Fascismo e Resistenza: un giorno per ricordare

È stata una serata fredda e ventosa quella del 24 aprile a Corridonia. Nella vigilia del giorno della liberazione dell’Italia dal nazi-fascismo è sembrato che con le parole lette da Wu Ming 2, oltre al tempo storico, anche quello meteorologico abbia fatto un balzo indietro, e che dal mite clima primaverile si sia repentinamente tornati ad un inverno di gelidi ricordi. L’associazione culturale SciArAdA, in collaborazione con l’Anpi e la Società Operaia Mutuo Soccorso e con il patrocinio del Comune di Corridonia, ha organizzato per il terzo anno consecutivo la Festa della Resistenza, pensando bene di riallacciare il tema del fascismo e della Resistenza alle nuove forme di fascismo che si presentano oggi. A parlare della questione, nella cornice di Villa Fermani, due ospiti d’eccezione: Giuliano Santoro, giornalista di “Carta” e “MicroMega”, e lo scrittore Wu Ming 2, membro del collettivo bolognese Wu Ming, che ha arricchito l’incontro con un reading dedicato al partigiano Giorgio Marincola, nato in Somalia nel 1923, da padre italiano e madre somala.

Il dibattito intitolato “Neofascisimi e populismi digitali” è iniziato con una domanda che il moderatore Francesco Spè, organizzatore dell’evento, ha rivolto ai due interlocutori: “Che significato ha celebrare il 25 aprile oggi?” Questo giorno di festa sembra spesso utilizzato come mero simbolo di un qualcosa di cui si sono perse le tracce, e se da un lato risulta sempre più diffusa la tendenza ad un “revisionismo strumentale” ovvero ad un ripescaggio di comodo della Resistenza da parte della sinistra, dall’altro, si evidenzia in misura sempre maggiore la necessità di resistere oggi alle nuove forme di fascismo, in una società dove tali episodi risultano spesso legati al tema del populismo.

Giuliano Santoro ha esordito ricordando al pubblico che il fascismo nacque proprio utilizzando l’ideologia reazionaria, rivoluzionaria, per dare vita ad un regime autoritario. “Questa è la storia del fascismo in Italia: raccogliere la frustrazione della gente e canalizzarla dentro un progetto autoritario, ammantandosi di parole roboanti come rivoluzione”, scrive Santoro in E benvenuti a ‘sti forconi. Quello che ha fatto Mussolini è stato restituire una narrazione ai reduci della prima guerra mondiale; Mussolini da un lato e Hitler dall’altro hanno dato loro le parole per descrivere e raccontare quell’orrore, e il futurismo stesso, movimento artistico e culturale di inizio Novecento, con la sua esaltazione della guerra, si è rivelato uno degli strumenti al servizio del regime. Il populismo, ha continuato Giuliano Santoro tornando a guardare al presente, “è la nuova forma di fare politica; […] l’obiettivo è costruire dei significati che riescano ad unire i bisogni delle persone”.

Wu Ming 2 al tempo stesso si è chiesto come mai la fondazione di destra Fare Futuro si sia interessata proprio al partigiano Giorgio Marincola.

A me sembra chiaro che il significato dell’operazione non è semplicemente promozionale. La strategia, piuttosto, è culturale e politica. Si vuole presentare Giorgio Marincola come modello di “negro ben integrato”, talmente integrato da combattere il fascismo “in quanto giovane italiano”. Al contrario, la sua resistenza non nasce dal senso, o dalla volontà, di appartenere a una Patria, ma da motivazioni ideali, senza bandiera, unite al suo essere discriminato per legge. Marincola non trovò, e non cercò, la sua identità in un vago patriottismo. La trovò, piuttosto, nel suo essere partigiano.

Quello che cerca il fascismo, ha affermato Wu Ming 2, è infatti l’unanimità, da raggiungere in fretta o eventualmente da imporre. La cultura di destra, in generale, cerca di trasformare rapidamente i ‘molti’ in ‘uno’, poiché la moltitudine è sintomo di contraddizione, conflitto, rivoluzione. Lo scrittore ha continuato il ragionamento con un ulteriore esempio; la sinistra, ha detto, ha un modo di guardare al mondo tipico dei giapponesi: partire dall’orizzonte e pian piano arrivare a se stessi, partire dalle differenze, dalle molteplicità, dalle ingiustizie e domandarsi come intervenire. Il modo di guardare della destra è l’esatto contrario, ovvero partire da se stessi e poi allargarsi al resto, e adottando questo punto di vista, risulta più naturale sentirsi minacciati dagli altri e quindi cercare di difendersi dall’orizzonte, dalla pluralità del mondo.

I modi e gli strumenti per difendersi sono molteplici; il più utilizzato, ha aggiunto Wu Ming 2, si chiama manganello. La dittatura nasce infatti dalla repressione del dissenso, dissenso che spaventa il fascista, ecco quindi che la soluzione più immediata è quella di reprimere con la violenza. La dittatura fascista si è fatta inoltre riconoscere per l’abbondante uso delle maiuscole, strumento più sottile, forse meno conosciuto, ma che aveva un preciso intento. Nella parola ‘Tradizione’, ad esempio, la T maiuscola enfatizza il fatto che la vera Tradizione, quella autentica, è solo la propria, l’unica originaria, pura, negando a priori l’esistenza di altre tradizioni. Un ulteriore meccanismo di repressione è quello di frullare il passato ottenendo un omogeneizzato con cui poi il fascista si nutre, fingendo di amare quel passato che in realtà non ama affatto. Ancora oggi, “quello che vuole l’uomo di destra è un eterno presente” ha affermato in conclusione Wu Ming 2. Altro strumento di cui il regime si è servito per raggiungere l’unanimità, prima che le leggi razziali incombessero sull’Europa, è stato quello dell’assimilazione, ed è proprio a questo concetto che si riallaccia la storia di Giorgio Marincola, “assimilato” per mezzo della cittadinanza italiana. L’identità infatti, anche nel fascismo, non sempre è stata raggiunta per esclusione, ma a volte anche per assimilazione, ovviamente a patto che si fosse rinunciato alla propria diversità.

Una volta terminato il dibattito e approfittando della tregua concessa dal maltempo, il pubblico si è spostato all’aperto, dove la serata si è conclusa con il suggestivo reading con cui il narratore Wu Ming 2, accompagnato da i due chitarristi dei Massimo Volume e la sezione ritmica dei Settlefish, ha raccontato le vicende di Giorgio  Marincola, con un sottofondo di musica popolare, somala e italiana. Il racconto, ispirato al saggio storico di Carlo Costa e Lorenzo Teodonio,  ha trasportato il pubblico in quell’Italia occupata, che ha visto crescere, lottare e infine morire, “Giorgio Marincola: nato in Somalia, pelle nera, cittadinanza italiana, razza partigiana”.

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