Un altro modo di vivere la cultura c’è

Sulla scia del recente articolo di Alberto Lucarelli sull’ex Asilo Filangieri di Napoli, pubblichiamo una riflessione di Sandro Medici dal titolo “La rivoluzione culturale”, in cui l’autore, con chiarezza, ci apre gli occhi sul fatto che un nuovo modo di vivere i luoghi della cultura e la cultura stessa sia non solo possibile ma reale, già vissuto da molti e magari imitabile da altri.

Tratto da SoggettoPoliticoNuovo

Da Roma a Catania, da Venezia a Napoli sono nate esperienze di movimento che rivendicano il diritto a una produzione culturale indipendente. Ma dai Comuni non sempre vengono incoraggiate, anzi a volte addirittura represse. Nella loro ritmica ormai battente e incalzante, le varie occupazioni “culturali” che si vanno moltiplicando nelle nostre città (l’ultima, Macao a Milano) stanno lì a segnalare che sta emergendo un nuovo bisogno che rivendica un nuovo diritto: quell’urgenza immateriale a costruire e a esprimere un proprio immaginario. Un impulso sociale intensissimo, esito della nostra contemporaneità, ma sequestrato da un sistema pubblico-privato mediocre, conformista e discriminatorio.

In queste lotte affiorano pratiche e contenuti che alludono a un nuovo modello di creare arte e cultura: sia per le modalità collettive, condivise, partecipate, insomma democratiche con cui si gestiscono le occupazioni, sia per il rifiuto di gerarchie disciplinari e formali della produzione artistica che si promuove al loro interno. Attraverso l’autogoverno del ciclo produttivo si ribaltano i tradizionali rapporti tra chi progetta e chi esegue, tra chi realizza e chi fruisce. Con la riappropriazione diretta dei palcoscenici e delle platee si spezza il modello classico che finora aveva regolato e gestito la manifattura immateriale, dove c’è chi finanzia e chi dirige, chi riceve un salario e chi paga il biglietto: un modello autoritario ed escludente, a volte opaco, spesso clientelare. Al contrario, queste esperienze vivono in un regime di democrazia assoluta (quasi ossessiva), nel rispetto di tutti e ciascuno, dove si contribuisce “al massimo delle proprie possibilità” e si riceve “al massimo dei propri bisogni”.

Insomma, è in corso una rivoluzione culturale. Forse analoga a quella che tutto travolse negli anni Sessanta, quando gli “apocalittici” prevalsero sugli “integrati”, e finalmente anche in Italia irruppe il moderno. Ora come allora, la politica fatica assai a cogliere questo cambiamento. Con le istituzioni pubbliche sempre più omologate e parassitarie, oltreché scarnificate dai tagli nei bilanci, e il mercato privato sempre più standardizzato e scadente, nutrito dal peggiore sfruttamento e improntato alla più odiosa discriminazione. Il berlusconismo di questi ultimi anni ha totalmente deteriorato il sistema: non ci sono leggi e regole, non c’è incentivazione alla produzione né tutela del lavoro, non c’è più ricerca espressiva né si valorizzano opere e contenuti. Resta solo l’indegno rituale delle nomine nei consigli di amministrazione. Ci si continua a contendere i direttori artistici e si litiga per piazzare manager, consulenti e perfino parrucchieri e falegnami, a promuovere autori e interpreti e finanche l’ultimo figurante, l’ultimo orchestrale.

Intanto, da Roma a Catania, da Venezia a Napoli, si susseguono esperienze di movimento che rivendicano il diritto a una produzione culturale indipendente. Entrano nei teatri abbandonati e li riattivano per evitare che muoiano o che si trasformino in sale da gioco, supermercati, miniappartamenti, palestre, centri benessere e chissà cos’altro. Occupano spazi vuoti e inutilizzati per trasformarli in centri di creatività, dove accendere scintille di piacere, dove suonare e cantare, recitare e ballare, creare suggestioni, allestire feste e spettacoli, invitare la gente a stare insieme e accoglierla con un sorriso. Per riprendere una felice definizione di Guido Viale sul manifesto di venerdì scorso: «È una nuova declinazione del rapporto tra arte e vita».

Insomma, si libera la cultura dalla gabbia del mercato e si strappa alla speculazione il patrimonio immobiliare. A nessuno sfugge quanto tali esperienze, nel loro affermare il primato del valore d’uso sul valore di scambio, siano in assoluta controtendenza rispetto al dominante modello economico, totalmente asservito alla mercificazione di uomini e cose, così come di conoscenze ed espressività. Bisogni e interessi opposti che depositano un antagonismo inconciliabile, che a sua volta, inevitabilmente, precipita in conflitto sociale: come quello che si sta consumando a Milano su Macao e dintorni. E prim’ancora, l’Angelo Maj, il teatro Valle, il cinema Palazzo, l’Astra, Garagezero, a Roma. E in tante altre analoghe battaglie, un po’ dappertutto.

