Tutti a scuola…finchè dura!

Un’altra estate è ormai terminata, e il suono della campanella delle nostre scuole ne è da sempre il segnale più evidente.
E come al solito, nei bar di paese come nei telegiornali, inizia il solito rincorrersi di informazioni e notizie variamente utili che ruotano attorno al tema scuola: gli zaini troppo pesanti, la dieta per affrontare al meglio il ritorno sui banchi, i libri sempre più costosi, e via dicendo.
Poco o nulla, invece, sul fatto che un terzo delle nostre scuole pubbliche di ogni ordine, grado e latitudine stia ormai crollando a pezzi, mentre restano in voga i cosiddetti “Buoni Scuola” per permettere ai meno abbienti di iscrivere i propri figli alle scuole private, le quali, in nome di una pretesa “parità” continuano a ricevere ingenti finanziamenti statali, che si sommano ai legittimi contributi delle famiglie.
Si parla di digitalizzazione, di I-Pad sui banchi di scuola, dove però mancano ancora i computer, se non gli stessi banchi e persino la carta igienica nei bagni, il toner nella fotocopiatrice, i gessetti per la lavagna.
Peccato, poi, che non pochi bambini e ragazzi disabili restino ancora senza l’indispensabile insegnante di sostegno, se non per un irrisorio numero di ore (come se si potesse essere disabili per poche ore al giorno) o dopo costosi e farraginosi ricorsi al Tar.
Uno dei temi maggiormente dibattuti dagli ultimi governi riguarda la valutazione, ovvero come creare test efficienti ed imparziali per giudicare al meglio tutto e tutti, studenti, docenti, scuole e università. E quindi è tutto un susseguirsi di asettici quiz, come quello, ben noto, per abilitare i nuovi insegnanti (ne abbiamo parlato recentemente) o per entrare all’università: campionari di nozionismo desueto ed inopportuno. Stesso discorso per la valutazione delle stesse scuole e università: numeri e classifiche dotate di poco senso globale, raramente eque e più spesso parziali, dato che nessuna valutazione, meno che mai quelle meramente quantitative, potrà mai restituire l’interezza e la complessità della realtà globale.

Il discorso potrebbe putroppo andare avanti all’infinito, mettendo in gioco l’eterna precarietà dei docenti, l’assenteismo e il precoce abbandono scolastico, l’incoerenza di corsi e indirizzi di studio, la discriminazione degli studenti stranieri. Ma è la stessa scuola a formare la scuola, e da queste ceneri dovrà venir fuori la cultura del domani, sperando che qualcuno riesca, prima o poi, ad imparare qualcosa dagli errori di chi l’ha preceduto.

Coraggio ragazzi, pensateci voi: buon ritorno a scuola!

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