Consultazioni

Chiunque abbia ascoltato, da qualche settimana a questa parte, anche un solo telegiornale non avrà potuto fare a meno di sentir parlare di “formazione del Governo” e di “consultazioni”. Per capire cosa esse siano e come possano acquisire un valore mutevole nelle varie situazioni politiche è necessario un breve cenno proprio sul procedimento della formazione del Governo.

La Costituzione, agli artt. 92 comma 2, 93 e 94 dice unicamente tre cose a riguardo: 1) il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio; 2) i ministri sono nominati dal Presidente della Repubblica su proposta del Presidente del Consiglio; 3) i membri del Governo, prima di assumere le loro funzioni, devono giurare nelle mani del Capo dello Stato.

Le indicazioni costituzionali appaiono piuttosto scarne se pensiamo alla complessa procedura che si apre o da una crisi di Governo o dallo scadere della legislatura, fino all’insediamento del nuovo esecutivo. Questo silenzio normativo è frutto di una scelta consapevole dei Costituenti che, sul punto, hanno deciso di delegare la gestione della vicenda alle prassi ed alla prudenza di un organo di garanzia, quale è il Presidente della Repubblica. In tal modo, si voleva evitare di irrigidire la procedura con norme di dettaglio che, negli anni, avrebbero poi potuto rivelarsi inadeguate a fronteggiare i mutamenti sociali e politici della Repubblica.

Nel testo, come abbiamo visto, le “consultazioni” non sono nominate. Esse, infatti, rappresentano una prassi che si è affermata in virtù di una particolare interpretazione degli artt. 92 e 93 Cost. che, sin dagli esordi della Repubblica, è stata sempre seguita dai vari Presidenti. Formalmente, non è una procedura obbligatoria, ma ormai, essendosi affermata come consuetudine legale, è considerata imprescindibile prima della nomina del Governo. Dopo l’apertura della crisi di Governo o dopo le elezioni, dunque, il Presidente della Repubblica apre una serie di incontri con i personaggi di spicco della politica italiana, in primis i presidenti dei gruppi parlamentari e gli esponenti più significativi dei rispettivi partiti, i segretari dei partiti, nonché ogni altra personalità del panorama pubblico che ritenga utile sentire.

Al termine di tutto ciò, il Presidente conferisce l’incarico al futuro probabile Capo dell’esecutivo, che solitamente lo accetta con riserva: in tal modo, questi ha il tempo di predisporre la lista dei ministri da sottoporre al Capo dello Stato e approntare, se non l’ha già fatto, un programma di Governo che possa raccogliere in Parlamento i consensi necessari ad ottenere la fiducia. Una volta esaurita l’attività dell’incaricato, il Presidente emana il decreto di nomina del Presidente del Consiglio e dei ministri, i quali, entro brevissimo tempo, prestano il giuramento di rito.

La durata e l’importanza delle consultazioni, che vanno di pari passi con il ruolo più o meno determinante del Presidente della Repubblica, come poi vedremo, dipendono essenzialmente da due fattori:

1) il sistema elettorale: maggioritario o proporzionale;

2) la configurazione dell’assetto politico: bipolarismo o multipartitismo.

Nelle democrazie mediate, come la nostra, l’elettorato è chiamato a scegliere i rappresentanti del Parlamento che, a loro volta, a seguito di accordi e compromessi tra i partiti, sceglieranno i membri del Governo.

Tuttavia, nella sostanza, a volte la scelta del Capo del Governo appare diretta, perché votare per una data coalizione significa automaticamente scegliere al vertice dell’esecutivo il leader di quella coalizione. La scelta così configurata si è affermata in Italia per un certo periodo, a seguito della crisi del multipartitismo e del progressivo affermarsi di una tendenza al bipolarismo, agevolati da un sistema elettorale prevalentemente maggioritario. In tale quadro, è evidente che il ruolo del Presidente della Repubblica e delle consultazioni appare affievolito poiché la situazione si presenta già chiara: se i partiti sono riuniti in coalizioni (di solito due) già prima delle elezioni ed una di esse risulta, dopo il conteggio dei seggi, predominante sull’altra, il decreto di nomina non sarà altro che una sorta di omologazione formale del risultato elettorale. Le consultazioni, in tal caso, saranno semplici e brevi.

Ben diversa è invece la situazione attuale italiana, che ricorda molto da vicino le crisi di Governo della prima Repubblica. Storicamente e come possiamo verificare tuttora, l’incertezza politica e la debolezza dei partiti comportano, in maniera inversamente proporzionale, la ri-valutazione del ruolo del Presidente della Repubblica. È infatti evidente che, di fronte ad una quadro politico frammentario, alle difficoltà di negoziazione e dialogo tra i partiti e (soprattutto) di fronte ad una legge elettorale che ostacola la formazione di una maggioranza omogenea nelle due Camere del Parlamento, le consultazioni diventano l’unico strumento istituzionale per creare ex novo una formazione di Governo che possa ottenere la fiducia.

Risulta chiaro ora come il significato e il procedimento delle consultazioni, ferma restando la definizione formale mutuata dall’interpretazione della scarna disciplina costituzionale, cambiano a seconda dello scenario politico e legislativo. È proprio la natura informale e consuetudinaria della procedura a consentire un atteggiarsi mutevole nel tempo: da semplice passo obbligatorio e rituale a strumento di vera e proprio pressione politica nelle mani del Capo dello Stato.

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