Monti, Taranto e Der Spiegel: o sulla governance, la vita e la democrazia

Abituati a estati interamente dedicate al mare, gli amici, le feste e il calciomercato, ai bassi ritmi del lavoro agostano e in spasmodica attesa di quelle 2 settimane di ferie che finiranno con la velocità che è loro consona, non ci sorprendiamo mai abbastanza della vaghezza della cronaca politica estiva: voci e vocette degne dell’ultimo acquisto del Milan (o forse, dell’ultima cessione…), novità tali quanto la scoperta dell’acqua calda e proposte degne del cinema fantasy occupano le pagine 2,3,4,5,6,7,8,9,10,11,12 dei principali quotidiani, e di solito finiscono per non scalfire il nostro relax giornaliero, che spinge i più a preferire Gazzetta dello Sport, Chi e Settimana Enigmistica ai quotidiani o a una faticosa ricerca on line delle informazioni (e che cavolo, dovrò pur riposarmi, no?).

Quest’anno, tuttavia, sullo sfondo delle Olimpiadi e del fidanzamento tra Stefano e Belen, è bene porre l’accento su un paio di situazioni che meritano un approfondimento, utile quando si tornerà, purtroppo o per fortuna, ad occuparsi delle tristi faccende e informazioni della vita di ogni giorno.

Il 6 agosto 2012 è uscita, sul settimanale tedesco Der Spiegel, un’intervista al Primo Ministro Italiano Mario Monti, che riportiamo nella sua versione inglese.

Tra le molte cose emerse da una chiacchierata pacata e lucida, come proprio della personalità del primo ministro italiano, una merita uno zoom particolare: come spesso succede, all’estero Monti scioglie la lingua e libera il pensiero, esprimendo a chiare lettere alcuni concetti chiari a molti addetti ai lavori, un po’ meno alla maggioranza della popolazione.

Il Premier sostiene, senza giri di parole, che i Governi nazionali debbano relativamente rendere conto ai rispettivi Parlamenti, preservandosi la possibilità di agire in totale autonomia dal mandato del principale organo di un Paese a democrazia liberale: il Parlamento appunto.

Afferma, addirittura, che l’esecutivo “has a duty to educate parliament”, ha il dovere di educare il parlamento… Senza richiamare La Repubblica di Platone, basta leggere l’intervista per rendersi conto che di un vero esproprio della sovranità del Parlamento si parla. Non a caso, fin dal giorno seguente l’intero spettro politico tedesco ha preso fortemente posizione contro l’intervista di Monti, ribadendo l’assoluta centralità del Parlamento nelle decisioni del Governo… Pesanti critiche la cui eco è giunta debole nel nostro Paese.

La democrazia liberale italiana, come quella di tutti i principali paesi europei, si fonda sull’idea della divisione (e dell’equilibrio) dei poteri: se quindi va affermato e ribadita l’esigenza di dotare i nostri territori e il nostro Paese di nuovi, partecipativi e diretti strumenti di gestione e governo, dobbiamo riconoscere che i limitati margini democratici si reggono attualmente sulla centralità di un legislativo (il parlamento) che mette in moto un esecutivo (il governo) che da attuazione alle leggi dentro un quadro di legalità (potere giudiziario) e costituzionalità. Le affermazioni di Monti, in quest’ottica, svelano la natura costituente, e incostituzionale, del Governo attuale: fuori dal vecchio e ormai obsoleto populismo berlusconiano, i membri dell’attuale esecutivo parlano e attuano (a colpi di decreti legge e fiducie) riforme che mirano a ridefinire la divisione dei poteri nel nostro Paese: un nugolo di tecnici (illuminati e in grado di “educare il parlamento”) deve mettere in pratica dettami altri (“la ragione europea” “la riduzione del debito con riforme strutturali” “la liberalizzazione del mercato del lavoro” e “la privatizzazione dei beni pubblici”) bypassando l’organo eletto e ponendo in secondo piano anche la costituzionalità e legalità.

A questo livello, si situa il caso Ilva, enorme azienda siderurgica di Taranto. Lo stabilimento pugliese, sorto nel 1965 e di proprietà del gruppo siderurgico Riva, è grande una volta e mezza l’intera città di Taranto (guardare su Google Earth per credere), ha400 km di ferrovia al proprio interno e 15.000 dipendenti, che considerando l’intero indotto arrivano a 3 volte tanto. Centro produttivo della provincia e dell’intera regione, l’Ilva (detto “il Mostro” dai tarantini) è stato posto sotto sequestro dalla procura di Taranto nei giorni scorsi, in seguito alla perizia (durata sette anni) che ha quantificato [1]:

  • un totale di 11550 morti, con una media di 1650 morti all’anno, soprattutto per cause cardiovascolari e respiratorie;
  • un totale di 26999 ricoveri, con una media di 3857 ricoveri all’anno, soprattutto per cause cardiache, respiratorie, e cerebrovascolari.

Di questi, considerando solo i quartieri Tamburi e Borgo, i più vicini alla zona industriale:

  • un totale di 637 morti, in media 91 morti all’anno, è attribuibile ai superamenti dei limiti di PM10;
  • un totale di 4536 ricoveri, una media di 648 ricoveri all’anno, solo per malattie cardiache e malattie respiratorie, sempre attribuibili ai suddetti superamenti.

Senza soffermarsi sull’intera vicenda, che avrà maggiore approfondimento nei suoi aspetti giudiziari, tecnici, storici, l’elemento politico da riconoscere è che la magistratura sta rispondendo ad una problematica oggettiva posta dalla cittadinanza tarantina: il diritto alla vita e alla salute. La solita affermazione “dobbiamo scegliere tra il pane e la salute” è qui insufficiente: la magistratura agisce per garantire un diritto costituzionale, per cui combatterla significa non riconoscerlo come tale. Invece, è proprio ciò che ha fatto il governo: il previsto ricorso alla Consulta contro i provvedimenti della Procura tarantina segue di qualche ora le affermazioni dei ministri sulla illiceità dei pm ad occuparsi di politica industriale, come se il movente vero non fosse la vita dei cittadini tarantini e non solo.

Cosi facendo, il Governo ha affermato due cose: a) la “politica industriale” può fare a meno dei diritti costituzionali (come dimostrano i tanti anni di silenzio attorno al dramma ILVA); b) la magistratura non deve avere la forza sufficiente per imporre la garanzia dei diritti costituzionali.

Alla faccia del principio giuridico per cui “la legge esiste per garantire il più debole”.

Torniamo all’inizio: quali brandelli di democrazia restano, se il potere esecutivo fa la guerra, simbolicamente e giuridicamente, al potere legislativo e giudiziario di un Paese?

E soprattutto: cosa rimane al popolo per difendere se stesso e generare un cambiamento desiderato?

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