L’incostituzionalità del decreto taglia-province

L’epopea inaugurata dal precedente esecutivo, nel tentativo di eliminare alcune province e di svuotare quelle rimanenti delle funzioni che ad oggi svolgono sul territorio, si è tragicamente conclusa pochi giorni fa, con la sentenza di annullamento della Corte Costituzionale del 3 luglio 2013. Le province marchigiane interessate, tra cui Macerata, tirano un sospiro di sollievo alla fine di una vicenda che, per l’iter seguito e per i tempi organizzativi, resta ancora non del tutto chiara dal punto di vista sia formale che sostanziale.

La lunga trafila di riforme sul tema, tutte rigorosamente attuate a colpi di decreto legge, inizia con il c.d. decreto “Salva Italia” del 6 dicembre 2011 (d.l. n. 201/2011), convertito in legge (n. 214) il 22/12/11 e titolato “Disposizioni urgenti per la crescita, l’equità e il consolidamento dei conti pubblici”. Sulla spinta tanto dei richiami dell’Europa quanto dalla morsa della crisi finanziaria, l’Italia decide di rimboccarsi le maniche per recuperare liquidità e ridurre la spesa pubblica mirando, tra le altre cose, ad un obiettivo in discussione da decenni nel nostro paese e mai attuato: la tanto decantata abolizione delle province. Sebbene non si parli formalmente di abolizione, nei fatti l’assetto della nuova provincia delineato dall’art. 23 del decreto costituisce un passo significativo in quella direzione: oltre ad un riordino degli organi provinciali, viene disposto il trasferimento di tutte le funzioni attualmente affidate alla Provincia ai Comuni ed alle Regioni, a seconda delle esigenze di vicinanza al territorio. Nell’ impianto legislativo, alla Provincia resterebbero solo compiti di coordinamento e di indirizzo.

In questo quadro, si inserisce qualche mese dopo il deceto legge n. 95 del 6 luglio 2012, convertito in legge n. 135 del 7 agosto 2012, denominata “Spending review bis”. Fedele al suo nomignolo, la legge segue la scia già tracciata dal precedente decreto “Salva Italia” per la riduzione dei costi degli enti locali. Tenendo dunque fermo il trasferimento di funzioni, l’art. 17 dispone, in aggiunta, un riordino territoriale delle province sulla base di requisiti minimi, che il ministro Patroni Griffi individuerà dopo poco in una circolare stile “manuale per l’uso”: estensione territoriale non inferiore a 2.500 km2 e numero di abitanti non inferiore ai 250.000. La provincia di Macerata, con i suoi 325.000 abitanti circa, sembra dunque destinata a soccombere.

Preso atto di ciò, la regione Marche invia al Governo una proposta di riordino delle province che prevede il ritorno alle quattro province storiche, ma il successivo decreto legge n. 188 del 2012, terzo ed ultimo della trafila, ignora le istanze locali: Macerata, Fermo ed Ascoli Piceno vengono accorpate in un’unica circoscrizione provinciale.

Le preoccupazioni dei maceratesi  “d.o.c.” poco inclini ad essere riuniti con le altre due città marchigiane per motivi di rivalità storica ed orgoglio campanilistico, sono però destinate a placarsi nel giro di poche settimane. Il decreto legge n. 188/2012 trova l’ostilità del Parlamento e, trascorsi i 60 giorni di validità, decade per mancata conversione. Il progetto viene però ripreso da una legge successiva, la n. 228 del 24 dicembre 2012, con cui si proroga il termine entro cui realizzare l’accorpamento al 31  dicembre 2013.

Senza soffermarsi sui (discutibili) motivi politici che hanno spinto dapprima il Parlamento ad approvare i vari decreti sul taglio delle province e, poi, a ripensarci con la mancata conversione dell’ultimo decreto legge citato, è bene riflettere sull’impatto costituzionale di una tale riforma che, giustamente, non è sfuggito alla Corte Costituzionale.

L’art. 77 Cost., insieme al 76 che tratta dei decreti legislativi, disciplina l’uso del potere legislativo da parte del Governo, organo deputato per natura all’esercizio del potere esecutivo. In casi “straordinari di necessità e d’urgenza, il Governo adotta sotto la sua responsabilità, provvedimenti provvisori con forza di legge” che “perdono efficacia sin dall’inizio se non sono convertiti in legge entro sessanta giorni dalla loro pubblicazione”. Si tratta, dunque, di un potere eccezionale da utilizzare soltanto in presenza di situazioni di necessità ed urgenza tali da non poter sopportare i lunghi tempi dell’iter legislativo del Parlamento.

La c.d. decretazione d’urgenza sconta però un altro importante limite, di natura sostanziale, riguardante le materie che possono essere oggetto di decreto. La Costituzione prevede, infatti, in alcuni importanti ambiti della vita pubblica e privata dei cittadini la “riserva assoluta di legge”, per cui soltanto la legge del Parlamento può intervenire a disciplinare certe materie, a garanzia della libertà dei cittadini.

Tra queste, troviamo l’art. 133 Cost. che recita: “Il mutamento delle circoscrizioni provinciali e l’istituzione di nuove Province nell’ambito di una Regione sono stabiliti con leggi della Repubblica, su iniziativa dei Comuni, sentita la stessa Regione.”  Ora, è quantomeno sospetto che esponenti del Governo ignorino così apertamente le disposizioni della Costituzione che presiedono proprio alla regolazione della decretazione d’urgenza ed all’assetto degli enti locali. Non può certo dirsi, infatti, che la riforma delle province configuri un caso eccezionale di necessità e di urgenza, tenuto conto, fra l’altro, dei tempi materiali di realizzazione di un tale progetto: la serie dei decreti è partita nel 2011 per concludersi ben due anni dopo, nel 2013.  La materia stessa, inoltre, è oggetto di limiti costituzionali: le funzioni fondamentali delle province sono disciplinate sì dallo Stato (art. 117, comma 2, lett. p) Cost.), ma ciò non legittima il legislatore ad operare soppressioni senza rispettare i vincoli dell’art. 133 Cost.

La Corte Costituzionale, su ricorso delle regioni, non ha dunque avuto altra scelta: una riforma di una tale portata non poteva essere attuata a colpi di decreto legge, ma avrebbe richiesto una legge ordinaria da parte del Parlamento se non, addirittura, una legge di modifica costituzionale.

Il risultato di tutto ciò è stato, dunque, un lavoro approssimativo ed inutile, conclusosi con la declaratoria di illegittimità dell’art. 23 del decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201, (“Salva Italia”) e degli artt. 17 e 18 del decreto-legge 6 luglio 2012 n. 95, (“Spending review bis”) per violazione dell’art. 77 Cost., in relazione agli artt. 117, 2° comma lett. p) e 133, 1° comma Cost. L’annullamento di tali disposizioni travolge, di conseguenza, tutte le altre disposizioni e provvedimenti da esse dipendenti, chiudendo (almeno per ora) la discussione circa la sopravvivenza della provincia di Macerata.

Le possibili spiegazioni dell’origine di una tale svista giuridica sono due ed entrambe poco incoraggianti: o la riforma è stata attuata in buona fede, ma ignorando i principi costituzionali e confidando erroneamente nella legittimità dei decreti legge in tale ambito, oppure si è lavorato nella consapevolezza di rischiare una censura, confidando nel “ritorno di immagine” che una simile manovra, nel periodo storico che stiamo vivendo, avrebbe portato al Governo al livello europeo ed interno. Sventolare riforme epocali per ridurre i costi degli enti pubblici potrebbe, in effetti, essere un’ottima strategia di propaganda politica.

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