di comunicare significherà la libertà dell’odio, dell’ipocrisia, dell’arroganza, della violenza e della falsità, come accade nelle righe che ho appena letto, cambierà ben poco e ogni speranza di trasformare la funzione politica del giornalismo sarà vana, perché un solo articolo, ornato della sua seducente aurea mediatica, riuscirà a banalizzare ogni cosa sulla base di deprecabili pregiudizi, capovolgendo la realtà, il significato delle parole ed il valore infinito di certe esperienze, ed annullando non solo il desiderio ma la possibilità stessa di capire e cercare di distinguere il vero dal falso; che lo si chiami nichilismo o relativismo, fango o nebbia, il risultato è il medesimo: la legittimazione del sacrificio come tecnica necessaria ed inevitabile per ristabilire quell’ordine pubblico che una politica assente non riesce più a garantire. L’unica speranza affinché articoli del genere in quotidiani come la Repubblica non si leggano più, in questo caso, come in molti altri, non viene dal rispetto della legge, che legittima la libertà di Scalfari di scrivere ciò che ha scritto, ma da un sussulto morale da parte di chi crede ancora nella dignità di quel giornale: troppo spesso quando si fanno le battaglie per la libertà di stampa, si è a tal punto orientati, giustamente, alla tutela giuridica e costituzionale, che ci si dimentica, però, puntualmente, che il diritto alla libertà di espressione senza la responsabilità di espressione crea, molto semplicemente, la libertà di essere falsi: riconoscere, criticare e superare questa falsità è un gesto di civiltà a cui il giornalismo italiano non dovrebbe rinunciare.

Chi volesse discuterne è invitato a partecipare all’incontro di giovedì.

Alessandro Colella

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2 pensieri su “Informazione e Democrazia: La verità dell’informazione giornalistica è un bene comune?

  1. Samuele Strappa

    Articolo lungo e molto appassionato… Purtroppo non ci sarò ma vorrei stimolare la riflessione con un paio di considerazioni. In primo luogo: se accettassimo l’idea che i giornali siano dei contenitori il cui contenuto sono una particolare forma di merce immateriale che chiamiamo “notizie”, perché non dovremmo accettare persino che, nel bene e nel male, il mercato delle notizie debba essere aperto a prodotti di svariata qualità (come di fatto lo è, dato che il panorama dei giornali in Italia è sterminato!!)? E poi: se il sistema dell’informazione è da considerarsi così intrinsecamente connesso con il funzionamento del regime democratico, la sua “istituzionalizzazione” al fianco dei tre tradizionali poteri dello stato liberale classico non dovrebbe essere affrontato “a priori” di qualsiasi considerazione di natura morale? Non c’è forse il rischio che introducendo nell’apparato dell’informazione l’ortodossia come fine, ci si esponga al rischio di una strana forma di “assolutismo” che finirebbe con il soffocare il diritto di cronaca sull’altare delle idee pure (il Vero, il Bene, il Bello, il Giusto, ecc….)?

  2. Ale per ViaLibera

    Perdona il ritardo Samu; rispondo brevemente alle due osservazioni, tra l’altro molto collegate. Sulla prima: il contenuto dei giornali ha una valenza politica inevitabile che va al di là, ed è anche molto più importante, della merce e delle notizie. La qualità dei giornali è data dalla loro capacità di comunicare ai lettori contenuti sociali, principalmente politici, non solo partitici; se il resto (merce e notizie) mette in discussione questa funzione sociale fondamentale per la consapevolezza democratica di un cittadino, questo resto (che possiamo anche chiamare libertà di espressione) va regolato; come? Qui passo alla seconda osservazione: la libertà di espressione DEVE essere regolata, istituzionalmente attraverso il diritto e culturalmente attraverso la morale, sulla base di un criterio condiviso e non imposto (nessun assolutismo quindi). L’istituzionalizzazione giuridica e deontologica è fondamentale, Il problema è che per fare buone leggi, anche all’interno di un codice professionale, ci vogliono persone che condividano una qualche idea di bene, e su questa modellino la libertà di espressione giornalistica, anche, e soprattutto, attraverso processi istituzionali. L’alternativa a questo è il mondo in cui viviamo, in cui, attenzione, non è vero che siamo tutti liberi di dire quello che vogliamo (giornalisti compresi); la libertà è regolata, ma la regolazione avviene in modo totalmente eteronomo, sulla base di criteri moralistici e autoritari, questi sì, se vuoi, assoluti, molto spesso non scelti dai giornalisti, subiti dai lettori, e funzionali ai poteri (persone) “forti” e acritici. Personalmente ritengo che non esista una libertà assoluta priva di regole, il problema non sono le regole, giuridiche, morale etc., ma chi le decide e come le decide, in modo autoritario (come avviene oggi nella maggior parte dei casi) o condiviso (come avviene oggi molto molto raramente secondo un sano spirito democratico). Questo potrebbe essere un buon punto di partenza per analizzare pregi e difetti della rete, al di là dei problemi di qualità del giornalismo in senso stretto. Quale regolazione della libertà nella rete, nei blog, nei social network, etc? Siamo veramente così liberi? Forse, in parte sì, in parte no…come sempre del resto…
    Grazie del commento.
    A presto

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