Kant e il problema della Pornosophia

Ci sarebbe molto da riflettere intorno a Popsophia (http://www.popsophia.it/), cioè l’evento che da luglio ad agosto accenderà i weekend della cittadina di Civitanova Marche. Ci limiteremo in questa sede, però, a ragionare intorno alla pornosophia proposta da Valentina Nappi, pornoperformer che mescola Kant, Rocco Siffredi e passaggi di Debussy.

La pornoattrice, come si può benissimo evincere dal suo blog “In punta di capezzolo” (http://www.inpuntadicapezzolo.it/) o in questo articolo del Corriere della Sera (http://www.popsophia.it/images/stories/rassegnastampa/corsera07_05_12.pdf), rivendica per la pornoperformance un ruolo rivoluzionario, capace di generare l’evoluzione morale ed etica della società. In questo senso, la pornosophia è la via maestra per la trasformazione della nostra realtà poiché ne trasforma in profondità i valori e le condizioni. Pornosophia come prassi rivoluzionaria, come riscrittura di codici e nomadismo sessuale – ontologico.

Tutte cose giuste, ma un paio di generazioni fa. La pornografia, come pratica di liberazione e come conquista di sé, aveva un suo importantissimo senso nello sconvolgimento epocale che l’Occidente ha iniziato (o ha subìto?) subito dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. Allora, infatti, la generale trasformazione dell’orizzonte storico-culturale ha coinvolto pure il nostro modo di vivere la sessualità e, così come ogni avanguardia, la pornografia ha contribuito a far guadagnare con la sua “eccezionalità” una nuova “normalità” (non so quanto ben utilizzata, ma questo è un altro discorso). Tutto lecito ma, ripeto, una quarantina di anni fa. Come stanno le cose oggi?

Oggi mi sembra che l’industria del porno porti ai massimi livelli la mercificazione del corpo e l’alienazione degli esseri umani nei confronti di un rapporto sessuale etico, giusto ed appagante. La pornografia, insomma, è entrata a pieno titolo nei meccanismi del sistema economico e, come tale, lo legittima e lo fortifica. Una legittimazione che non ha come obiettivo la liberazione della donna, dell’uomo e del loro rapporto, ma provoca una percezione alienante del sesso rendendoci inadeguati nel sentire e nel godere. I ragazzini si imbottiscono di pasticche in preda all’ansia da prestazione che la filmografia porno impone loro. Non potendo reggere il confronto, si riversano nella ben più consolante prostituta sotto casa (il cui “consumo”, appunto, è in crescita esponenziale) e si rendono costitutivamente incapaci di un giusto rapporto con sé e con la propria partner. Che dire, poi, della figura della donna, ridotta com’è a strumento della superpotenza erotica maschile, cioè inerte oggetto di un rituale che vive nel climax della ripetizione di scene preconfezionate. Una mercificazione che non è “altro” rispetto all’andamento della nostra società, ma si situa in modo determinante in esso. Insomma, è la cultura Occidentale ad aver mercificato l’umano e ad aver imposto ogni prassi non come atto vitale ma come pratica di consumo: l’immagine della donna che rimbalza nella nostra tv, per esempio, perpetua il ruolo di docile e servizievole oggetto nelle mani del maschio (o dei maschi) e giudicata in base alla qualità delle sue prestazioni.

Il problema ovviamente non è Popsophia o la Nappi, ma il confondere lo spettacolo con la cultura, l’accidente con l’essenza, la superficialità con la profondità. Oggi la pornografia non è rivendicazione di eccezionalità ma semmai esaltazione della banalità, di un sesso spersonalizzato e ingabbiato in uno schema già pronto per il suo consumo.

