L’amore infranto del lavoro giornalistico

Quant’è più interessante fare il giornalista in questo mondo nuovo invece che ripetere vecchie abitudini”, così Pierluigi Sullo conclude il suo articolo pubblicato su DKm0, in gran parte condivisibile, sulla crisi del giornalismo. Le vecchie abitudini sono arcinote: fare notizia per fare soldi e fare soldi per fare notizia. Competere. Arrivare prima dell’altro. Correre contro il tempo, la qualità e la verità per dire prima di altri. Non importa come, ciò che conta è il perché. Perché? L’abbiamo detto: notizie in cambio di denaro, denaro in cambio di notizie. Ebbene sì, tutto questo sta finendo. C’è qualcuno che corre troppo forte. Nessuna redazione può reggere la sua concorrenza. Se non fai notizia, non fai soldi e senza soldi non fai notizia. I giornali si vendono sempre meno, la pubblicità diminuisce, i finanziamenti pubblici non bastano. Disoccupazione. I giornalisti sempre più precari, mal pagati o non pagati: due euro al pezzo.

Disoccupati oppure occupati a correre sempre di più. Correre dove? Dietro a colui che sta distruggendo il lavoro giornalistico. Come? Corrono dietro al loro carnefice? Già. Nulla di nuovo. Sindrome di Stoccolma. Hanno vissuto per anni sulle sue spalle, per lui sono stati disposti a fare di tutto. Quando era al suo massimo splendore si sono dimenticati di raccontare chi soffriva per il benessere di altri. Quando era in difficoltà lo hanno difeso insabbiando le sue contraddizioni. Sempre pronti ad infangare chi cercava di mostrarlo per quello che era: violenza ed ingiustizia. E lui, li risarciva: Lavoro, Libertà, Denaro, Fama, Prestigio, Potenza. Una coppia perfetta. Eppure, la coppia si è rotta. Lui li ha traditi. Ma loro, niente. Proprio non riescono a farne a meno. Lo pedinano. Si inventano di tutto: nuovi formati, per tablet e per iphone, altra precarietà, maggiore sensazionalismo, belle donne ovunque da sfogliare e da clickare. Ma non c’è verso. Si è innamorato di un altro.

Il capitalismo si è innamorato di un altro modo di scambiare informazione. Il lavoro giornalistico costa troppo. Non rende. È lento, noioso, poco interattivo e stimolante, c’è sempre il rischio che qualcuno si metta a rivendicare diritti, che voglia cominciare a rispettare i principi fondamentali della Costituzione e le carte deontologiche che ad essi si ispirano. Il lavoro giornalistico potrebbe sempre rinascere, magari criticando proprio chi fino ad oggi lo ha mantenuto; perché correre questo rischio quando c’è una popolazione intera da amare, grazie ad una tecnologia che consente di scambiare informazioni più velocemente, da tutti a tutti?

La popolazione della rete corre infinitamente più veloce dei giornalisti. Corre di più. Arriva prima. Si crea le sue notizie. Si autoregola. È molto più indipendente. Chiede soltanto una cosa, il diritto alla libertà di comunicare. Concesso questo diritto, la popolazione produce informazione e ricchezza, notizie e denaro, in ogni ora della giornata, senza sosta, senza ferie, scioperi, rivendicazioni e conflitti. «Ed io – capitalismo – non posso che amarla una popolazione che produce informazione per me e mi arricchisce senza neppure saperlo*. Con buona pace del lavoro giornalistico; del giornalismo corrotto dal capitalismo, di quello accondiscendente, tollerante ed indifferente verso le ingiustizie di cui sono responsabile e, soprattutto, del giornalismo che vorrebbe resistermi**».

Qui sta il primo problema. Drammatico. Sottovalutato da tutti coloro che vedono la fine del giornalismo come una liberazione. Chi verifica i fatti? Chi, per continuare ad informare, rinuncia a rincorrere il capitalismo? Chi rinuncia a correre per fare notizie e denaro? Chi si prende la responsabilità di ricercare la verità sociale con tutta la pazienza, la fatica, i rischi, il coraggio e il tempo che questa ricerca comporta? Le inchieste a chi le affidiamo? E, se le affidiamo a qualcuno, chi le paga? Pensiamo veramente che il giornalismo cooperativo, partecipativo, del tempo libero o non professionale possa soddisfare il desiderio di verità di una cultura politica democratica? In che modo questa modalità altra di comunicare può essere sostenuta finanziariamente per produrre inchieste locali, nazionali ed internazionali? Chi lavora per ricercare la verità e condividerla con altri?

