Incandidabilità e decadenza: le ragioni del diritto

La c.d. “Legge Severino” del dicembre 2012, in vigore dal 5 gennaio 2013, ha introdotto una serie di norme sull’incandidabilità dei soggetti condannati, integrando così l’elenco delle condizioni ostative alla validità dell’elezione in Parlamento già previste dalle norme sull’ ineleggibilità ed incompatibilità parlamentare (vedi http://www.vialiberamc.it/2013/04/19/ineleggibilita/).

L’art. 1 della legge così recita: 1. Non possono essere candidati e non possono comunque ricoprire la carica di deputato e di senatore:

a) coloro che hanno riportato condanne definitive a pene superiori a due anni di reclusione per i delitti, consumati o tentati, previsti dall’articolo 51, commi 3-bis e 3-quater, del codice di procedura penale;

b) coloro che hanno riportato condanne definitive a pene superiori a due anni di reclusione per i delitti, consumati o tentati, previsti nel libro II, titolo II, capo I, del codice penale;

c) coloro che hanno riportato condanne definitive a pene superiori a due anni di reclusione, per delitti non colposi, consumati o tentati, per i quali sia prevista la pena della reclusione non inferiore nel massimo a quattro anni, determinata ai sensi dell’articolo 278 del codice di procedura penale.”

La ratio della nuova disciplina risiede  nell’ intento di evitare una contraddizione logica e morale nel sistema democratico: coloro che hanno violato la legge, commettendo reati di una certa gravità, non devono partecipare alla formazione delle leggi dello Stato, nei cui confronti si sono resi per primi inosservanti. Per questo motivo, le cause di incandidabilità colpiscono anche i soggetti già eletti, nel momento in cui vengano condannati per i reati suddetti nel corso del mandato. L’art. 3, comma 1, recita: “1. Qualora una causa di incandidabilità di cui all’articolo 1 sopravvenga o comunque sia accertata nel corso del mandato elettivo, la Camera di appartenenza delibera ai sensi dell’articolo 66 della Costituzione.”

Ciò significa che, a salvaguardia delle prerogative parlamentari, la decadenza dalla carica non è automatica, ma deve essere deliberata dalla stesso Parlamento. Nell’immediato dopoguerra, nella mente dei Costituenti era ancora vivo e presente il ricordo dell’organo democratico per eccellenza calpestato ed esautorato per mano del potere esecutivo, sicché la preoccupazione di garantire i parlamentari da eventuali persecuzioni confluì in questa, come in altre, norme costituzionali.  Per questo motivo, “ciascuna Camera giudica dei titoli di ammissione dei suoi componenti e delle cause sopraggiunte di ineleggibilità e di incompatibilità” (art. 66 Cost.)

Nonostante la formulazione apparentemente chiara, le recenti vicende giudiziarie di Silvio Berlusconi hanno portato alla ribalta i problemi interpretativi riguardanti l’art. 3 della Legge Severino.  Da giorni giuristi eccellenti e  politici navigati si arrovellano attorno a tre punti essenziali, che fungono da spartiacque delle tesi dell’una e dell’altra fazione.

1. La Camera di appartenenza decide autonomamente, esprimendo un voto politico, oppure è tenuta soltanto a prendere atto della condanna e dichiarare la decadenza? È chiaro che, seguendo la prima interpretazione, si rischierebbe di vanificare del tutto l’intento della legge Severino, rimettendo la decisione sulla decadenza ad un puro accordo di convenienza tra le forze politiche. Tanto lavoro per nulla, verrebbe da pensare. Per contro, non è neppure possibile pretendere che il Parlamento, potere autonomo dello Stato, ratifichi puramente e semplicemente un atto, una sentenza in questo caso, proveniente da un altro potere: per questo motivo e per evitare un problema di legittimità costituzionale, durante i lavori preparatori si è deciso all’ ultimo momento di sostituire la formula “la Camera dichiara la decadenza” con il riferimento all’ art. 66 Cost. Qual è, allora, il metro di valutazione che la Giunta dovrebbe adottare?  La risposta sta proprio nell’ origine dell’art. 66: se un parlamentare è condannato in seguito ad atti arbitrari e puramente persecutori, è giusto e doveroso che la Camera protegga i suoi membri; viceversa, in presenza di un regolare processo (che, nel caso di Silvio Berlusconi, ha attraversato tutti e tre i gradi di giudizio) la legge impone che si deliberi la decadenza.

2. La legge Severino è retroattiva o no? I fatti per cui Berlusconi è stato condannato risalgono a tempo addietro, prima dell’entrata in vigore della nuova norma sull’ incandidabilità. Il problema è stato affrontato facendo riferimento ad un principio generale dell’ordinamento, contenuto nell’art. 11 delle Preleggi (disposizioni sull’applicazione della legge in generale), secondo cui la legge non dispone che per il futuro, salvo che sia specificato diversamente. Ora, la legge Severino non contiene alcuna disposizione espressa che ne possa far desumere la retroattività; neppure a livello interpretativo sembra emergere alcun indizio in tale senso. Dunque, certamente la norma non si applica per il passato. Dunque, non si applica a Berlusconi? Non proprio. La questione della retroattività è un falso problema: come si è detto, la ratio della legge è quella di evitare che i condannati siedano in Parlamento, a prescindere dal momento in cui i fatti di reato sono accaduti. La condanne intervenute nel vigore della legge e durante il mandato elettivo rientrano a pieno regime nel disposto dell’art. 1 e dell’art. 3, primo comma: la causa ostativa alla validità dell’elezione è costituita non già dalla commissione del reato, ma dalla commissione del reato accertata da una sentenza di condanna.  Diversamente, il testo della legge avrebbe incluso anche i soggetti indagati e gli imputati in attesa di giudizio. La certezza giuridica del reato si raggiunge, però, solo con la condanna definitiva, a garanzia dei diritti di difesa e del principio di non-colpevolezza.

3. Che effetti ha l’applicazione dell’indulto? Questo, pur essendo il tema meno dibattuto dai media costituisce, in realtà, il vero nodo applicativo da sciogliere. Berlusconi è stato condannato a 4 anni di reclusione, di cui 3 cancellati dall’ applicazione della legge sull’indulto. Di fatto, l’estinzione di parte della pena riduce ad un anno la condanna inflitta, facendo venir meno il limite di due anni posto dalla legge Severino. C’è chi dice che il giudice, pronunciando la sentenza, ha comunque condannato Berlusconi a 4 anni ed è questo il termine di riferimento ai fini della legge. Entrambe le interpretazioni sono giuridicamente plausibili, anche se la seconda sembra quella più attinente allo spirito della nuova normativa.

La panoramica giuridica offre un quadro abbastanza lineare su quale debba essere la soluzione della vicenda, nel rispetto dei dettami costituzionali e dello scopo dell’istituto dell’ incandidabilità;  ma, data la particolare situazione politica italiana, non è possibile escludere che alla fine siano i “giochi di palazzo” ad avere la meglio.

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