C’è insomma in questo paese una vastissima area creativa, un insieme di professionalità, intelligenze, risorse, talenti che finalmente (e liberamente) affrontano a viso aperto la contemporaneità. Un movimento che non essendo né pubblico né privato, sfugge sia alle liturgie istituzionali che ai parametri del mercato. Tutta questa vitalissima animazione, avventata quanto determinata, restituisce una domanda politica che non può più restare inevasa, o peggio rifiutata e sgomberata.

In altri paesi, in Germania, in Francia, questo tipo di esperienze vengono valorizzate e perfino finanziate: diventano servizio sociale, offerta culturale. Qui da noi, al contrario, sono scoraggiate, contrastate e a volte represse. E ciò accade non solo per tutelare le accademie, i manierismi, gli agonizzanti repertori che stancamente ripropongono istituzioni culturali sempre più polverose e sempre più dipendenti dal potere politico. Ci si scaglia contro questi movimenti anche per salvaguardare le rendite immobiliari, i profitti speculativi, gli utili finanziari che ormai imprigionano l’urbanistica delle nostre città. Per difendere quei luoghi e quegli spazi, i tanti luoghi e i tanti spazi che sarebbero necessari per ospitare e far crescere la cultura indipendente. Quelle stesse volumetrie che i sindaci vengono obbligati a vendere per compensare la riduzione dei bilanci comunali e, nello stesso tempo, consentire la ripresa del mercato immobiliare.

In tutte le nostre città c’è un consistente patrimonio dismesso e inutilizzato, edilizia residuale, volumetrie abbandonate, scatole vuote sparse nei quartieri. Forti, caserme e rimesse militari, ex stabilimenti produttivi, depositi inutilizzati, ex mercati, parcheggi, magazzini in disuso, fabbricati svuotati di funzioni. Tutta questa cubatura potrebbe essere ristrutturata e restaurata e poi riconvertita verso un utilizzo culturale, affinché diventino (o tornino a essere) beni comuni disponibili. È un patrimonio immobiliare che va strappato alla logica della valorizzazione privata e riadattato a ospitare cantieri e laboratori creativi. Antenne e terminali insieme: sonde che intercettano il bisogno di socialità, collettori dell’offerta di servizi territoriali. Officine aperte a ciclo continuo che vivano di progetti ed esperienze, ma anche di semplici spunti e fantasie: che ascoltino e selezionino idee e proposte, nuovi linguaggi e nuovi strumenti, individuino e allevino nuovi talenti e nuove espressività, sui quali costruire stupori e fascinazioni, via via in grado di suscitare un salto nell’immaginario collettivo.

Un circuito di “casematte” che facciano da contrappunto vitale alla monotonia urbana. Luoghi che favoriscano le condizioni affinché si sviluppi un processo condiviso, lungo il quale più soggetti intervengano. In un democratico e scambievole itinerario di autoformazione, con l’obiettivo di realizzare un prodotto culturale inclusivo. Una creatività che certo coinvolga emotivamente, susciti piacere, entusiasmo, ma anche costruisca coscienza critica, consapevolezza civica, e non da ultimo attivi percorsi professionali, sviluppi economie, distribuisca reddito, inauguri modelli di gestione innovativi.

Un programma di alfabetizzazione sociale, un grande progetto di animazione artistica. Ecco quel che ci vorrebbe per movimentare e stimolare la scena territoriale: inoculare globuli rossi nei nostri anemici e impauriti quartieri. Va da sé che un progetto di questo genere potrebbe perfino svelenire quelle relazioni umane sempre più ostili e incattivite. Ritrovarsi insieme in circostanze fuori dall’ordinario, come corpi senzienti disposti e fors’anche inclini all’allegria in una festa, durante uno spettacolo, non più annidati e barricati nei propri ridotti condominiali, alleggeriti dai consueti risentimenti, insomma gli uni vicini agli altri, a guardarsi e annusarsi, crea quel composto di chimica molto organica, quella tensione magnetica che possono facilmente suscitare cordialità e vicinanza, sentimenti di reciproca disponibilità.

Oggi, grazie alle battaglie di riappropriazione culturale che attraversano il paese, tutto ciò potrebbe diventare possibile. Certo, aiuterebbe se sindaci e ministri, istituzioni e partiti riuscissero a capire che l’arte e la cultura sono soprattutto pratica sociale.

Sandro Medici

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