DIFENSORI DI FIDUCIA, OVVERO I GIORNALISTI DELL’IMPUTATO

Domenica scorsa, durante lo zapping serale, chiunque sia incappato in Canale 5 tra le 21.00 e le 23.00 circa, deve essersi imbattuto in uno spettacolo ben strano per una tv nazionale: la difesa mediatica, intrisa di pathos, di un imputato per prostituzione minorile (art. 600-bis c.p.) e concussione (art. 317 c.p.),* mandata in onda proprio a ridosso della requisitoria dei p.m., ad un passo dalla sentenza sul cosiddetto “caso Ruby” per intenderci.

Già l’introduzione della voice over non lascia dubbi circa le intenzioni, in verità già prevedibili, dei giornalisti prestatisi a tale opera di montaggio televisivo con la stessa perizia sistematica e maniacale utilizzate da certi cultori dei puzzle. Si parla di “guerra”, di “assenza di vittime”, di “ricerca spasmodica di un colpevole”. Colonna sonora da film thriller e parole a caratteri cubitali balzano sullo schermo, quasi a volersi imprimere nella testa dello spettatore. Immancabile, la domanda  finale, che domanda non è, rimarcata più volte nella prima parte del programma: “ma cosa succedeva DAVVERO alle cene di Arcore?”. Il messaggio è chiaro: non lascia trapelare neanche l’ombra del dubbio che i p.m. possano aver ragione, declinando così il principio della presunzione di non-colpevolezza nella sua caricatura, una sorta di dogma di “certezza di innocenza”.

Ogni frase, ogni espressione del viso degli intervistati e degli intervistatori, ogni variazione nel tono della voce, in primis le incrinature dettate dall’emozione, si incastrano alla perfezione tra di loro per comporre il disegno finale, accuratamente studiato, che riproduce Silvio Berlusconi come un martire sotto la mannaia dei giudici comunisti. (Evidentemente, oltre a mangiare bambini devono aver scoperto anche una predilezione per la persecuzione degli anziani.) Il tutto è concentrato sulla figura di Ruby, la ragazza marocchina spacciata per la nipote dell’ormai ex presidente egiziano Mubarak e sulla sua storia personale drammatica. Si stuzzica il lato emotivo del telespettatore, ma anche quello voyeuristico con le immagini della sala dei banchetti di Arcore e della sala-discoteca.

Poi si passa all’ascolto delle registrazioni delle testimonianze rese nel processo, attingendo dunque al format dell’inchiesta. Naturalmente, si tratta di dichiarazioni favorevoli all’imputato. Le domande del p.m. sono bollate come “morbose” perché tese soltanto a conoscere i particolari scabrosi della vita privata dei soggetti coinvolti.  A quel punto, almeno una domanda dovrebbe sorgere spontanea: ma se il processo tratta di prostituzione, quale morbosità avrebbero delle domande su eventuali atteggiamenti sessuali dell’imputato e delle presunte prostitute, ben collocati in ordine di tempo e luogo?? Si parla di prostituzione minorile, non delle abitudini di Berlusconi a letto. Con nonchalance, i risultati delle famose intercettazioni telefoniche sulle quali si basa questo capo d’imputazione vengono liquidati con una sola frase dell’Avv. Ghedini che, in sostanza, rimanda a quanto “già dichiarato in passato” da Berlusconi, senza specificare nient’altro.

L’accusa di concussione, la più grave, viene invece demolita  attraverso le dichiarazioni dei funzionari di polizia presenti in Questura quella famosa notte, coinvolti nella telefonata di Berlusconi e nell’affidamento di Ruby al consigliere regionale Minetti. Chi parlò con Berlusconi, in realtà, non si era sentito affatto minacciato o costretto, dunque come può esserci concussione? Non viene però specificato che la concussione contestata dai p.m. è quella per induzione (non per costrizione) come, ad esempio, quella attuata approfittando del timore o della reverenza ingenerati nella persona comune da chi riveste un’importante carica istituzionale. Inoltre, le procedure previste in caso di affidamento di minori identificati in Questura non sarebbero state violate, nonostante l’ordine contrario del p.m. di mandare Ruby in una comunità; quale sarebbe stata però la procedura esatta da seguire nel caso di specie non è dato sapere e non viene spiegato. Ad ogni modo, qualunque essa sia, in tale ricostruzione si afferma rispettata. Punto.

