La verità sull’attentato di Preiti a Palazzo Chigi [falso titolo]

Si è parlato molto di quanto accaduto il 27 Aprile, con gli spari di un uomo all’esterno di Palazzo Chigi, durante l’insediamento del nuovo Governo. Discussioni di basso livello che solitamente si concludevano con un generale “mi dissocio da quanto accaduto, dobbiamo essere responsabili e difendere le istituzioni, rinneghiamo qualunque azione violenta contro di esse”.
Di cosa sono espressione questi dibattiti? Di cosa è sintomo l’urgente presa di posizione di tutti gli attori della politica nostrana?
La tesi di fondo è che nella nostra società, più che altrove, si sia diffuso un particolare discorso sulla violenza politica che incide profondamente sulle griglie interpretative che la gente possiede per leggere la realtà. Lo chiamerò dispositivo discorsivo sulla violenza [1]. È possibile riscontrarne la formazione nel tempo (dimensione diacronica), così come la contemporanea sovrapposizione con altri ragionamenti (dimensione sincronica).

 

La dimensione diacronica.

1943 – 1945: la Resistenza.
14 luglio 1948: Togliatti viene ferito da uno studente di estrema destra: immediatamente le piazze si riempiono di ex partigiani e cittadini pronti a fare la rivoluzione
30 Giugno ’60, gli scontri di Genova impediscono lo svolgimento del Congresso del Movimento Sociale Italiano
1 maggio 1968: gli scontri tra studenti e polizia a Valle Giulia inaugurano il ’68 italiano

Dal ’45 al ’70 l’Italia vive quella che gli storici chiamano “l’età dell’oro”: lo sviluppo economico e tecnologico si accompagna alla crescente urbanizzazione e proletarizzazione, che generano un elevato livello di conflittualità sociale. Lo scioglimento dei sindacati radicali, le alienanti metodologie di lavoro e l’ineguale possibilità di accesso alla cultura mettono in moto rivolte sociali che si esprimono attraverso scioperi, occupazioni e scontri fisici. La riappropriazione degli spazi, le battaglie sul salario e nuove forme di protagonismo giovanile colpiscono l’autorità ad ogni livello, inaugurando una stagione di conquiste nell’ambito familiare, scolastico, universitario e lavorativo; cambia lo statuto del genere e della razza, si libera il colonizzato ed esplode il desiderio sessuale, generando richieste e bisogni incomprensibili per partiti e uomini (ovviamente) di Stato.

3 luglio 1969: con la manifestazione di Mirafiori si costituisce l’alleanza tra operai e studenti
22 maggio 1975: l’intero Parlamento sostiene la Legge Reale, che inasprisce le misure antiterrorismo, dando licenza di sparare ai poliziotti
9 maggio 1978: Aldo Moro viene ucciso  dalle Brigate Rosse

