Cambiare tutto affinché nulla cambi

L’esito delle ultime elezioni politiche, e delle successive consultazioni, non può non far pensare alla celebre frase del Gattopardo: “se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi”.

Il responso delle urne è sembrato molto chiaro. Gli italiani hanno manifestato tutto il loro malcontento per una situazione che si fa ogni giorno sempre più complessa. E lo hanno fatto, sostanzialmente, premiando il Movimento 5 Stelle. Gli strali lanciati da Beppe Grillo contro la partitocrazia hanno colto nel segno. È curioso come le forze di sinistra, che dovrebbero far proprie le istanze del cambiamento, abbiano ottenuto un risultato assai insoddisfacente: Sinistra Ecologia Libertà e Rivoluzione Civile, complessivamente, hanno ottenuto un risultato che oscilla intorno al 5%. Una curiosità che, a ben vedere, è figlia della loro incapacità – agli occhi dei loro elettori – di poter portare le loro istanze nelle stanze dei bottoni.

E va aggiunto che, a mio giudizio, Pier Luigi Bersani aveva, sia pur con un più che colpevole ritardo, colto l’aria che stava tirando: il governo del cambiamento, da sostanziarsi nei famosi otto punti, era la scelta migliore, alla luce del “tripolarismo” emerso dalle urne.

Le consultazioni condotte da Giorgio Napolitano hanno però portato ad un altro risultato. Un risultato nuovo, inedito. Stante la forte precarietà del progetto di Bersani, il Presidente della Repubblica (che, è bene ricordarlo, sta per concludere il suo settennato) ha affidato a dieci saggi il compito di individuare alcuni punti condivisi tra le varie forze politiche per tentare di uscire da questa situazione. Va precisato che l’imminente uscita di scena di Napolitano complica uno scenario che, di per sé, è tutt’altro che lineare e scontato: è impossibile, infatti, sciogliere le camere e tornare al voto.

Riflettendo sulla scelta dei saggi, mi sono posto una domanda. Cosa c’entra il concetto di saggezza con il responso delle urne? Gli italiani (riprendendo lo slogan utilizzato da De Magistris durante la campagna elettorale che lo ha portato a vincere a Napoli) hanno mostrato la loro voglia – metaforicamente – di “spaccare tutto”. Ed i saggi? In un simile scenario, cosa c’entrano i saggi? La saggezza, con ogni probabilità, è quanto di più lontano ci sia dal risultato delle scorse elezioni.

La domanda si fa ancora più urgente quando si legge l’elenco delle persone scelte da Napolitano. Cos’ha di saggio Luciano Violante, che, nel 2002, ha candidamente confessato l’esistenza di un patto, più o meno segreto e più o meno formalizzato, per non toccare le televisioni di Silvio Berlusconi (traduzione: tanti saluti al conflitto di interessi)? E cos’ha di saggio Gaetano Quagliariello, secondo cui “Eluana Englaro è stata ammazzata”? Davvero queste persone (Violante e Quagliariello, chiaramente, sono stati presi a titolo esemplificativo) possono ancora dare qualcosa a questo paese? E davvero sono in grado di interpretare il cambiamento che gli italiani hanno chiesto a gran voce?

Colui che, secondo me, è il più saggio dei saggi – Valerio Onida – è incappato in uno scivolone clamoroso quando è caduto nello scherzo telefonico organizzato da la Zanzara e, credendo di parlare con Margherita Hack, ha confessato l’inutilità del loro lavoro.

È difficile capire come evolveranno le cose. L’impressione è che il tentativo di Napolitano sia il preambolo per la reintroduzione delle larghe intese (che sono osteggiate da una parte del centrosinistra). Il peggior scenario possibile, secondo me. Una cosa è certa: mentre la politica discute (fase sicuramente necessaria), il paese soffre. Ed attende risposte che, per ora, latitano.

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