Dominio o Consenso (seconda parte)

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1. La sinistra al bando delle sinistre e l’oligarchia plutocratica

Fin troppo facile prendersela con Napolitano, Monti, Draghi, Scalfari, Berlusconi, Bersani, Letta ecc. Altrettanto facile prendersela con tutti coloro che si ostinano a legittimarli, giudicando democraticamente tollerabile il modello politico-economico da loro sostenuto. Fin troppo facile, necessario ma insufficiente. Perché c’è una responsabilità enorme che continua a rimanere inascoltata: la responsabilità di lavorare per realizzare il miracolo, un partito credibile di cui tornare a fidarsi, che sperimenti nuove modalità di formazione del consenso, schierandosi con coraggio nei conflitti che attraversano la società e illuminando le contraddizioni messe sotto al tappeto dalle larghe intese. Prima o poi, infatti, come dimostra il PD, le contraddizioni esplodono e ti ritrovi a dover giustificare perché un partito di sinistra non vota un presidente della Repubblica di sinistra, che sia Prodi o, soprattutto, Rodotà. Perché? Perché non è un partito di sinistra. Onore al M5S per averlo mostrato anche ai ciechi, i quali, come spesso accade, dopo aver visto ciò che non vogliono vedere, diventano anche più ciechi. Servirà a poco, quindi, anche perché la memoria è corta e non si vedono miracoli all’orizzonte. Si continuano a vedere soltanto le mille anime (partitiche, associazioniste, movimentiste) di una presunta sinistra che pensa di poter fare politica sbandierando in piazza feticci, cavalcando il piacere narcisista della purezza, la rassegnazione del compromesso inevitabile con il dominio, l’astuzia di accordi strumentali, a breve termine e senza futuro con le istituzioni; una sinistra che nel migliore dei casi si illude in buonafede di cambiare il mondo senza il potere della rappresentanza, continuando a mettere cerotti invece di lavorare affinché non ci siano più ferite, dimenticando sempre che potere non significa dominare ma vivere in società secondo regole stabilite in comune, consensualmente. Questo significa autogovernarsi in una democrazia, ovvero essere co-autori delle leggi che siamo tenuti a rispettare; l’esatto opposto di quanto avviene oggi. Un presente in cui delega e rappresentanza, invece di essere strumenti dell’autogoverno, definiscono un dispositivo di immunizzazione del dominio statale, in “virtù” del quale vengono neutralizzati: la sovranità popolare, cioè la partecipazione dei cittadini al potere di decidere le leggi alle quali obbedire; il conflitto tra diverse concezioni del bene, ridotto ad un pluralismo ideologico frutto del mito della pacificazione sociale; la formazione del consenso grazie al quale le parti sociali legittimano i propri rappresentanti. In funzione di chi? Di un’oligarchia plutocratica trans-nazionale fatta di banchieri, dirigenti di partito, avvocati, giornalisti, scienziati, professori universitari, amministratori e dirigenti di grandi gruppi industriali, i quali piegano al loro servizio lo Stato o quello che ne rimane.

