Ineleggibilità

Il concetto di ineleggibilità, così spesso citato nelle recenti discussioni in tema di “moralizzazione” e rinnovamento della classe politica, è strettamente legato alle nozioni di capacità elettorale e di elettorato passivo, ex artt. 48, 56 e 58 della Costituzione.

La capacità elettorale, o elettorato attivo, è la possibilità di esercitare il diritto di voto. Generalmente è riconosciuta a tutti i cittadini italiani maggiori di età, ma può subire delle restrizioni in casi tassativamente previsti dalla Costituzione (art. 48, comma 4): 1) per cause di incapacità civile (ad esempio, l’interdizione o l’inabilitazione); 2) per effetto di sentenze penali irrevocabili riguardanti specifici reati; 3) per cause di indegnità morale: ad esempio, vi rientrano i sottoposti a misure di prevenzione di polizia e gli interdetti temporaneamente dai pubblici uffici; l’interdizione perpetua dai pubblici uffici comporta invece l’esclusione definitiva dal diritto di voto.

L’elettorato passivo è invece la capacità di essere votati e, dunque, validamente eletti. Anche in questo caso, il principio generale è quello dell’eleggibilità di tutti i cittadini che abbiano compiuto, rispettivamente, 25 anni per la Camera dei Deputati, e 40 anni per il Senato della Repubblica. Tuttavia, la Costituzione prevede delle eccezioni: la perdita della capacità elettorale, che automaticamente comporta la perdita dell’elettorato passivo, e l’esistenza di cause di ineleggibilità.

L’ineleggibilità è dunque una condizione soggettiva, preesistente alle elezioni, che impedisce a chi si trova in una delle cause ostative previste dalla legge di essere validamente eletto. Il fondamento giuridico è, innanzitutto, la garanzia della libertà di voto e la parità di chances tra i candidati, per evitare che taluno approfitti della posizione istituzionale od economica ricoperta per captare il consenso degli elettori, aggirando la par condicio tra i candidati. Le cause di ineleggibilità sono perlopiù disciplinate ancora dal d.P.R. 361 del 1957, che le riconduce essenzialmente a tre gruppi:

–      Titolari di cariche di governo degli enti locali, funzionari pubblici, alti ufficiali (come sindaci di Comuni con popolazione superiore ai 20.000 abitanti, presidenti di giunte provinciali, capi di polizia, ecc.);

–      Soggetti aventi rapporti di impiego con Governi esteri (diplomatici, consoli ecc.)

–      Soggetti aventi rapporti economici con lo Stato: concessionari di pubblici servizi, dirigenti di aziende sovvenzionate dallo Stato, ecc..

L’esistenza di una di queste condizioni comporta la nullità della stessa elezione.

L’ineleggibilità è un concetto diverso, per ratio e per effetti, dalle altre due nozioni, “incompatibilità” ed “incandidabilità”, spesso utilizzate nel linguaggio comune, impropriamente, come sinonimi del primo.

Si parla di incompatibilità quando il soggetto, validamente eletto, continua a rivestire altre cariche, pubbliche o private di livello dirigenziale, inficiando così l’imparziale esercizio della funzione legislativa. L’elezione, dunque, resta valida, ma onde evitare di incorrere nella caducazione dalla carica elettiva, il deputato/senatore può  rimuovere la causa di incompatibilità scegliendo di abbandonare il ruolo in precedenza rivestito. Ad esempio, è incompatibile la carica di Presidente della Repubblica con qualsiasi altra; quella di parlamentare con la carica di consigliere regionale, con la funzione di giudice della Corte costituzionale e con i ruoli direttivi negli istituti bancari o nelle società finanziarie.

L’incandidabilità, infine, è considerata un tertium genus rispetto ai due istituti appena esposti. Introdotto dalla legge n. 16 del 1992, confluita nel gennaio di quest’anno nel  decreto legislativo n. 235 del 31 dicembre 2012 (T.U. sull’incandidabilità), consiste in una inidoneità funzionale assoluta, non rimovibile dal soggetto interessato. Colpisce i soggetti condannati per determinati reati di tipo doloso, in particolare connessi al fenomeno mafioso ed agli abusi contro la Pubblica Amministrazione. Con la riforma entrata in vigore a gennaio, sulla spinta dell’opinione pubblica e dei fatti di cronaca noti a tutti, la lista dei reati presupposti per l’incandidabilità è stata ampliata e le conseguenze, in caso di candidatura o elezione, sono ora particolarmente gravi: cancellazione dalle lista di appartenenza, nullità dell’elezione stessa, o caducazione dalla carica nel caso la condanna sopraggiunga durante il mandato.

Nonostante la normativa appaia piuttosto rigorosa, nella realtà l’applicazione delle sanzioni conseguenti alle condizioni ostative descritte è rimessa alla discrezionalità del Parlamento stesso: in prima battuta, interviene la Giunta per le elezioni, un organo interno a ciascuna camera, che valuta la regolarità dell’elezione e riferisce le sue conclusioni all’Assemblea; quest’ultima, infine, decide a maggioranza chiudendo definitivamente la questione. Il procedimento così descritto mira a conservare l’indipendenza dell’organo parlamentare, ma la totale assenza di controlli esterni, al di fuori di quelli non giuridicamente efficaci dell’opinione pubblica, pone un serio problema di abuso da parte delle forze politiche che, all’interno delle dinamiche di partito, possono prendere le loro decisioni a prescindere dai fatti ed in barba al rigoroso regime legislativo e costituzionale.

Comments

comments

Un pensiero su “Ineleggibilità

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *