Auster-Italy

Monti is not the right man to lead Italy”, titola il Financial Times. Dopo la tormentata relazione tra Silvio Berlusconi e l’Economist (che già nel 2001 aveva lanciato il suo grido d’allarme contro la probabile vittoria del Cavaliere), la stampa specializzata straniera torna ad esprimere tutte le sue perplessità sulle vicende politiche dei conservatori italiani.


Curiosamente, la bocciatura di Monti arriva pochi giorni dopo le parole di Jean-Claude Juncker. Il Presidente dell’Eurogruppo, nel corso di un intervento al Parlamento Europeo, ha usato le parole di Marx per descrivere quanto la situazione che stiamo vivendo sia grave: “bisogna ritrovare la dimensione sociale dell’unione economica e monetaria con misure come il salario minimo in tutti i Paesi della zona euro, altrimenti perderemmo credibilità e approvazione della classe operaia, per dirla con Marx”. Nulla di strano, apparentemente. La notizia sta nella casa politica del premier lussemburghese: quel Partito Popolare Europeo che, in Italia, esprime Berlusconi, Casini e Monti, fino ad arrivare a Buttiglione.

Cosa ci dicono le parole di Juncker? Ci dicono, innanzitutto, che l’austerità è fallita. Non si esce dalla crisi chiudendo i rubinetti. Non si esce dalla crisi uccidendo, poco a poco, lo Stato sociale.

A conclusioni analoghe sembra essere giunto anche il Fondo Monetario Internazionale. Il documento pubblicato lo scorso 3 gennaio arriva a confutare il modello teorico dal quale sono partite le politiche di austerità e tagli che stiamo subendo. E se le premesse sono errate, come possono essere corrette le conclusioni?

Ma le parole di Juncker ci dicono anche che un cambio di rotta è assolutamente necessario. I dati sulla disoccupazione sono sempre più drammatici, e la situazione non migliora quando si osservano altri indicatori dell’economia reale.

La storia insegna che, spesso, ad una crisi è seguita una guerra. L’auspicio è che oggi le cose possano andare diversamente.

Si parlava del cambio di rotta. L’austerità ci ha lasciato in eredità alcuni provvedimenti pesanti, primo tra tutti quello figlio dell’idea secondo cui uno Stato debba, alla stessa stregua di un’impresa o di una famiglia, raggiungere il pareggio tra le entrate e le uscite.

In un simile scenario, è difficile capire se, quanto e come sia possibile mettere in campo politiche economiche alternative. È estremamente più facile capire dove ci porteranno le politiche che l’1% della popolazione sta imponendo al restante 99%. La Grecia è lì a ricordarcelo.

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