Custodia cautelare e sovraffollamento

A fronte delle numerose notizie di cronaca riguardanti fatti di criminalità, capita spesso di sentire o partecipare a discussioni del seguente tenore: “l’hanno trovato mentre rubava/rapinava/picchiava ecc…. e l’hanno rimesso subito in libertà! Com’è possibile?”. E, altrettanto spesso, seguono espressioni scandalizzate sul malfunzionamento della giustizia italiana e sui magistrati troppo buonisti o ingenui.

In realtà, il motivo di tanta “indulgenza” sta essenzialmente in due articoli della Costituzione, il 13 ed il 27, che recitano rispettivamente: “La libertà personale è inviolabile. Non è ammessa forma alcuna di detenzione, di ispezione o perquisizione personale, né qualsiasi altra restrizione della libertà personale, se non per atto motivato dell’Autorità giudiziaria e nei soli casi e modi previsti dalla legge.” (art. 13 commi 1 e 2); “L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva.” (art. 27 comma 2). Di fronte ad un fatto di reato, dunque, l’autorità giudiziaria segue l’iter procedurale dettato dal codice di procedura penale che, in ottemperanza ai principi costituzionali, vieta l’applicazione al presunto reo di misure restrittive (in primis, la reclusione) prima che sia definitivamente accertata la sua responsabilità. Prima della sentenza di condanna nessuno, in linea di principio, deve varcare le porte del carcere.

Tuttavia, la lunghezza dei tempi processuali e le esigenze di arginare tempestivamente importanti fenomeni criminosi impongono deroghe, tassativamente previste dal legislatore, a tale costruzione di principio. Le misure cautelari, legittimate dall’art. 13 Cost. e disciplinate agli artt. 272 e ss. C.p.p., costituiscono l’elemento mediano e compromissorio tra il principio di non colpevolezza e le esigenze di sicurezza pubblica. Nessun indagato o imputato può essere limitato nella sua libertà personale, a meno che non sussistano a suo carico gravi indizi di colpevolezza e non ricorra uno dei seguenti presupposti: 1) pericolo di inquinamento delle prove; 2) pericolo di fuga; 3) pericolosità sociale del soggetto. Le condizioni devono essere accertate dal giudice in concreto, vale a dire tenendo conto di tutte le risultanze probatorie emerse fino a quel momento circa la personalità dell’imputato e le circostanze utili, all’interno di una valutazione complessiva che implica una prognosi circa il comportamento futuro dell’imputato. In pratica, il giudice deve decidere se è opportuno lasciare libero l’imputato oppure limitarlo nelle sue attività perché molto probabilmente commetterà altri reati, nasconderà le prove o si darà alla fuga prima del processo. In assenza di elementi utili per una valutazione così delicata, deve necessariamente optare per la prima ipotesi. Così come avviene per tutte le eccezioni poste ad una regola giuridica generale, la disciplina delle misure cautelari deve essere interpretata in termini restrittivi, ossia venire applicata quando non può farsene a meno.

Per gli stessi motivi, il legislatore stabilisce una serie di misure restrittive personali ordinate secondo una scala di gravità: si va dalla sospensione dall’esercizio di alcune attività all’obbligo di dimora, dagli arresti domiciliari alla custodia cautelare in carcere. I criteri da seguire, nella scelta della misura congrua, sono quelli dell’adeguatezza e della proporzionalità, finalizzati ad imporre all’interessato il “minore sacrificio necessario”( Cass. N. 36265/2011). La custodia cautelare in carcere costituisce – o dovrebbe costituire – l’extrema ratio: soltanto dopo aver valutato la probabile inefficienza, nel caso concreto, delle  misure meno gravi, il giudice potrà decidere di disporre la custodia cautelare, anticipando così di fatto la pena astrattamente applicabile all’esito del processo.

Purtroppo, nella realtà, tali criteri orientativi, fondamentali per attrarre le misure lesive della libertà personale entro l’alveo costituzionale, sono liquidati con leggerezza dalla magistratura o dallo stesso legislatore che per prassi,  la prima, o per scelte di ordine pubblico, il secondo, omettono di valutarli adeguatamente. Il risultato è che la maggior parte dei detenuti presenti nelle nostre carceri, vi è  perché sottoposta a custodia cautelare, quindi in attesa della sentenza definitiva. Il tema della custodia cautelare è, pertanto, tristemente ed inevitabilmente collegato con il problema del sovraffollamento dei nostri istituti di pena. A causa della superficialità nella valutazione dei presupposti, troppo spesso la magistratura cade in una sorta di automatismo nell’applicazione della custodia cautelare, tralasciando di riflettere adeguatamente sulla possibilità di applicare, nei casi specifici, altre misure restrittive meno lesive della libertà personale. Anche il legislatore, come si è detto, è incorso nell’errore di rovesciare il paradigma, ponendo l’eccezione al posto della regola: nel codice di procedura penale troviamo infatti diverse norme che impongono al giudice, privandolo del suo potere discrezionale, l’applicazione automatica della custodia cautelare di fronte a certi reati, impedendogli qualsiasi valutazione di adeguatezza e di proporzionalità. Per arginare il fenomeno, in alcuni casi, è dovuta intervenire persino la Corte Costituzionale, annullando o modificando disposizioni di tal genere (si veda la recente http://www.cortecostituzionale.it/actionSchedaPronuncia.do?anno=2012&numero=110, in materia di associazione a delinquere).

Tentare di risolvere il problema del sovraffollamento proponendo, come molti fanno, la costruzione di nuove carceri rappresenta, a mio avviso, una finta soluzione:  è chiaro che, nel giro di pochi anni, la situazione  tornerebbe punto e a capo. Bisognerebbe piuttosto intervenire alla base del sistema, riformando le norme e la cultura giuridica. Come è stato ampiamente spiegato durante i lavori del convegno Pena, diritti e dignità, svoltosi presso l’Università di Macerata (http://www.vialiberamc.it/2013/04/29/pena-diritti-dignita-convegno-sulle-carceri-a-macerata/), tra i nodi fondamentali da sciogliere figurano proprio l’abuso della custodia cautelare e la conseguente necessità di eliminare gli automatismi punitivi e le preclusioni all’accesso di misure alternative. Pensare al carcere come immediata conseguenza di un reato si rivela, in una prospettiva di reinserimento e rieducazione, una soluzione spesso inadeguata sia per la persona del detenuto sia per le esigenze di sicurezza della collettività. Non bisogna infatti dimenticare che, a tale proposito, la permanenza nelle nostre carceri (specie se prive di strutture o progetti rieducativi) crea effetti puramente afflittivi e criminogeni, contrariamente a quanto prescritto dall’art. 27 della Costituzione.

Si consigliano, per approfondimenti, le seguenti letture:

http://www.governo.it/Governo/Costituzione/principi.html;

http://www.diritto-penale.it/cpp-libro-iv-artt-272-325-cpp.htm

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Un pensiero su “Custodia cautelare e sovraffollamento

  1. Ciao Daniela,
    mi piacerebbe approfondire questo interessantissimo argomento che oltretutto è anche oggetto della mia tesi di laurea. Trovo che sia davvero esiguo il materiale bibliografico reperibile su internet.

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