“Violenza contro le donne insopportabile cicatrice che sfigura la società.” Il Sen. Verducci (PD) sulla convenzione di Istanbul

È di qualche giorno fa la notizia della ratifica della convenzione di Istanbul da parte del nostro Parlamento. Pubblichiamo, di seguito, l’intervento del Senatore Francesco Verducci, eletto nelle fila del Partito Democratico nella nostra regione.

C’è un terreno fecondo su cui la democrazia si costruisce e si consolida. Ed è il terreno dei diritti e delle libertà, sociali e soggettive. È dovere della politica far sì che sia ampio, aperto, inclusivo. Evitare che il perimetro diventi muro invalicabile di diritti negati, riducendo la democrazia a parola vuota, senza significato.

Ci sono oggi, nel secolo della democrazia, barriere che troppo spesso costringono le giovani generazioni e le donne in una condizione di anomia e di minorità. Fratture sociali, che hanno connotati precisi: mancanza di lavoro; mancanza di diritti e tutele; mancanza di strumenti per emergere, far valere il proprio talento nonostante e a prescindere dal luogo in cui si è nati e dalle condizioni in cui si è cresciuti.

Nell’ultimo trentennio l’ideologia della diseguaglianza ha potuto configurarsi come modello sociale egemone, precipitando le società occidentali in una crisi che a sua volta genera e amplifica disparità e discriminazioni. Crisi sociale e crisi democratica si alimentano l’un l’altra. E nel regresso della nostra società e della nostra democrazia c’è un interstizio di enorme gravità materiale e simbolica.

Va sequela della violenza di genere, una lunga e insopportabile cicatrice che sfigura il volto e l’anima della nostra repubblica. Violenza psicologica e fisica, fino al femminicidio. Tanto più profonda perché perpetuata per lo più in ambito familiare o affettivo.

Michelle Bachelet, in una bellissima testimonianza, ha ricordato un detto di quando era ragazza, in Cile: “chi ti ama ti picchia”. Parole tremende, anche a noi purtroppo ‘familiari’, che rievocano il retaggio ancestrale di vincoli feudali mai del tutto sconfitti, mai del tutto sopiti, che riemergono anzi in questi anni di crisi, di ripiegamento, di insicurezze e paure che travolgono certezze, identità, ruoli di ognuno. Nella mano che si scaglia, nel coltello che lacera e recide, nell’acido che cancella e corrode, nella violenza che insulta una ragazza, c’è il tentativo di zittire una voce, di sopprimere una soggettività: molto spesso la libertà e l’autodeterminazione più intima, estrema – talvolta dolorosa – che ognuno di noi ha: quella di dichiarare finita una storia d’amore, di sciogliere un vincolo familiare.

Sta qui, nella sua portata antropologica, la forza emancipatrice della rivoluzione femminile, del pensiero della differenza. Che è quintessenza della democrazia, che solo quando promuove cittadinanza e inclusione può vincere populismo e antipolitica. Ogni volta che una donna viene colpita, in un patetico tentativo di restaurazione simbolica di una gerarchia virile, è la democrazia ad essere colpita.

Noi oggi, nell’aula del Senato, stabiliamo che questo sia il più infamante tra i crimini, perché vìola i diritti umani, e nega in radice la possibilità di un nuovo umanesimo alla base di una nuova convivenza. Una nuova educazione civica, il valore del riconoscimento reciproco, dell’autonomia di pensiero e comportamento rispetto al conformismo degli stereotipi in cui la mercificazione finanche dell’immaginario ha nuovamente ingabbiato uomini e donne. Violenza e democrazia sono una radicale antinomia.

Istanbul, dove è stata siglata la convenzione che tra poco approveremo, da giorni è teatro di grandi manifestazioni. Gli alberi di Gezi park sono divenuti per tantissimi, in Turchia, in Europa, nel mondo, emblema di libertà, da non sradicare. C’è un’immagine simbolo della protesta: una giovane donna vestita di rosso, colpita con violenza dal getto di un idrante. A quella giovane donna vanno le parole che Nazim Hikmet, dalla prigionia, dedicò alla compagna: “verrà un giorno che gli uomini si guarderanno l’un l’altro fraternamente, con i tuoi occhi (…) si guarderanno con i tuoi occhi”. Avere gli occhi di chi subisce violenza, di chi è costretto ai margini.

È nostro dovere in quest’aula, oggi e sempre.

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