Macerata per i Beni Comuni: la parola all’Assessore Curzi

Ecco la seconda parte dell’intervista   realizzata con l’Assessore alle Politiche Giovanili e alla Partecipazione del Comune di Macerata, Federica Curzi.

Clicca qui per leggere la prima parte dell’intervista all’assessore Curzi “Macerata per i Beni Comuni”

Nella relazione introduttiva del  Forum, l’assessore Lucarelli invita i Comuni a costruire una “Carta Europea dei Beni Comuni”, così  come deliberato dal Comune di Napoli, mediante la quale inserire la nozione di bene comune tra i valori fondanti dell’Unione. Qual’è la Sua opinione a proposito? Saprebbe indicarmi tre punti fondamentali che non dovrebbero mancare in una Carta dei Beni Comuni?

     Ovviamente la proposta è ottima; sarebbe di grandissimo valore ideale la definizione di “bene comune” come principio fondante per l’Europa e potrebbe anche incidere su quelle che poi potranno essere le leggi e le questioni giuridico-amministrative successive.
La Carte Europea per esempio esiste anche per quello che riguarda le Pari Opportunità; però vediamo che è difficile per i singoli paesi, come l’Italia che è rimasta indietro per tanti principi di pari opportunità, arrivare ai livelli di altri paesi europei; c’è il rischio che rimanga nero su bianco, è difficile dare attuazione a queste cose.
Il primo principio, la prima parola-chiave che mi viene in mente rispetto ai beni comuni è sicuramente la cultura, cioè considerarla come principio fondante del concetto di bene comune anche secondo quella definizione che si diceva precedentemente: cultura come bene comune, come bene che più si utilizza e più si moltiplica e quindi in Europa – e in Italia più che mai, dove i beni comuni intesi come beni culturali sono molto diffusi, pensiamo che in Italia c’è il maggior numero di siti patrimonio dell’Unesco – questo elemento può essere fondamentale. E anche perché esiste una criticità per quello che riguarda la manutenzione dei beni culturali, per cui concepirli patrimonio dell’umanità come fa l’Unesco e concepirli come bene comune, quindi “le rovine di Pompei sono anche mie”, ci sarebbe sicuramente una diversa percezione, una maggiore attenzione anche economica, di manutenzione e recupero e considerate una risorse economica.
L’altro elemento che mi viene automatico è il territorio inteso come paesaggio. Questo ci potrebbe aiutare ad evitare tutto quello che ho definito “perequazione urbanistica”, far diventare legge che il paesaggio è da tutelare come un bene culturale comune, potrebbe evitare tanti abusi edilizi che vediamo nelle nostre città; l’altra parola-chiave che inserirei è il cibo come bene comune, perché nel consumismo manca sempre questa consapevolezza dell’alimentazione; tante malattie del nostro secolo vengono da una cattiva alimentazione. Inoltre potrebbe essere un modo per intendere il cibo cultura; senza considerare quanto si inquina se non si rispetta la stagionalità dei prodotti. Pensiamo ai bambini, a tutte quelle nuove generazioni che crescono senza il minimo rispetto di quello che è il ritmo delle stagioni. Per cui inserirei anche il cibo e l’alimentazione come cultura e bene comune.
L’atteggiamento che una persona ha nel concepire qualcosa come bene comune è sicuramente un atteggiamento “culturale”, inteso nel senso più lato del termine.

     A proposito di Europa, Lei condivide l’idea che tendere verso la costituzione di una Europa sociale, politica democratica e federativa, in opposizione alle attuali politiche dell’Unione e della Bce, sia il terreno necessario per l’avvio di iniziative locali per i beni comuni?

     Sicuramente c’è un collegamento forte tra l’Europa e le autonomie locali. Un principio fondamentale e fondante per una cultura dei beni comuni è proprio la sussidiarietà della partecipazione democratica e dunque delle autonomie locali; per principio di autonomia locale non è da intendere il federalismo della Lega, ma il principio di una indipendenza, di una possibilità di iniziativa che l’amministrazione locale ha attraverso gli strumenti amministrativi di cui è dotata, quindi le delibere, i protocolli d’intesa, ecc. E quindi veniamo alla sussidiarietà: attraverso questo principio di iniziativa e di potere che ha di incidere soprattutto sui temi più grandi – sui principi, sui diritti, sulla gestione dell’acqua, ecc. – si applica il principio di sussidiarietà, si possono creare questi partenariati e reti tra le istituzioni locali; spesso quando si pensa agli enti locali, si fa riferimento solamente ai Comuni, in realtà i territori sono molto densi di istituzioni e di enti “locali”, tutti organismi periferici dello Stato. Ci sono Comuni, Province e Regioni, ci sono le Prefetture e le Questure per alcune tematiche come i diritti di cittadinanza; ci sono le Università e ci sono i tribunali, le Asl, gli ospedali, e attraverso le autonomie locali si possono creare questi partenariati e si può creare una sorta di piccolo “parlamento” in una città, dove poter anche legiferare. Pensiamo a quanto può essere importante nell’ottica dei beni comuni poter legiferare attorno a tematiche come il trasporto locale, gli ospedali, i diritti alla salute, le misure contro l’inquinamento, e così via, tutti questi sono beni comuni.
Per cui in tutto ciò le autonomie locali si collegano a quelli che sono i principi europei e potrebbero anche replicare in piccolo quello che l’Europa può diventare una volta che sarà una Europa politica, mentre ora è solo economica. L’Europa politica potrebbe assumere questo aspetto, ogni Stato potrebbe essere un’autonomia locale e creare insieme agli altri Stati una serie di possibilità amministrative per i propri cittadini. Per cui credo che siano molto più collegati i comuni e gli enti territoriali all’Europa di quanto non lo sia lo stato-nazione. Lo stato-nazione lo è a livello economico, allora bisogna superare questo empasse in cui ci troviamo, dove l’economia governa la politica e dove l’Europa è economica ma non politica; in un processo di questo tipo potrebbero avere un ruolo determinante i territori, penso ai Comuni e penso alle Regioni, che sono i due enti locali territoriali che possono incidere più direttamente sulla costruzione politica dell’Europa.

     L’assessore Lucarelli sostiene fortemente che i Comuni debbano reagire alla attuale compressione della capacità di spesa delle amministrazioni denunciando al governo centrale l’insostenibilità del Patto di Stabilità interno sulla finanza locale. Ritiene che debbano essere garantiti ai Comuni spazi di autonomia finanziaria?

     Questo è molto pericoloso perché il Patto di Stabilità nasce non per penalizzare i Comuni, anche se di fatto ciò avviene; per cui rispondo subito che sono assolutamente d’accordo con la proposta, cioè firmerei anch’io la petizione perché con il patto di stabilità, soprattutto in questi tempi di compressione della spesa, ma anche di soppressione definitiva di tante entrate statali, regionali, entrate anche per quello che riguarda le tasse – ad esempio l’ICI e adesso il ritorno dell’IMU che sicuramente non restituisce quella che era l’ICI – i Comuni non hanno più entrate, ma hanno sia le stesse uscite sia le stesse richieste di uscite da parte dei cittadini; pensiamo ai contributi, alle iniziative culturali, pensiamo al sociale, per cui sicuramente è una necessità.
Una totale autonomia economico-finanziaria per i Comuni è pericolosa, perché come dicevo, alcuni elementi del patto di stabilità nascono per tutelare i Comuni. Penso a una delle regole del patto di stabilità che diminuisce radicalmente la percentuale di spesa che si può effettuare per le mostre e per la promozione e comunicazione. Questi sono due aspetti sui quali i Comuni spendono tantissimo e con il patto di stabilità, che nasce appunto per tutelare, non è più morale spendere così tanto per queste cose; il Comune può promuovere un’idea, un museo, un palazzo, ciò che può essere un proprio bene lo mette a disposizione della cultura. Per cui il Patto di Stabilità nasce anche con questo intento, ecco perché è pericoloso pensare ad una autonomia totale.
Di fatto però esistono anche modalità di regolamentazione della spesa che lasciano ai Comuni la possibilità di spendere almeno i soldi che hanno in cassa, mentre il patto di stabilità non lo permette. Quindi sarebbe il caso di rivederlo partendo dal principio che si possano spendere i soldi che si hanno in cassa senza limitazioni, come invece accade ora, e riconsiderare alcune regole del patto e provare ad auto-regolamentarsi in base anche a quello che è lo specifico del comune. Penso ad un Comune come Macerata che ha lo Sferisterio, ha una stagione lirica per cui potrebbe avere bisogno di alcune particolari possibilità per quello che riguarda la necessità di spesa. E penso ad altri comuni della Provincia, ognuno ha le sue peculiarità. Ad esempio i Comuni del Parco Nazionale dei Sibillini avranno altre esigenze, in base a quella che è la tutela di un paesaggio; per questo sarebbe auspicabile un’autonomia, magari non la massima libertà finanziaria, ma una autonomia responsabile e che responsabilizzi le autonomie locali, tenendo conto di quelle che sono le peculiarità proprie di ciascun territorio.

     La Rete dei Comuni per i Beni Comuni, che si pone come modello alternativo di democrazia, manifesta l’esigenza di introdurre sulla scena politica nuovi soggetti andando oltre i soggetti politici di sempre: i partiti politici. Considera possibile creare nuovi protagonisti politici che sappiano sostituirsi ai partiti?

