Furto d’informazione? Forse manca un po’ di coraggio

L’appello sull’attuale “furto d’informazione”, lanciato di recente da una alcuni pensatori italiani, contiene al suo interno una serie di presupposti, più o meno espliciti, circa il rapporto fra democrazia ed informazione:

a) democrazia significa governo del popolo

b) il popolo per governare deve essere bene informato

c) una buona informazione significa pluralismo

d) senza pluralismo non c’è informazione

e) senza informazione il popolo è ignorante

f) un popolo ignorante non può governare

g) se il popolo non governa non ha senso parlare di democrazia

Approfondirò brevemente ciascun presupposto per mostrare quelli che, dal mio personalissimo punto di vista, sono i limiti generali di questo appello, che rimane, comunque, un contributo importante e capace di gettare una luce critica su un dramma sociale la cui soluzione sembra, purtroppo, incredibilmente lontana. Partirò dall’ultimo.

g) Se il popolo non governa non ha senso parlare di democrazia. Oggi, in Italia, ha effettivamente poco senso parlare di democrazia. Il popolo non governa, non ha potere decisionale. Non governa perché privato dalle istituzioni statali ed extrastatali degli strumenti per autogovernarsi e condividere consensualmente le decisioni. Su ciò che condiziona maggiormente la sua vita non ha il diritto di esercitare alcun potere decisionale; si fa fatica a capire, come avviene da sempre, a chi sia stato costretto a delegare questo potere, la finanza, i partiti, la mafia, le banche ecc. La scarsità di potere sociale in grado di farsi valere attraverso le vie istituzionali è riconducibile solo in parte all’ignoranza popolare, ignoranza che, tuttavia, c’è e non può non essere messa in evidenza.

f) Un popolo ignorante non può governare. Un popolo ignorante non può autogovernarsi. Le decisioni politiche devono essere sostenute da esperienze, argomenti e saperi senza i quali le rivendicazioni popolari perdono di legittimità e si spengono nella polemica di una rivalità tra parti fine a se stessa. L’ignoranza che frena i processi di apprendimento dei cittadini è solo in parte dovuta all’irresponsabilità del giornalismo; tuttavia questo vuoto c’è, è enorme, ed è fondamentale sottolinearlo.

e) Senza informazione il popolo è ignorante. L’informazione, in particolare l’informazione politica, costruendo la realtà sociale, non rispecchiandola, crea la base cognitiva intorno alla quale il popolo orienta la sua capacità di giudicare il mondo. La capacità di giudizio del popolo/lettore-ascoltatore, è il nucleo fondamentale di ogni teoria dell’informazione politica. La qualità del giudizio dipende dagli strumenti/spazi usati per comunicare, dalla qualità di chi comunica e dalla qualità di chi ascolta/legge l’informazione. In gioco c’è il senso di essere giornalista, oggi, nello spazio/tempo di internet, dell’economia informazionale, dell’uccisione del lavoro, di un modello tradizionale di fare business con l’informazione totalmente in crisi, di un bisogno di comunicazione sociale credibile, umanizzante e non cibernetica, senza precedenti. L’appello si concentra esclusivamente sul secondo aspetto, la qualità di chi comunica, e lo risolve così: pluralismo.

d) Senza pluralismo non c’è informazione. Quasi tutti concordano sul presupposto che senza pluralismo non ci sia né informazione né democrazia; l’alternativa al pluralismo è il MinCulPop o l’industria culturale, la verità di stato o l’assenza di verità, comunque funzionali al potere politico-economico. Il pluralismo, ormai in vari campi del sapere, è l’ideale con cui si coprono tutte le contraddizioni materiali prodotte dal rapporto tra potere e sapere nell’industria culturale. Che cosa c’è in gioco? Il diritto fondamentale alla libertà di comunicare. Quale è il limite della libertà di comunicare? Secondo il “pluralista” il limite fondamentale è quello sancito dalla libertà, esercitabile da chiunque fosse interessato, di sostenere pubblicamente un’opinione altra, diversa, magari opposta e fortemente critica; il tutto delimitato ulteriormente dalle regole scritte del diritto e dalle regole non scritte della tradizione e del senso comune. Il principio morale dell’imparzialità viene dedotto allora dall’apertura socialmente regolata alla differenza di vedute; nell’appello non si trova niente più di questo. Nessun problema se un quotidiano come la Repubblica legittima nei suoi editoriali il sacrificio del popolo, della democrazia parlamentare e della Costituzione; è sufficiente che dia spazio anche al pensiero democratico e pace fatta. Già, pace fatta e conflitto regolato, illusoriamente. Questo modello di pluralismo ha distrutto la verità, l’emersione dell’ingiustizia, prodotto indifferenza, apatia, tolleranza verso ogni manifestazione del male. Con questo pluralismo non c’è informazione.

c) Una buona informazione significa pluralismo. Quale limite alla libertà di comunicare? Il pluralismo, non c’è dubbio. Ma quale? Un pluralismo eticamente orientato sostenuto dall’uso critico degli strumenti/spazi di comunicazione (cartaceo, tv, internet, luoghi pubblici), dalle qualità umane dei lettori-ascoltatori e, naturalmente, dei giornalisti. Un giornalismo di qualità dovrebbe rapportarsi criticamente al diritto, alla tradizione e al senso comune, per trovare in una parzialità illuminata la radice comune dalla quale aprirsi all’imparzialità che nasce quando si assume criticamente la prospettiva di altri e ci si apre con onestà e rispetto alla loro diversità.