Il secondo problema che, in realtà, è ancora più grave perché è la causa del primo è questo: il lavoro giornalistico come lo abbiamo conosciuto non sta morendo perché è stato criticato e ripensato da una comunità di cittadini virtuosi consapevoli dell’importanza cruciale che un giornalismo critico possiede per una cultura democratica. Il giornalismo, o quello che ne è rimasto, sta morendo perché è stato sostituito da un modo di trasmettere informazioni nella società molto più funzionale al capitalismo sia in termini di profitto che di legittimazione simbolica. In esso giocano un ruolo fondamentale una popolazione votata a trasmettere informazioni senza sosta, una serie di tecnologie che rendono tale pratica sempre più facile, veloce ed immediata, e un’informazione svuotata di senso, funzionale soltanto alla produzione di nuove informazioni.

La comunicazione sociale delle informazioni che fino ad oggi passava per informazione giornalistica si sta inesorabilmente slegando dal giornalismo come lavoro. Questa trasformazione da un lato è un’effettiva liberazione dalle “vecchie abitudine” del giornalismo. Dall’altro lato, pone due problemi interconnessi: l’emergere di una società informativamente bulimica e la scomparsa professionale di un lavoro che, superando le sue patologie, potrebbe essere l’unico in grado di svolgere una funzione indispensabile per la formazione di una cultura politica democratica. Il problema è politico ed economico: è ancora possibile valorizzare economicamente il lavoro giornalistico al di fuori del rifiuto capitalista; chi dovrebbe finanziarlo? Perché? Per fare cosa? Una liberazione effettiva dalle “vecchie abitudini” non può passare dalla scomparsa del lavoro del giornalista ma dal suo ripensamento al di fuori del capitalismo. Il primo passo è stato fatto dal capitalismo. Occorre inventarsi il secondo passo, invece di continuare a rincorrere i feticci di qualcuno che, per fortuna, non ci ama più. Solo a queste condizioni il mondo della comunicazione sarà non solo nuovo ma, forse, migliore.

Per questo l’attuale commissione parlamentare che sta discutendo i termini della legge sull’equo compenso (commissione non a caso partecipata interamente dalle istituzioni politiche, economiche e sindacali che hanno consacrato il matrimonio finito male tra capitalismo e giornalismo) o tentativi come quelli che si terranno il 17 aprile a New York sulle strategie alternative di monetizzazione dei contenuti giornalistici, rischiano di essere funzionali al blocco di una trasformazione del lavoro giornalistico veramente liberante. La politica dovrebbe lasciare le redini della trasformazione sociale ad una sperimentazione sul campo fatta da chi crede in un giornalismo di verità (il 44% dei giornalisti), rispettoso della dignità delle persone (il 20% dei giornalisti), senza censure e manipolazioni (38% dei giornalisti), indipendente (il 28,2% dei giornalisti)***. Seppure queste percentuali raccontino la deriva pseudoculturale in cui si trova l’informazione italiana, soltanto dai pochi che continuano a resistere è possibile ripartire, sostenendo, ad esempio, con politiche mirate, anche in forma di investimenti, chi ancora crede che il giornalismo possa smettere di rincorrere un capitalismo che non lo ama più. Che senso ha finanziare con soldi pubblici (40 milioni di euro l’anno) gruppi editoriali come RCS o l’Espresso?

Chissà che il lavoro giornalistico, finalmente liberato, non trovi il modo per innamorarsi della democrazia, della Costituzione, della verità e della dignità delle persone. I politici dovrebbero accompagnare questo avvicinamento, magari imitando il Parlamento olandese che, nel 2009, ha messo a disposizioni dei giornalisti, non dei gruppi editoriali o delle redazioni, 4 milioni di euro per 60 borse di studio da 67 mila euro l’una. Pensate quanto vite potrebbero essere cambiate con 40 milioni o con i complessivi 180 milioni con cui lo Stato continua a far sopravvivere testate giornalistiche tenute in piedi dalla violenza della precarietà. Pensate quante energie culturali potrebbero essere liberate dalla gabbia delle vecchie abitudini.


* Cfr. C. Formenti, Felici e sfruttati. Capitalismo digitale ed eclissi del lavoro, Milano, Egea, 2011.

** Non bisogna mai dimenticare che molti giornalisti continuano a resistere lavorando per un’informazione di qualità e di verità; non è raro, purtroppo, che questa resistenza costringa il giornalista a convivere con intimidazioni, minacce ed altre forme di violenza. Cfr. Rapporto “Ossigeno per l’informazione” 2011/2012

*** I dati sono relativi allo studio realizzato nel 2013 da Astra Ricerche per il Consiglio nazionale dell’Odg: I giornalisti italiani, l’etica professionale, l’informazione on-line.

 

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