Senza nominare le feste private a cui siamo stati abituati dalla cronaca, dove sta l’eccezionalità del pornoattore quando è lo stesso potere che immette il sesso nei propri ingranaggi come fine e come mezzo? L’avanguardia è eccezionale proprio perché va al di là invece che omologarsi e mettersi al servizio dello status quo. Dovrebbe inaugurare un nuovo sentire (e nel caso del sesso un nuovo godere) e non legittimare lo scadimento della nostra condizione. Non basta mascherare con Kant o Debussy la pornoperformance per evitare la vacuità che sostiene tale maldestro e pericoloso tentativo di trasformare la realtà.

Per quanto mi riguarda, una pratica davvero rivoluzionaria sarebbe scardinare questa pornografia (che invece la Pornosophia inconsapevolmente propugna) affinché, come quarant’anni fa, si creino le condizioni per trasformare almeno un poco il sistema culturale imposto dalla nostra civiltà del consumo. Allora, anche Popsophia avrebbe un senso e non sarebbe una semplice accozzaglia di eventi che, invece di mostrare la vacuità delle nostre radici, allarga a dismisura l’abisso travestendosi da Cura.

Per concludere, una nota. Mi pare molto curioso voler fondare la possibilità di una pratica etica della pornografia nel filosofo che, fondamentalmente, ha fondato l’idea stessa di moralismo (aiutato nell’impresa dalla sua formazione pietista): non vedo come la metafisica della morale possa accordarsi con una sessione di sesso di gruppo ehm, pardon, pornoperformance. Insomma, credo ingenuamente che se Kant avesse avuto la possibilità di aprire un blog, non l’avrebbe intitolato “in punta di pene”.

 

P. S. Dire che un pornoperformer è più importante di un medico che fa vaccinazioni in Africa (http://www.inpuntadicapezzolo.it/un-porno-performer-e-molto-piu-importante-di-un-medico-che-va-a-fare-le-vaccinazioni-in-africa/) tradisce un provincialismo filosofico squisitamente Occidentale e marcatamente post-moderno. Una frase del genere può essere pronunciata solo se si crede davvero che i problemi di questo nostro e meschino spazio-tempo siano i problemi dell’Essere e che, dunque, tutta la realtà sia la nostra realtà e che risolvere le nostre ansiette da Occidentali panciuti, ben vestiti e imborghesiti equivalga a trasformare epocalmente il divenire delle cose. Sarebbe molto bello ma nel mondo, purtroppo, esistono cose che non possono essere risolte con una pornoperformance e che, queste sì, davvero umiliano la nuda carne di altri esseri viventi (umani e non-umani).

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4 pensieri su “Kant e il problema della Pornosophia

  1. Di fronte a certi fenomeni, del tutto conformi con la vena provocatrice di buona parte dell’industria culturale, la migliore reazione che un genuino amore per la filosofia dovrebbe suscitare è una bella iniezione di ironia. Molto interessanti le riflessioni, ma del tutto spropositate rispetto alla pochezza che le ha innescate.

    1. Hai, ovviamente, ragione. Ed, effettivamente, ero tentatato di rispondere con ironia a questa evidente pochezza di forma e di contenuti (non sarebbe stato difficile).
      Nello stesso tempo, però, ho ritenuto più apportuno smascherare fin da subito il meccanismo che si ciela dietro queste operazioni di marketing culturale con le categorie di un discorso (per quanto possibile) filosofico. Affinchè non si dia respiro a tali operazioni e nemmeno per un attimo si possa pensare: “Mah… tutto sommato che male c’è?”

      1. Sai meglio di me che la serietà austera (che non deve essere necessariamente seriosa, anzi…) della ricerca filosofica ha dovuto cimentarsi con innumerevoli tentativi di imitazione e di saccheggio, per cui il marketing non è che la più recente forma della sofistica. Quel che eviterei è di accordare troppa attenzione ai fenomeni di puro e vuoto clamore, per godere invece della possibilità di ascoltare molte più interessanti testimonianze di personalità intellettuali di peso, primo tra tutti Pupo).

        1. Già. Ricordiamo anche che per i tipi di Mondadori (collana Meridiani) sarà presto disponibile l’opera omnia di Pupo.

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