Banning Poverty: Dichiariamo illegale la Povertà!

“Nessuno nasce povero, né sceglie (o tantomeno merita) di esserlo”: “la povertà è una costruzione sociale”. Sono questi i primi due dei dodici principi che fanno da manifesto alla campagna promossa da Bruno Amoroso e Riccardo Petrella: “Banning Poverty 2018, Dichiariamo illegale la povertà”.

Un’iniziativa ambiziosa, già avviata in diversi paesi del mondo, che si propone di ottenere nel 2018 – 70° anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo – una  risoluzione dell’ONU che dichiari illegali tutte quelle leggi, istituzioni e pratiche sociali che sono causa dell’impoverimento di 4/5 della popolazione mondiale. Sono queste le cosiddette “fabbriche dell’impoverimento”, che hanno prodotto ed alimentano la povertà di gran parte dell’umanità, mentre un 20% di ricchi si fa la guerra per spartirsi l’80% delle risorse globali.

La povertà – affermano Petrella e Amoroso nel libro “Liberare la società dall’impoverimento” – non è un qualcosa di naturale, dovuto ad una mancata capacità dei poveri di guadagnarsi benessere e ricchezza: essa è frutto di un’economia e di una politica ingiuste, che perseguono l’interesse di una minoranza creando forti ineguaglianze e privando il resto della popolazione della possibilità di una vita dignitosa. “La povertà è oggi – recita uno dei dodici principi – una delle forme più avanzate di schiavitù, perché basata su un furto di umanità e di futuro”.

È il sistema stesso ad essere intrinsecamente ingiusto ed iniquo, in quanto si fonda su una distribuzione ineguale delle ricchezze, escludendo la maggior parte degli esseri umani dalla fruizione di beni e risorse per tutelare il profitto sfrenato e “predatore” di pochi. Non a caso, come ha dichiarato Amoroso in un’intervista a L’Altrapagina: “le uniche società che hanno ridotto il livello di povertà sono quelle che si sono opposte alle forme di potere introdotte dalla globalizzazione”.

I governi dei cosiddetti paesi sviluppati invece, negli ultimi cinquant’anni, hanno basato la lotta alla povertà su un tentativo di curarne i sintomi, senza mai interrogarsi sulle cause né agire su di esse: si è dato vita a una sorta di “capitalismo caritatevole”, che si limita ad alleviare i danni da lui stesso provocati, non riuscendo però a debellare il male, in quanto non va ad intaccare i processi strutturali che ne sono l’origine. Il peggioramento costante della situazione (nel 2010 – su una popolazione mondiale di circa 6 miliardi e 891 milioni – 1,4  miliardi di persone viveva con meno di 1.25$ al giorno e 3 miliardi con meno di 2.5$. Ad oggi la percentuale di poveri è in aumento anche in Europa) rende quanto mai necessario un cambiamento di rotta: se si vuole veramente combattere la povertà, bisogna intaccare le stesse strutture di potere che la producono!

I promotori di Banning Poverty hanno dunque individuato alcuni dei principali fattori di impoverimento: la finanziarizzazione dell’economia e la monetizzazione della vita, la privatizzazione e la mercificazione dei beni comuni, la precarizzazione del lavoro, la limitazione degli spazi democratici, le politiche dei privilegi e una cultura dominante che giustifica le disuguaglianze economiche e sociali.

A partire da questi ed altri punti è stata poi elaborata una precisa serie di proposte d’azione, sul versante legislativo e su quello istituzionale: si va dall’abolizione dell’attuale legge elettorale (che mina la reale democrazia), alla limitazione dell’indipendenza politica della BCE, all’abolizione della nuova legge sul lavoro (abrogativa dell’Art. 18), fino al controllo e alla regolamentazione di finanza e mercato e all’introduzione del reddito minimo garantito. Si parla inoltre di “abrogare la legge che ha creato l’istituto delle fondazioni holding di imprese, banche, centri ospedalieri, università, musei teatri, la funzione delle quali è di consentire la privatizzazione di funzioni e servizi pubblici fondamentali per l’economia e per il vivere insieme”.

Ancor più è necessaria, infine, un’azione a livello di pratiche sociali e collettive: per cambiare veramente le cose bisogna rompere l’immaginario comune, che tende a giustificare la povertà come se fosse inevitabile, frutto di malasorte o addirittura responsabilità del povero stesso. Siamo immersi – sostiene Petrella – in una visione per cui la gerarchia sociale è determinata dal merito: il ricco si è fatto da solo, il povero non ne è stato capace. Bisogna uscire da questo falso mito, come dal falso mito di una crescita infinita che può migliorare le condizioni di tutti – quasi ci fosse poi una mano invisibile a ridistribuire la ricchezza! – e che invece è solo causa dello sfruttamento intensivo del pianeta e dell’aumento della miseria dei più.

È proprio questa la principale sfida da vincere, per ottenere nel 2018 il traguardo sperato e far sì che questa battaglia non sia solo un’utopia: sensibilizzare le persone affinché aprano gli occhi e pretendano la condanna delle “fabbriche dell’impoverimento” ed un cambiamento concreto – di mentalità in primis – nell’economia e nella politica, che riporti l’uomo al centro al posto del profitto e che converta il pensiero utilitarista e individualista dominante ad una logica (e pratica) della gratuità, della condivisione e della solidarietà.

Per ulteriori informazioni e per ordinare il libro “Liberare la società dall’impoverimento”: www.banningpoverty.org

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