     Io ritengo che i partiti politici siano un elemento fondante e fondamentale della democrazia, credo che a tutt’oggi siano gli organismi più democratici del nostro paese e che abbiano fatto, soprattutto in Italia, la storia della democrazia. Credo che spesso si confonda la crisi dei partiti con la crisi del concetto di partito. In realtà le difficoltà all’interno dei partiti, il venir meno della credibilità del partito ha a che fare con il più grande contenitore della “crisi della politica”; viviamo, secondo me, la più grande crisi della credibilità della politica. Questo dipende da quella che è stata la perdita di centralità del partito politico; se ci facciamo caso, da Tangentopoli in poi sono venuti fuori i personalismi, le leadership. Poi sono nati nuovi partiti addirittura fondati su delle idee che fanno della propria bandiera il concetto base della democrazia – la libertà, i valori, il senso civico, ecc, sono tutti elementi che stanno alla base della vita quotidiana di una società civile -. Con la crisi della politica non ci sono più partiti politici che hanno nel proprio titolo la provenienza storica; i partiti nuovi che nascono parlano di libertà, di valori, cose che dovrebbero essere quanto meno scontate per tutti!
Esiste una crisi della politica che si è portata dietro una crisi del partito; secondo me il partito non solo è sufficiente come concetto, come struttura; i veri partiti, come ormai sono rimaste alcune associazioni nazionali forti, fanno più passaggi democratici di qualunque altro organismo compreso il Parlamento stesso, più passaggi democratici di qualunque altro soggetto. Ma oggi in realtà, anche per ciò che riguarda le candidature al Parlamento, sono stati eliminati quasi del tutto i passaggi democratici! Nei veri partiti del centralismo democratico o in alcune organizzazioni nazionali ci sono i passaggi, con tanto di congressi, a partire dalle associazioni o partiti provinciali, regionali, per arrivare a quelli nazionali. Per cui esiste il “metodo-partito” che può essere salvaguardato; poi, possiamo non chiamarli più partiti o se vogliamo possiamo sommare ai partiti altri organismi intermedi, ad esempio il comitato, e comunque non ci sarebbe bisogno di creare nulla da nuovo, perché sono elementi già presenti. Su questo sono d’accordo, perché incrementerebbe la democraticità! E’ necessaria una ristrutturazione e un ritorno a quello che era un metodo democratico funzionante, ovviamente modernizzato, però i partiti sono organismi imprescindibili sia per quello che riguarda la politica sia per quello che riguarda la socialità.

     Quindi inserire un sistema di partecipazione all’interno dei partiti?

     Un processo di partecipazione integrato ai partiti e anche preliminare ai partiti, ovvero la partecipazione è necessaria e sufficiente, nel senso che questi organismi di partecipazione potrebbero poi non dover per forza confluire nel partito; per cui degli organismi di partecipazione che possono essere integrati nei partiti e che siano anche un esercizio di democrazia, ma che possono anche rimanere fini a se stessi perché trovo che sia fondamentale che i giovani e meno giovani, che tutti i cittadini abbiano dei presìdi di partecipazione al di là della volontà di impegnarsi o di iscriversi ad un partito politico.

     Per concludere: Lei, in quanto assessore alla Partecipazione del Comune di Macerata, ritiene possibile che l’amministrazione comunale possa aderire alle proposte dell’assessore Lucarelli di modificare lo statuto comunale per introdurre la nozione giuridica di bene comune e di istituire una rete dei Comuni per i Beni Comuni?

     Sicuramente sono due ottime idee, la seconda soprattutto è immediatamente eseguibile, ma ritengo non necessario collegare l’uno all’altro. Quindi istituire una rete di Comuni per i Beni Comuni sicuramente si può fare, senza mettere come condizione la modifica dello Statuto per diversi motivi: primo perché è una procedura assai impegnativa e lunga – quando si parla di costi della politica spesso non si considera che questi sono i costi della democrazia -, le numerose richieste che vengono dalla cittadinanza, con piccoli passaggi per il cittadino che li chiede, in realtà sono impegnativi dal punto di vista della macchina amministrativa. Il cambio dello statuto richiede almeno un anno, con tantissimi passaggi in commissioni, giunte, delibere e consigli comunali. Per cui ogni amministrazione ovviamente può farlo o non farlo oppure semplicemente istituire degli organismi, e questa potrebbe anche essere una alternativa: istituire degli organismi e con il tempo, appena c’è la possibilità, fare la modifica statutaria; istituire organismi di partecipazione comunali, che siano incentrati sulla definizione di bene comune e con il tempo modificare gli statuti e sin da subito cominciare a lanciare questa rete di Comuni per i Beni Comuni anche perché niente come i beni comuni sono elementi su cui si può ragionare per cambiare le cose, anche dal punto di vista amministrativo, attraverso lo scambio di buone pratiche.

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