Storie di laureati che diventano artigiani: alchimia di cuore, mani e testa

 Se c’è un vantaggio del mondo del lavoro di oggi, così precario, così complesso, è sicuramente rappresentato dalla lenta caduta di molte delle chiusure e dei preconcetti del passato. E’ così che vogliamo intendere il fatto che, dati alla mano, diversi laureati decidono di cambiare rotta per mettere le mani in pasta ed avviare una bottega artigiana. Così, due mondi da sempre separati, quello teorico dello studio universitario e quello pratico del lavoro manuale arrivano a congiungersi, generando un magico mix di cultura, tecnica e passione: uno degli indubbi vantaggi della crisi che – dicono – stiamo affrontando. Per saperne di più abbiamo intervistato Elisa Di Battista, giornalista ed ideatrice del sito e del Progetto “Laureati Artigiani“, nati per raccogliere e condividere storie di ragazzi che, dopo la laurea, scelgono un mestiere artigiano. Con altrettanti preparazione, studio e passione.

Com’è nato il Progetto “Laureati Artigiani” e quali scopi si prefigge?

“LaureatiArtigiani nasce dalla curiosità per i temi legati al lavoro manuale e dalla volontà di capire come oggi il mestiere artigiano possa trovare nuova linfa dall’incontro con la formazione universitaria. Mi ero occupata di questo argomento pubblicando un’inchiesta, lo scorso giugno, sul social magazine Walk on Job. Quindi mi sono lasciata affascinare sempre di più dal tema e ho pensato di raccogliere le storie dei laureati che decidono di intraprendere il mestiere artigiano in un blog (nato ai primi di dicembre 2012), dando loro spazio e voce e analizzando una tendenza in corso, e osservandone gli sviluppi da dentro.”

Quali sono i motivi che spingono un laureato a cambiare rotta e ad “aprire bottega”? Unica complice la crisi economica, o c’è dell’altro?

“I laureati stanno sicuramente prendendo coscienza dell’esistenza di strade alternative da percorrere rispetto a quelle “standard”, a cui siamo abituati da decenni. Di sicuro la crisi è complice, rende difficile o impossibile l’inserimento lavorativo come dipendenti e spinge a inventarsi un lavoro. Naturalmente, alla base c’è sempre una passione innata, una predilezione per ciò che riguarda la manualità. Oltre a una certa dose di coraggio e di spirito imprenditoriale.”

In questi casi, il periodo di studio è tempo perso o rappresenta un valore aggiunto? Quali sono i vantaggi e le specificità di una formazione teorica applicata ad un lavoro di tipo manuale/artigianale?

“I ragazzi che ho avuto modo di conoscere e intervistare non rinnegano il proprio percorso di studi, anzi, ne riconoscono il valore aggiunto. La conoscenza delle lingue, ad esempio, favorisce il commercio con l’estero; quelle dell’informatica e della rete aiutano nella promozione online, mentre la capacità di studiare appresa all’università torna utile quando si tratta di applicare un metodo per raggiungere gli obiettivi, o una pedagogista viene facilitata quando deve insegnare a creare a mano accessori per la casa. Gli artigiani che hanno un titolo di studio universitario, insomma, dichiarano di avere appreso strumenti fondamentali per la propria attività. Certo, il mestiere poi l’hanno imparato da autodidatti o affiancando in bottega un artigiano più esperto, ma portano con sé un know how aggiuntivo.”

Delle storie che pubblichi sul tuo sito, quale/i ti colpisce/colpiscono di più? Si rilevano degli aspetti ricorrenti, dei punti in comune fra loro?

“Di sicuro il coraggio e l’intraprendenza, oltre alla passione per ciò che fanno. Riescono a trasmettere un entusiasmo che scalda il cuore, una voglia di fare ciò che amano rara a trovarsi, ed è bellissimo raccogliere le loro esperienze. Certo, gli ostacoli ci sono e sono tanti: dal problema dell’accesso ai finanziamenti ai costi troppo alti degli affitti delle botteghe. C’è chi si scontra con la perplessità dei parenti di fronte all’apertura di un’attività artigiana e chi invece incontra il sostegno di tutta la famiglia; e chi la svolge parallelamente a un lavoro precario ma da dipendente, per iniziare a muoversi con le proprie gambe.”

Si dice che i giovani non apprezzino più i mestieri manuali: è solo un luogo comune o c’è un fondo di verità?

“La società tende a disincentivare l’attività manuale e per anni ha tentato, in parte riuscendoci, di farci credere che il lavoro manuale fosse un lavoro di serie B. In fondo, è una questione culturale: se la società spinge a ritenere il lavoro manuale un mestiere secondario, difficilmente un giovane lo riterrà un’attività nobile e appetibile. Oggi però alcuni giovani stanno reagendo e riscoprendo la bellezza del fare e del crearsi un lavoro con le proprie mani.”

Elisa invita a segnalare storie di laureati artigiani attraverso il sito http://www.laureatiartigiani.it/storie/ . Laureati Artigiani è anche su Facebook  e su Twitter (@laureartigiani), oltre che su G+.

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2 pensieri su “Storie di laureati che diventano artigiani: alchimia di cuore, mani e testa

  1. Secondo me il modo più semplice per ideare un lavoro è quello di basare tutto sulle proprie passioni, proprio perchè soltanto facendo ciò che ci piace possiamo trovare le energie sufficienti alla realizzazione dei nostri intenti. In particolari, costruire una rendita lavorativa basata su quello che sappiamo fare meglio, ci da la certezza di trattare temi di cui siamo profondi conoscitori, essere in grado di prevedere le esigenza della nostra nicchia di mercato e proporre delle soluzioni adatte. Ideare un lavoro significa sopratutto capire di cosa le persone hanno bisogno, e per fare questo serve conoscere perfettamente la tematiche che vogliamo trattare.

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