A questa fortissima spinta emancipativa, che dal ’69 in poi diventa vera e propria ipotesi dell’insurrezione, i partiti (supportati dagli organi di stampa mainstream) rispondono con un inasprimento delle leggi antiterrorismo e un discorso pubblico che squalifica l’uso della violenza per squalificare le istanze portate dai movimenti sociali. Mentre la fortissima spinta di cambiamento permette di raggiungere importanti traguardi sociali (lo Statuto dei Lavoratori è del ’70 come la Legge sul divorzio, mentre nel ’77 sarà il momento della legalizzazione dell’aborto) comincia a strutturarsi un discorso che critica qualunque azione politica estranea alle istituzioni rappresentative. In un periodo di relativo benessere la violenza deve essere condannata tout court, in particolare se proviene dal basso e da sinistra. I durissimi interventi normativi si installano all’interno di una strategia di tensione, sovraesposizione della violenza insurrezionale e legittimazione di quella di Stato.
Si pensi all’uso che si è fatto di alcune fotografie (come quella riportata in figura): decontestualizzando il soggetto (sempre privo di voce, non interpellato, privo di ragioni) si sottolinea la violenza del gesto, se ne rimarca il pericolo per il poliziotto, quindi per lo Stato, quindi per tutti. Senza spazio di interpretazione, rimane un gesto nudo di pura violenza. Si potrebbero richiamare alla mente tante altre situazioni concrete, ma ciò che interessa è individuare in questa fase il momento di costituzione di un dispositivo centrato sulla dicotomia Violenza / Non violenza, che appiattisce la ricchezza dei movimenti sociali sul tema dell’insurrezione armata, in contrapposizione con una “società italiana” che si vuole pacificata, benestante, tranquilla.
Si parla di tranquillità e sicurezza al cittadino medio, della sua messa a repentaglio ad opera di pericolosi criminali (da subito terroristi). Alle infiltrazioni della polizia nei cortei, agli arresti preventivi e alle incarcerazioni strategiche si affianca un discorso che “lavora” l’immaginario della popolazione. Nasce la retorica degli Anni di Piombo, del ’77, della lotta armata, che trovano il loro suggello nell’omicidio Moro. Attenzione, non si vuol negare la radicalità dello scontro di quegli anni; piuttosto, si vuol riconoscere che dal sabotaggio di quello scontro è derivato un discorso dominante diffuso, che ha squalificato il conflitto, la critica e il cambiamento assieme alla violenza.
Gli anni ’70 non ci regalano solo terrorismo di Stato, lotta armata e conflitto di classe, ma ci lasciano anche una meccanica di ragionamento inedita per chi aveva vissuto 20 anni prima: la violenza fisica scompare completamente dallo spettro dei comportamenti possibili, e con essa viene seppellito il discorso sulla rivoluzione [2].

Il dispositivo della violenza nasce in questa fase storica. Un sapere che squalifica l’azione violenta attraverso un doppio movimento di espansione e circoscrizione. Da un lato la violenza è presente ovunque, almeno in potenza: recuperando la critica del potere uscita dagli anni della rivoluzione sessantottina, si dichiara che la violenza va condannata e ripudiata come tale ovunque essa sia; d’altro canto, la si circoscrive al corpo, all’esistenza fisica, individuale. Restringendone i limiti, viene sconfessata e delegittimata nelle sue forme più costanti e silenziose: la violenza della mercificazione del corpo e della mente nel lavoro, dell’uso mediatico e linguistico dei simboli; la violenza a domicilio sulle donne e quella sui migranti meridionali, la violenza delle strutture coercitive e sistemiche; la violenza dell’astrazione del valore di scambio, secondo la quale ognuno vale e viene retribuito per quanto fa, non per quel che è.
Piccoli elementi che si rafforzano, si moltiplicano, si diffondono nella società sino a diventare visione egemone e fortemente radicata.

1976: Governo Andreotti sostenuto anche dal P.C.I.
14 ottobre 1980: la Marcia dei quarantamila quadri FIAT a Torino

Si arriva così gli anni ’80, che segnano il passo delle “magnifiche sorti e progressive” dei diritti sociali. Sono momento di silenziamento e sedimentazione del dispositivo, con un’intera generazione emigrata, intimorita, integrata nel sistema capitalistico.
Il dispositivo della violenza si assesta anche grazie alla denuncia radicale degli omicidi di stampo mafioso, sino all’uccisione di Falcone e Borsellino del 1992. Si rinforza la polarità e non è un caso che il più grande scandalo politico del dopoguerra nel nostro Paese, Tangentopoli, sia simbolizzato dal lancio delle monetine a Bettino Craxi nel ’93: cresce la distanza tra il soggetto della critica e l’oggetto. Si produce una frattura dal politico, dal cambiamento, dal centro di un potere istituzionale che comincia ad allontanarsi inesorabilmente, inarrivabile, immunizzato e impalpabile. La politica si protegge dietro il discorso della violenza, non può mai essere toccata sul serio. A maggior ragione in un Paese privo sostanzialmente dell’arma della giustizia civile, rallentata fino all’inverosimile, sebbene soggetto attivo nella costruzione del dispositivo della violenza volto alla preservazione dell’ordine costituito.
Altri passaggi significativi rivelano l’uso più recente che si fa di questo discorso che delegittima: Genova 2001, ma anche il 15 ottobre 2011, ci raccontano di un lavorìo costante volto a veicolare un messaggio che squalifica i manifestanti, li espone in quanto “gente violenta” indefinita ma singolare, santificando la polizia. Il gioco di taglia e cuci consentito dall’immagine bidimensionale, l’esaltazione degli scontri priva di una ricostruzione dei fatti, richiama un generico disordine possibile, il caos, il delirio, la paura.
Rimandando a un eventuale “altrove” l’approfondimento di questa rapida genealogia, si è tracciato un percorso per immagini che ripercorre la formazione del dispositivo della violenza che chiunque abbia vissuto questa fase della nostra storia può testimoniare direttamente.

 

La dimensione sincronica: una schematizzazione

Questo dispositivo, nella fase di massima capillare espansione, svela oggi le prime crepe. Come lo individuiamo? Come si costituisce?
1. L’asse centrale del discorso è l’opposizione Violenza / Non Violenza. È la categorizzazione centrale, tanto radicata quanto metafisica e selettiva. Radicata perché consente a chiunque di individuare le azioni violente (chi non ritiene violento mettere le mani addosso, sparare, ma anche bruciare una fabbrica che produce armi, tirare un sasso?); metafisica perché assolutizza i comportamenti perdendo completamente la misura (dove saremmo se il popolo francese avesse suonato alla porta chiedendo di entrare nella Bastiglia? E se i partigiani non avessero impugnato le armi?); selettiva perché nella realtà applica un’ulteriore riduzione della violenza da condannare: quando si parla delle vittime sul lavoro, di inquinamento o depressione? [2]
2. Accanto alla polarità Violenza / Non Violenza si situa una prima associazione: Disordine / Ordine. Basata sul principio proto-kantiano del “se facessero tutti così sarebbe la guerra civile”, questa biforcazione lega la Violenza al Disordine. Non a caso, nel discorso pubblico la condanna di episodi di violenza è sempre accompagnata da una generica accusa contro “l’anarco-insurrezionalismo”, come se dietro qualunque azione fisica ci fosse una scientifica organizzazione militare volta al ribaltamento dello Stato e instaurazione di uno stato di natura confusionario. Il rischio del Disordine (da cui ci proteggono le Forze dell’Ordine) rende positivo e forte il quadro costituito. Appare complicato qualunque pensiero nuovo dell’ordine (magari flessibile, reversibile, democratico ed egualitario), squalificandolo agli occhi dei più (“è impossibile cambiare, non si può modificare, sei un sognatore”). Squalificazione metafisica, esterna ad argomentazioni e analisi materiali.
3. La seconda associazione si volge alla polarizzazione fondante l’ordine normativo: Illegittimità / Legittimità. Ogni azione definita violenta è come tale illegittima. Non per questo ogni azione non violenta diventa legittima, sia chiaro. Nel momento in cui un’azione assume l’etichetta di violenta diventa sbagliata dalla radice e va squalificata da chiunque[3].
Da quando l’antinomia Violenza / Non Violenza diventa centrale, metafisica, parametro autonomo di comprensione dell’azione politica (come se insultare, silenziare, offendere non fossero forme estreme della violenza), priva di qualificazione e analisi concreta, qualunque fenomeno colpisca la semplice esistenza fisica della persona diventa automaticamente fenomeno di disordine, confusione e, dunque, illegittimo.
Ma come ogni macrodiscorso, anche questo dispositivo porta con sé significati espliciti che ci dicono molto ma molto di più: su quale idea di vita si basa questo modo di intendere la violenza? Se la negazione della vita è esclusivamente la sua distruzione corporea, significa che non siamo nulla di più del Bios, della nuda sopravvivenza corporea. Vivere significa sopravvivere. Non vuol dire avere la possibilità di amare, di leggere, di studiare senza subire torture, di godere di garantiti diritti materiali, di esprimere la propria opinione, di sognare e di realizzarsi. No. La vita è un corpo, magari schiavizzato, messo al servizio, modificato, alienato, sfruttato, infelice, depresso, insoddisfatto, ritmato che va preservato come tale, come sopravvivente. La violenza fisica diviene l’unica vera negazione della vita proprio in quanto unico modo per squalificare un’esistenza che è solo nuda sopravvivenza della specie.
Il dispositivo della violenza mira alla preservazione del corpo da schiavizzare e delle istituzioni dell’ordine costituito, non alla vita.

 

Ribaltare il discorso sulla violenza

Pensare oltre la mera sopravvivenza è possibile solo colpendo il dispositivo discorsivo sulla violenza. Significa leggere anche gli spari di Roma come un fenomeno sociale, con delle ragioni e delle persone, portando rispetto e avendo anche la curiosità di capire quello che abbiamo attorno.
Dobbiamo usare gli schemi del dispositivo al fine di colpirli, smascherarli nella loro vuotezza. Non è dunque “La Verità sull’attentato di Preiti al Parlamento“: non abbiamo a che fare con una Verità [con la V maiuscola], quanto piuttosto con un evento complesso, preso a sua volta dentro un gioco interpretativo che lo ha squalificato come criminale, laddove invece è spia di molte verità fatte di sofferenza, frustrazione, disperazione sociale, ma anche odio e domanda di cambiamento. Le verità sono sempre situate e socialmente prodotte, sono di qualcuno, per qualcosa, su qualcosa. Sono storia. La Verità è invece la forma prodotta dal dispositivo egemone e dominante, è schema preesistente. E’ chiave di lettura. È pensiero totalitario, mera violenza (ops) alla realtà.
Non si può parlare di attentato. Ricercare le ragioni, il senso, la “verità del gesto”, le domande significa smetterla di vedere quanto accade “in funzione” di qualcosa: l’attentato è sempre “a qualcuno”, “verso qualcosa”, dunque presuppone un’istituzione, una persona, un discorso che si ritendono inevitabilmente superiore, più importanti, possessori di una vita maggiormente qualificata. Non a caso si parla di terrorista (anche per Preiti lo si è fatto) quando viene colpita una base americana in Afghanistan, dirottato un aereo europeo o minacciato il Parlamento italiano, laddove la stessa violenza sui civili iracheni, i bombardamenti a Gaza o gli espropri armati delle terre dei contadini africani rimangono effetti collaterali, errori di mira, azioni sbagliate senza essere accostate a terrorismo o ad attentati. Vengono tenute fuori, dunque, dal discorso attorno alla violenza.
Allo stesso modo, non si è scritto di Preiti né del Parlamento, quanto piuttosto abbozzata, in via non scientifica, una genealogia del dispositivo discorsivo sulla violenza, mostrandone alcune sedimentazioni e esprimendone le attuali associazioni implicite.
Perché quindi “La verità sull’attentato di Preiti al Parlamento“? Perché riprendere il linguaggio del dispositivo, negandolo strada facendo, può forse consentire un primo momento di liberazione, di rottura con le nostre associazioni linguistiche, fino al ripudio dei significati impliciti.
Resta quindi un testo non titolato, appunti sparsi sul dispositivo della violenza, che apre alla possibilità di nuovi significati e nuove parole, che sappiano affermare la potenza di un’analisi plurale, esperienziale degli accadimenti, ma anche aprire a strategie e discorsi politici che sappiano svelare le violenze taciute della nostra società, sottraendosi al dominio dei discorsi e delle associazioni dominanti.
Parafrasando Camus, rifiuto dunque siamo.

 

[1] Per dispositivo si intende un insieme strategico di discorsi, regole, riti e istituzioni che vengono imposti agli individui, ma che vengono interiorizzati nei sistemi delle credenze e dei sentimenti.
[2] Andrebbe capito quanto, in questi decenni, abbia agito “l’effetto Gandhi” e della nonviolenza, sempre più confusa con la non violenza (polo opposto negativo all’interno del dispositivo sulla violenza) e l’assenza di conflittualità sociale. Mentre la nonviolenza nasce dentro un contesto di altissima conflittualità, come strumento di lotta in grado di svelare i meccanismi diffusi che l’oppressore (l’Inghilterra) utilizzava per violentare un popolo (quello indiano), nel nostro Paese non violenta (dunque democratica, liberale, plurale, rispettosa) resta unicamente l’azione priva di risvolti fisici, garanzia di incolumità e indipendente da ragioni, strategie di conflitto, bisogni veicolati.
[3] Avrebbe meritato un capitolo a parte il tema NO Tav, cioè quando il discorso sulla violenza è stato sconfitto e con esso tutte le associazioni Ordine / Disordine e Legittimo / Illegittimo.

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