La questione del giornalismo usato come propaganda è certamente un argomento meritevole di approfondimento ma, in questa sede, vorrei  dedicarmi soprattutto al settore che più mi compete, vale a dire quello giuridico. Nella trasmissione a difesa di Silvio Berlusconi sono stati veicolati in maniera erronea o  parziale alcuni concetti fondamentali del diritto penale e processuale penale. In maniera molto schematica, ne riassumerò alcuni, riportando le frasi utilizzate ed il significato corretto dei concetti in esse contenuti:

–      “Ricerca spasmodica di un reato”: i reati non si “ricercano”, né tantomeno si ricercano “spasmodicamente”, ma si accertano. Nel nostro ordinamento vige il principio dell’obbligatorietà dell’azione penale, ex art. 112 della Costituzione, per cui il pubblico ministero è obbligato ad agire quando viene a conoscenza di un reato. È un principio posto, prima di tutto, a garanzia dei cittadini, oltre che dell’autonomia ed indipendenza dei magistrati, poiché in tal modo si evitano scelte personali di opportunità in merito ai reati ed ai soggetti da perseguire, dettate da finalità estranee alla legge. Purtroppo, a causa del carico di lavoro gravante sulle Procure e del problema del sotto-organico, è inevitabile che si faccia una cernita dei reati più gravi da accertare con priorità rispetto agli altri, senza  inficiare, per ciò solo, la validità del sistema;

–      “Velocità insolita rispetto ad altri processi in Italia”: vedi sopra. Concussione e prostituzione minorile sono reati piuttosto gravi, dunque è possibile che abbiano seguito una corsia preferenziale rispetto ad altri, meno importanti, a prescindere dal soggetto coinvolto;

–      “Non c’è stata alcuna denuncia, non serviva iniziare il processo”: come appena detto, i p.m. devono esercitare l’azione penale dal momento in cui ricevono una notizia di reato che abbia un qualche fondamento, in qualunque forma essa si presenti. Il codice di procedura penale disciplina alcune forme in cui gli inquirenti possono venire a conoscenza di un presunto reato: le più comuni sono la denuncia e la querela. Entrambe non sono altro che dichiarazioni, inerenti fatti ben determinati, presentate da soggetti privati direttamente alle forze dell’ordine od ai magistrati. Ciò non significa, però, che questi non possano apprendere notizie di reato da altre fonti e compiere legittimamente il loro dovere. La notitia criminis non ha bisogno di forme particolari;

–      “Ruby, la presunta vittima, non si è costituita parte civile”: con questo, vuole rimarcarsi il fatto che in questo reato non ci sono vittime, dunque non possono esserci colpevoli. In breve: la parte civile è la parte offesa dal reato che all’interno del processo penale interviene chiedendo il risarcimento dei danni. Il fatto che pochissime delle ragazze coinvolte (pare siano cinque) abbiano provveduto a costituirsi parti civili non ha a che vedere con la sussistenza o meno del reato, ma con l’opportunità o meno di chiedere i danni. L’ipotesi, probabilissima, per cui tali ragazze non si siano sentite affatto danneggiate dal reato di favoreggiamento della prostituzione è opportunamente taciuta dai giornalisti. Certamente, la presenza di una parte civile spesso rafforza  l’attività dell’accusa, agevolandola anche sul piano probatorio; viceversa, il processo va avanti comunque. E’ bene ricordare che il processo penale non è una questione privata, quindi non si dà, e non può darsi, il caso di una automatica assoluzione dell’imputato in ragione del fatto che nessuno chieda il risarcimento danni. Gli interessi che il diritto penale protegge sono spesso ultra-individuali e rimandano a valori storicamente consolidati all’interno di una società; non a caso, chi svolge l’accusa si chiama “pubblico”, e non privato, ministero.

–    “I funzionari di polizia non si sono sentiti costretti da Berlusconi”: ritorna il tema, già accennato, della configurazione o meno del reato di concussione. L’art. 317 recita: “il pubblico ufficiale (…) che, abusando della sua qualità o dei suoi poteri, costringe o induce taluno a dare o a promettere indebitamente (…) denaro od altra utilità, è punito…”  In astratto, potrebbe dunque esserci un’induzione, giacché la sola richiesta di tenere un certo comportamento, se proveniente da un’autorità come il Presidente del Consiglio, risulta idonea ad influenzare la capacità decisionale del destinatario.

Qui non intendo dare giudizi di colpevolezza o innocenza: questo è un compito che volentieri lascio ai magistrati competenti, come tutti dovrebbero fare di fronte allo svolgimento di un processo, soprattutto se penale. Mi interessa, piuttosto, biasimare con forza l’uso improprio delle parole e del linguaggio, di quello tecnico-giuridico in particolare, che, in casi come questo, essendo propinato senza spiegazioni al grande pubblico, finisce per diventare un potente strumento di propaganda proprio in virtù del suo carattere tecnico e, quindi, spesso sibillino. Più che di giornalismo, dovremmo parlare forse di giornalanda” (crasi tra “giornalismo” e “propaganda”) se mi fosse consentito di descrivere attraverso una sola parola un tale sistema di (dis)informazione.

* Per una lettura completa degli articoli del codice penale citati si rimanda a: http://www.altalex.com/index.php?idnot=2011

 

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