LA DIVERSITA’ CHE AIUTA A CRESCERE – Testimonianza di un operatore sociale del GUS

Pubblico qui di seguito un’interessantissima testimonianza scritto da Alessandro Zucconi, un giovane operatore del G.U.S. di Macerata. Dalle sue parole potrete carpire meglio cosa fanno e chi sono i numerosi ragazzi che vagano per Macerata, e in altre città italiane, in attesa di una risposta di richiesta di asilo politico.  Il suo punto di vista è quello di colui che sta al fianco dell’ospite tutti i giorni; l’operatore sociale lavora sul campo e cerca di risolvere situazione più disparate, a volte anche divertenti, che si creano durante il soggiorno di un ragazzo africano senza documenti nel suo processo di integrazione nella nostra società. Essendo Noi di Via Libera sensibili e interessati alla tematica dell’integrazione, siamo lieti di pubblicare questa Testimonianza.

“Quando ho iniziato a lavorare al progetto “Emergenza Nord Africa”, mi dissero che era un programma di accoglienza per i profughi di guerra provenienti dalla Libia, dove da poco era scoppiata l’insurrezione popolare contro il regime di Gheddafi. Immaginai dunque che avrei avuto a che fare principalmente con libici che fuggivano dalla guerra. Il primo giorno di lavoro, invece, mi resi conto che delle 140 persone che facevano parte del programma di accoglienza, nemmeno uno era di nazionalità libica, vi erano invece molte nazionalità diverse: Mali, Somalia, Ghana, Nigeria, Ciad, etc., quasi tutta la parte nord dell’Africa Sub-Sahariana era rappresentata. Dopo alcuni mesi di lavoro, imparai a conoscere meglio i nostri “ospiti” e le loro storie di vita, mi resi conto che tutti avevano alle spalle un lunga esperienza di emigrazione. Tutti erano fuggiti dalla loro terra d’origine per cercare una vita più dignitosa in Libia, terra ricca di petrolio e lavoro.

Alcuni erano molto giovani sui 20-22 anni (il programma d’accoglienza non prevedeva minori di 18 anni) che già avevano fatto un esperienza di emigrazione dal loro paese di origine alla Libia, dove vivevano da qualche anno. Altri erano più anziani ed avevano viaggiato molto di più per il continente africano, quest’ultimi di solito avevano una famiglia e trovare un lavoro in Libia significava poter inviare soldi a casa per sfamarla. Alcuni di loro avevano un bagaglio di esperienze notevole alle spalle. Parlando con loro mi resi conto di come sia variegato e pieno di differenze il continente africano; all’interno di ogni stato, anche piccolo come il Gambia, vi sono numerose lingue ed etnie diverse che convivono tra loro. Sapevo già che l’Africa fosse un gigantesco mosaico culturale, però quando ascoltavo quei racconti, avevo l’impressione di vivere in prima persona quella realtà.

Molte delle persone che ho conosciuto parlavano 4-5 lingue, alcuni anche di più, un italiano che parli 5 lingue sarebbe considerato un “piccolo genio”, in alcune zone dell’Africa non è così fuori dal comune. Queste persone non solo sono nate in contesti di per sé multietnici, ma hanno anche viaggiato e vissuto in altri paesi, hanno sperimentato la diversità culturale in maniera significativa, forse molto più che tanti europei. Conoscendoli meglio, diverse volte ho notato in loro una grande conoscenza di culture, religioni e tradizioni del mondo africano, e quello che mi colpiva era il loro astenersi dal giudizio sulla diversità. Se provavo a chiedere un parere su cosa ne pensassero dello stile di vita e delle persone di un determinato paese, il più delle volte la risposta era la stessa: Le persone sono differenti ovunque tu vada!

Non esprimevano un giudizio, si limitavano a rimarcare il fatto che quel luogo era semplicemente differente da un altro. Nei casi in cui riuscivo ad entrare più in confidenza con una persona, gli chiedevo di parlarmi della sua famiglia, alcuni ne parlavano con piacere, altri meno. Un ragazzo una volta mi raccontò di quando decise di emigrare lasciando il suo villaggio: Da dove vengo io, quando parti non sai se rivedrai di nuovo i tuoi familiari ed amici!

Emigrare significa affrontare un viaggio duro, pericoloso, spesso mortale, significa “affidarsi a Dio” come direbbero loro, lo stesso Dio che avrebbe vegliato sulle loro famiglie. La loro religiosità e forza spirituale è qualcosa che mi ha sempre affascinato, la loro fede in Dio li sostiene enormente nell’affrontare le difficoltà, nell’affrontare una vita travagliata e sofferta, anche se la mia impressione è che molti non pensano di aver avuto un destino tormentato e diffcile, non si sentono “vittime” di qualche ingiustizia. Credo che in qualche modo abbiano imparato ad accettare determinate condizioni di vita e con le loro paure e fragilità continuano a seguire il cammino che Dio ha tracciato per loro, con grande fede. Parlare con loro mi ricorda sempre di quanto sia importante nella vita “credere in qualcosa”, in Dio, in un Valore, in un Ideale, è una grande fonte di energia per lo spirito di ogni individuo. Per questi motivi ho imparato a non provare compassione per loro, cerco sempre di capirli ed aiutarli, ma mai di compatirli. Questi ragazzi dopo aver affrontato l’esperienza dell’emigrazione sono giunti in Libia: “La terra promessa”.

Non ho mai sentito uno solo di loro, parlare negativamente della Libia, anzi molti mi dicevano che se fosse cessata la situazione d’instabilità, sarebbero tornati volentieri a vivere laggiù. Personalmente ho sempre pensato alla Libia come ad una dittatura militare dove vengono negate le libertà e i diritti fondamentali dell’uomo, un posto dove non avrei mai voluto vivere, ma a quei ragazzi la Libia aveva offerto un lavoro, una casa e probabilmente anche una sicurezza maggiore del futuro. La Libia gli aveva dato quello che cercavano e per cui erano emigrati, e che avrebbero perso con lo scoppio della guerra. Tutti i nostri ospiti sono stati costretti a lasciare la Libia per fuggire dalla guerra, sono stati forzati a lasciare un luogo che gli aveva permesso di vivere decentemente e di sfamare le loro famiglie. Quindi hanno intrapreso un’altro viaggio pericoloso, prima attraversando il deserto ed ora il mare, per approdare in Italia. Il Mar Mediterraneo e la Guerra hanno preso molte vite, quante persone avranno visto morire questi ragazzi, quante volte avranno pensato che gli sarebbe toccato lo stesso destino.

Oggi i ragazzi del progetto “Emergenza Nord Africa” stanno ripartendo da zero, cercando di dare un senso a questa nuova emigrazione e ritrovare quella condizione di vita soddisfacente, che avevano lasciato in Libia. L’integrazione nella società italiana è molto difficile per loro, si trovano di fronte ad un sistema ed una cultura completamente diversi da quelli che hanno incontrato in precedenza. Io e gli altri operatori ogni giorno, con tutti i nostri difetti ed errori, cerchiamo di aiutarli a compiere il faticoso ed arduo cammino verso l’integrazione, consapevoli che non tutti ce la faranno, alcuni forse emigreranno di nuovo, continuando una vita all’insegna della precarietà esistenziale.

Nel frattempo cerco di trarre il massimo da questa esperienza, imparando e crescendo con loro, speranzoso che questo nostro incontro lasci un segno, che sia un’esperienza a livello umano che ci faccia crescere ed arricchisca le vite di ognuno di noi.”

Alessandro Zucconi.

 

 

 

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