2. La guerra del pilota automatico contro la democrazia

Il popolo (sovrano soltanto per la Costituzione), dopo essersi illuso di partecipare alla vita politica ascoltando un telegiornale o facendo il tifo durante un talk-show (tremenda riduzione della formazione del consenso alla costruzione manipolatoria di un assenso, nel peggiore dei casi di un applauso, da certificare dentro la cabina elettorale), può finalmente spegnere la tv, perché, ormai, “possiamo stare tranquilli”, il pilota automatico è stato azionato (Mario Draghi è stato dannatamente chiaro); il sistema politico-economico ha intrappolato il “conducente” e corre cieco nello spazio. Il pilota automatico è una metafora ideale per inquadrare il sistema che ci governa: un processo automatizzato mandato avanti da persone sostituibili ed intercambiabili a patto che svolgano certe funzioni; esso deve essere azionato, favorito, legittimato, tollerato e combattuto da persone, altrimenti non esisterebbe (gli unici di cui, forse, farebbe volentieri a meno sono coloro che combattono e resistono, ma fino ad un certo punto e soltanto in certi casi). Il problema che ci troviamo di fronte è che senza il consenso, in grado di legittimare o semplicemente tollerare le decisioni di coloro che azionano il pilota automatico, il conflitto rischia di uscire dai binari della democrazia costituzionale: da un lato della piramide troviamo il gruppo dominante sempre più arroccato a difendere se stesso e il pilota automatico che garantisce i suoi privilegi, dall’altro lato, mentre diminuisce il consenso degli indifferenti, dei tolleranti e di coloro che legittimano il dominio, aumenta il dissenso inascoltato di chi pretende una trasformazione della realtà. L’ingiustizia sociale diviene sempre più evidente, ingiustificabile ed intollerabile, sempre meno circoscrivibile all’interno della retorica dell’emergenza, dell’inevitabile e del necessario. Quando i dominanti non possono legittimare i sacrifici ed ottenere il consenso con le parole (i giornali, i talk-show, gli spin doctors ecc.), perché alle parole non crede più nessuno, per sopravvivere sono costretti ad essere smascherati per quello che sono, funzionari di un sistema violento, insensibile all’ingiustizia e alla Costituzione; dove non arriva l’estetica mediatica del dominio arriva l’uso manifesto della violenza, dove non arriva la costruzione mediatica del “consenso” (seppure finto o manipolato) arriva la distruzione politica del dissenso e della sua voglia di cambiamento, ovvero le larghe intese, la rabbia incontrollata, la sfiducia verso ogni genere di istituzione, l’insofferenza verso le regole della democrazia. Non capire che questo deragliamento è l’effetto e non la causa di un difetto di democrazia, difetto prodotto da una trasformazione disegualitaria, illiberale ed antidemocratica della distribuzione del potere, è per varie ragioni molto pericoloso. La ragione principale è data dal fatto che il pilota automatico continuerà ad accomodarsi sull’altare di una politica-economica ostinata ad affrontare l’ingiustizia sociale e l’assenza di libertà con meno democrazia, meno conflitto e meno consenso, in attesa che le contraddizioni esistenziali e sociali esplodano in modo imprevedibile e drammatico. Un problema, quest’ultimo, profondamente umano, non certo sistemico: il pilota automatico non soffre, chi lo ha inserito neppure, chi lo legittima raramente, la maggior parte delle altre persone, in forme diverse, sì. I sistemi sociali, diversamente dalle persone, non soffrono, non capiscono la differenza etico-politica fra un suicidio, un omicidio, la resistenza, il conflitto, il consenso e la libertà; modalità diverse attraverso le quali le contraddizioni si manifestano entrando in relazione con la vita umana, la sua fragilità, la sua forza, il suo desiderio.

3. Se il male è la democrazia, quale consenso?

A me sembra che il pericolo più grande che corriamo sia quello di abbandonarci all’in-differenza post-democratica e postumana di un pilota automatico, azionato da un’oligarchia plutocratica disposta a tutto pur di far valere la sua privata concezione del bene. Un’oligarchia che, per proteggere la sua identità dalla sovranità popolare, dal conflitto e dal consenso, accetta la “delega del dominio” ad un sistema (forse più sistemi) autoreferenziale, automatizzato, codificato per crescere in modo indefinito, incontrollabile ed ingovernabile; tale sistema non è vincolato da niente e nessuno ad affrontare le contraddizioni, da esso stesso prodotte, all’interno dei binari costituzionali della democrazia. Per un sistema di questo genere, post-democratico e postumano come coloro che hanno deciso di azionarlo, vivere le contraddizioni sullo sfondo non violento del consenso/conflitto democratico potrebbe risultare molto più pericoloso (un vero e proprio male da combattere) di qualche eccesso di violenza, facilmente reprimibile o comunque tollerabile da un discorso mediatico pseudoculturale, “abituato” all’ingiustizia, poiché funzionale all’attuale sistema di dominio politico-economico; un sistema che continua a normalizzare le più disparate forme di violenza (sulle donne, sui lavoratori, sugli immigrati, sugli omosessuali, sull’ambiente, sugli animali, sui cittadini). Appare evidente, ormai, che per qualcuno, più o meno consapevolmente, la democrazia sia diventata il male da combattere con una violenza sempre più spudorata, normale, naturale, ovattata dalla menzogna di continue emergenze sulle quali legittimare pubblicamente ogni tipo di sacrificio. Altrettanto evidenti sono due fatti: il primo è che una moltitudine sempre più ampia e disorganizzata di persone senza rappresentanza non è più disposta a tollerare questi sacrifici; il secondo, invece, è che la contraddizione insita in una democrazia votata a fare la guerra a se stessa prima o poi esploderà. Come esploderà, se all’interno dei binari della democrazia costituzionale oppure no, dipende soltanto dalla liberazione del “conducente” (di più “conducenti”), da un partito che torni a credere e torni a far credere nella politica senza la presunzione di volersi far capire e cercando, invece, di capire, di fare, di pensare, di agire, di resistere, di lottare insieme a chi ancora crede che la democrazia, seppur migliorabile, non sia un male: il con-senso vero può nascere solo da qui, dai conflitti costituenti che, nella storia, difendono e rinnovano la Costituzione; su questo sfondo, internet, almeno politicamente, sarà soltanto uno strumento, migliore della televisione e dei giornali, per comunicare informazioni e condividere senso.

4. E il partito?

Il partito sarà soltanto uno strumento. Forma e contenuti del partito saranno determinati dalla storia, dalle condizioni materiali e culturali della società. Negare il parti(to) significa negare il fatto che sul piano nazionale ed europeo ci siano interessi diversi in conflitto tra loro, bisognosi di una rappresentanza istituzionale. Significa negare l’evidenza ed abbandonare la dimensione politico-istituzionale del conflitto, impedendo a quella politico-sociale di realizzarsi pienamente nella storia. Democratizzazione della società (del lavoro, della produzione, dei consumi, dell’informazione, della formazione, dei saperi), redistribuzione, diffusione e condivisione del potere (politico, economico, mediatico, giuridico, scientifico), e costituzionalizzazione della persona (diritto all’esistenza, alla verità, al lavoro, all’autoderminazione, all’istruzione, al reddito, al cibo adeguato, alla salute, alla partecipazione politica, alla cittadinanza) sono le facce di una stessa rivoluzione che concretizzano la finalità di un partito, tuttavia senza erigerlo ad un centro di comando animato da “delegati del dominio”, esperti nel distorcere questi processi, prendendo decisioni in funzione di interessi pubblici e privati ingiusti. Il partito, come del resto il parlamento, la rappresentanza, la delega e la politica in genere, non dovrebbe mai dimenticarsi di essere un semplice strumento delle persone e dei vari settori della società, al servizio della loro autonomia e della loro buona interdipendenza; non il centro di dominio che, a proprio piacimento, colonizza (informazione, banche, fondazioni, nascita e fine vita ecc.) o abbandona (lavoro, produzione, consumi, formazione ecc.) la società e le persone, ma soltanto uno dei nodi di una rete sociale senza centro. Un nodo indispensabile agli altri ma, al tempo stesso, impensabile senza il potere, la ricchezza, l’energia, la forza, la competenza e la conoscenza che vengono da tutti gli altri nodi individuali e collettivi. Questo è il partito, il nodo di una rete senza centro, nella quale politica, economia, informazione, formazione, scienza e diritto devono potersi intrecciare sulla base di uno spirito comune; senza di esso, la rete diviene una macchina con il pilota automatico inserito (un sistema) che corre cieca nello spazio, mentre il partito si riduce al dispositivo di dominio che conosciamo. Senza uno spirito comune che animi i tanti nodi sparsi nella rete sociale non avremo che un partito funzionale ad un sistema di dominio; entrambi incapaci di porsi alcun tipo di problema se non quello di correre di più, di crescere di più, di avere più potenza, più denaro, più informazioni, più tempo per sopravvivere. Tale spirito comune è un virus che si diffonde nel sistema quando, fuori e dentro le istituzioni, la società viene democratizzata, la ricchezza e il potere redistribuiti, diffusi e condivisi, la persona costituzionalizzata: non per fare chissà cosa, semplicemente per vivere degnamente e magari bene.

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