b) Il popolo per governare deve essere bene informato. A questo punto l’essere bene informato avrà tutt’altro senso. Quale? Quello di sentirsi dalla parte che potrebbe, sottolineo potrebbe, essere giusta, quello di raccontare insieme ad altri, da prospettive infinite, questa parte, quella di offrire un’alternativa di sapere all’informazione malata che legittima l’ingiustizia. Da cosa nasce concretamente l’imparzialità? Da due sorgenti inesauribili e dimenticate: dall’assunzione parziale, partigiana e non partitica (per il giornalismo partiti, destra, sinistra, centro e quant’altro non dovrebbero esistere), della prospettiva di chi viene offeso dal potere e di chi al potere tenta di resistere. L’imparzialità nasce raccontando le contraddizioni che attraversano la vita dignitosa di un immigrato rispetto alle identità nazionaliste, di un omosessuale nei confronti dell’identità sessuale, di un lavoratore schiacciato dall’identità capitalista, di una donna violentata dall’identità maschile, di un animale torturato dall’identità umana, di una persona la cui salute viene oscurata dal profitto, di un cittadino oppresso dall’identità statale, di un laico aggredito dal fondamentalismo religioso, di un malato, un delinquente, un pazzo abbandonati perché tali; l’imparzialità nasce anche raccontando l’esperienza di chi quotidianamente lotta contro queste molteplici manifestazioni del potere e magari riesce ad offrire delle alternative praticabili alle contraddizioni da esso prodotte. L’informazione giornalistica, come dispositivo in grado di far circolare il sapere necessario a motivare il giudizio del popolo sulla realtà, continua ad oscurare questa parte di mondo a due dimensioni: le contraddizioni del potere e l’alternativa ad esso. Da questa parzialità dovrebbe ripartire per essere (un potere) imparziale. Il resto è in buona parte pura legittimazione della violenza del potere, a volte in malafede, spesso per conformismo, sudditanza, paura, abitudine, banalità. Seppure ci siano molti giornalisti che resistono, spesso con pesantissime conseguenze, il giornalismo italiano, come dispositivo sistemico impersonale, è falsamente pluralista, indifferente alla comunicazione di una parte del mondo, non imparziale perché insensibile all’imparzialità che nasce dalla condivisione dell’assunzione della prospettiva di chi viene offeso dal potere statalista, capitalista, mediatico, mafioso, maschilista, antropocentrico, nazionalista, razzista, religioso, sessista, e di chi a tutto ciò trova il modo per resistere o vorrebbe trovarlo.

a) Democrazia significa governo del popolo. Sull’incapacità di raccontare la violenza del potere, l’altra faccia di un’assoluta insensibilità verso la narrazione di modelli esemplari alternativi, regredisce fino a scomparire la cultura politica del popolo, a cui non rimane nient’altro che farsi governare, rinunciando al diritto/dovere di autogovernarsi. Il potere informazionale, espresso dal giornalismo italiano, insieme ad altre dimensioni pseudoculturali che costituiscono il potere mediatico nella sua complessità, legittima la violenza del potere e la rinuncia del popolo ad essere artefice del proprio destino politico. Oggi, in Italia, ha effettivamente poco senso parlare di democrazia, se non come una tecnica con cui il potere addomestica il popolo per autoconservarsi ed immunizzarsi dal suo potere di resistere, innanzitutto dimenticandosi di chi con coraggio cerca ancora, nonostante tutto, di farlo.

Cosa manca all’appello? Il coraggio di dire che per essere imparziale, pluralista e democratico, oggi, il giornalismo deve scegliere da che parte stare, dalla parte di chi legittima la violenza e i sacrifici imposti dal potere alla dignità umana, o dalla parte di chi, per difenderla, continua a resistere o vorrebbe farlo ma non ce la fa; ci sarebbe, in merito, così tanto da raccontare che, forse, avrebbe finalmente senso far uscire un giornale quotidianamente. Chi non è imparziale non è semplicemente qualcuno a cui accostare un articolo di bilanciamento; chi, cioè, non crede abbia un senso democraticamente irrinunciabile condividere con altri la fatica di distinguere il giusto dall’ingiusto è un nemico della democrazia, dell’informazione e del pluralismo e come tale va criticato, nella speranza che, alla lunga, una comunicazione sociale alternativa sia capace, democraticamente, di sostituire quella antidemocratica. Affinché ciò avvenga, i “fondamenti normativi” dell’alternativa devono essere chiari e non è detto che siano quelli qui proposti. Si tratta di discuterne e un appello dovrebbe, con coraggio, cercare di stimolare questo confronto esplicitando almeno due problemi: che cosa si intenda per democrazia, pluralismo e imparzialità senza lasciarli come presupposti (in altre parole, quali sono i valori che ispirano, in campo giornalistico, il diritto fondamentale alla libertà di comunicare e come possono concretamente essere messi in pratica), e come un’alternativa possa relazionarsi a quelle forme di giornalismo che abusano della libertà violando i valori irrinunciabili su cui democrazia, pluralismo e imparzialità vorrebbero essere costruiti. Un giornalismo secondo cui il criterio in base al quale criticare la libertà è la libertà stessa costruisce, non rispecchia, il “popolo delle libertà” e poco altro. Se è vero che abbiamo bisogno di ripensare e praticare un’altra economia e un’altra politica non può che essere altrettanto vero che abbiamo bisogno di praticare un altro giornalismo; mi sembra che l’appello, accontentandosi di poco, finisca per legittimare ciò che andrebbe trasformato, forse semplicemente sostituito, sicuramente ripensato.


Comments

comments

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *