Dominio o Consenso (prima parte)

1. La legittimazione elettorale del meno peggio

Fin troppo facile prendersela con Napolitano, Monti, Draghi, Scalfari, Berlusconi, Bersani, Letta ecc. Altrettanto facile prendersela con tutti coloro che si ostinano a legittimarli, giudicando democraticamente tollerabile il modello politico-economico sostenuto da queste personalità: alle ultime elezioni, poco più di due italiani su quattro. Due italiani su quattro pensano che disuguaglianza, povertà, precarietà e disoccupazione possano essere vinti con uno Stato forte, autoreferenziale, insensibile alle volontà di una popolazione da governare, mai da ascoltare e, soprattutto, uno Stato forte al servizio di organizzazioni trans-nazionali che dettano legge, definiscono programmi di governo, usano il debito come strategia di ricatto, impongono le loro Costituzioni settoriali alle Costituzioni politiche che tanto osanniamo, rendendole inadeguate, sempre in ritardo di fronte ad un mondo che cambia, in peggio. Non meraviglia affatto che uno dei più grandi difensori della Costituzione italiana e della Carta europea dei diritti fondamentali sia stato trattato come un eversivo invotabile e sgradito. Non è ancora il tempo per la Costituzione, per difendere la libertà con l’uguaglianza, la dignità e la solidarietà, garantendo universalmente diritti civili e diritti sociali. Rodotà era invotabile nella stessa misura in cui a questo governo risulteranno incomprensibili una Costituente dei beni comuni, una nuova finanza pubblica, un lavoro dignitoso (chi parla di questi argomenti in tv e sui giornali?).

2. La transizione dal consenso televisivo a quello di internet

Rodotà è risultato invotabile anche grazie ai due italiani su quattro che si sono ostinati per ignoranza, egoismo, rassegnazione o mancanza di coraggio a scegliere il meno peggio. Senza di loro questa finta destra e questa finta sinistra non esisterebbero. Eppure, due italiani su quattro non si sentono rappresentati dal meno peggio, da un modello politico-economico ingiusto ed illiberale, da persone non più credibili. Che fare di fronte a questa tremenda perdita di consenso? Senza una formazione egualitaria, inclusiva, non violenta ed autentica del Consenso, che, quindi, non significa soltanto voto ma anche fiducia nella politica, credibilità nei politici, partecipazione alla formazione di una cultura politica, la democrazia regredisce. Seppure siamo ormai abituati a forme costruite, indotte o manipolate, il consenso deve legittimare il potere, consentendo, magari turandosi il naso, sprazzi di fiducia e credibilità verso le istituzioni: la televisione serve a questo; ad appiattire tutto, convincendo gli elettori che in fondo valga la pena votare il retore di turno che parla un po’ meglio dell’altro, che si incazza un po’ di più o di meno, che è più educato, moderato, composto, radicale o eversivo. Internet, a breve, svolgerà la stessa funzione trasformando il modo in cui viene costruito il consenso. Nel frattempo ci troviamo in una fase di transizione nella quale non è stato trovato ancora un sostituto alla democrazia televisiva/giornalistica, ovvero alla democrazia dei partiti di massa che, nelle vesti di dirigenti e funzionari di partito, colonizzano forma e contenuti dell’informazione per conquistare voti, seducendo i propri elettori con immagini, belle parole, slogan, sbandieramento di valori e promesse mai mantenute.

3. E il M5S?

Il M5S sta sperimentando, con risultati comprensibilmente mediocri, una nuova forma di costruzione del consenso che mescola la piazza, l’assemblearismo fisico e virtuale, l’intelligenza collettiva, internet, la strumentalizzazione indiretta della televisione, le votazioni online, la comicità di un leader carismatico e la critica radicale della democrazia televisiva/giornalistica. Un pasticcio che unisce in modo contraddittorio pratiche interessanti di partecipazione diretta dei cittadini alla formazione del consenso a forme di costruzione alquanto discutibili, spesso irrazionali, banalmente emotive, in cui i cittadini continuano ad essere trattati come una massa da sedurre per fini elettorali ed illusi con slogan che presto si scontrano con la realtà: facile inneggiare alla democrazia diretta, al né di destra né di sinistra, al popolo sovrano, all’assenza della delega e del vincolo di mandato o alla distruzione dei partiti per poi dover fare i conti con la rappresentanza e, soprattutto, con l’esistenza della destra e della sinistra, le quali non sono una convenzione nominalistica, ma un dato di realtà legato a delle scelte politiche, come proporre Rodotà quale presidente della Repubblica; è inevitabile scontrarsi con il fatto che non si può parlare a tutto il popolo (il 99%), perché il popolo è frammentato, diviso, animato da parti, interessi diversi e diverse concezioni del bene in conflitto tra loro. La politica c’è finché ci sono parti(ti) in conflitto tra loro. Inutile costruire dal palco un mondo pacificato da un popolo unito contro la casta quando poi la realtà è quella di un partito (il M5S) che è costretto a scegliere da che parte stare, con chi entrare in conflitto, con chi stabilire accordi, se non nel parlamento (attualmente più che comprensibile), almeno nella società; e la nostra società, pur condividendo sulla carta le stesse regole del gioco, le regole della democrazia costituzionale, interpreta e concretizza queste regole in modi talmente diversi da risultare inconciliabili, necessariamente in conflitto, di destra o di sinistra, con tutte le sfumature e gli aggiornamenti storici necessari, ma di destra o di sinistra.

 4. Un miracolo, le larghe intese e il pluralismo ideologico

Il M5S, pur avendo il grandissimo merito di aver proposto un’alternativa (criticabile ma un’alternativa vera, reale, istituzionale, altro che rete e democrazia digitale) che ha finalmente rotto gli equilibri costringendo i partiti (che sono solo una parte del problema) a chiudersi in un modo sempre più evidente, inaccettabile e smascherabile, è l’effetto più dirompente di un vuoto di consenso senza precedenti, prodotto dal fallimento delle politiche di destra e dalla scomparsa di quelle di sinistra. Questa è la fase in cui ci troviamo, le elezioni in Friuli lo confermano in modo drammatico: la partecipazione al voto è scesa dal 72% del 2008 al 50% (in molti si sono concentrati ad osannare la renziana Serracchiani e il crollo del M5S, pochi hanno analizzato il fatto che, rispetto alla precedenti elezioni, su circa un milione di persone, circa duecentomila abbiano rinunciato a votare). Come uscire fuori da una fase del genere in cui i partiti non sono più grado di legittimarsi verso chi dovrebbe eleggerli? Parti(ti) ormai incapaci di partecipare alla formazione di una cultura politica; una cultura dalla quale far emergere nuove modalità di formazione del consenso e nuove pratiche che alimentino fiducia e credibilità verso le istituzioni democratiche, ponendo le basi per dare senso all’organizzazione di nuove parti sociali in dialogo e in conflitto tra loro. Sul tavolo ci sono almeno due possibilità: una che si sta realizzando, le larghe intese; l’altra che potrebbe realizzarsi, un nuovo partito che sappia coinvolgere in una rivoluzione politica, economica e culturale almeno una parte di coloro che non credono più alla retorica della democrazia televisiva/giornalistica, all’estetica di partiti senza sostanza a caccia di voti per difendere se stessi e il sistema che li protegge. In poche parole, servirebbe un miracolo. Quindi ci teniamo le larghe intese. Ovvero la sintesi perfetta del nostro tempo: un pluralismo ideologico animato da interessi opposti, contraddittori, mascherato dalla volontà di unire una società frantumata, eliminando il conflitto e il consenso come fattori indispensabili per garantire un vero pluralismo e la democrazia. La rielezione di Napolitano e il nuovo governo Letta sono la sintesi perfetta di un pluralismo che, invece di affrontare le contraddizioni sociali ed esistenziali, le sotterra insieme alla necessità di legittimare il potere politico. Come avvenuto con il governo Monti (con l’aggravante che, nel caso del governo Letta, Napolitano si è trovato ad esprimere un potere tremendamente politico che secondo la Costituzione non gli appartiene), l’emergenza ha giustificato il sacrificio del consenso popolare: poiché non riusciamo ad ottenere il consenso che legittima un modello politico-economico ormai giudicato intollerabile da quasi metà della popolazione, dobbiamo trovare la maniera apparentemente democratica per fare a meno del consenso. In questo modo possiamo eliminare ogni possibilità di far emergere un conflitto sociale democraticamente regolato, evitando di far esplodere le contraddizioni che immobilizzano questo paese. Questo “ragionamento dei funzionari del dominio” può essere stigmatizzato nell’espressione con cui la maggior parte dei dirigenti di partito (la riunione post-elezioni del PD è stata paradigmatica in questo senso) analizzano una sconfitta elettorale: ”non ci hanno capito“. In realtà accade il contrario, sono proprio loro che, per ignoranza, interesse, incapacità o malafede continuano a non capire, a non ascoltare, a non vedere.

Comments

comments

Un pensiero su “Dominio o Consenso (prima parte)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *