Tempo di rivolta – di Alberto Cicarè

Diamo spazio in questo numero a un intervento di Alberto Cicaré, presidente di CicloStile e protagonista della battaglia per un centro storico vivibile, sostenibile, partecipato. Dare voce, anche così si esprime la presenza di un giornale sul territorio.

La rabbia

Non usciremo da questa crisi senza una rivoluzione. Mi pare evidente che i tentativi che si stanno moltiplicando per nascondere e arginare la rabbia siano sempre più maldestri (i governi di grande coalizione, gli annunci di riforme economiche o di svolte ambientaliste) e temibili (la repressione dura, lo spionaggio invadente). Ma la rabbia continua ad esprimersi, in forme esplosive nei paesi capaci di esprimere una forza giovane e spontanea, mentre si annida sotto la brace nelle nostre democrazie vecchie e agiate, mostrando però la sua energia distruttiva in terribili azioni suicide od omicide.

Non vorrei una rivoluzione violenta, certo; vorrei che la rabbia che cova riuscisse a diventare consapevolezza dell’imbuto vorticoso in cui ci stanno facendo precipitare, dell’inganno continuo che attraverso la maschera delle riforme e del senso di responsabilità distrugge i nostri diritti, della necessità di imporre con forza scelte radicali a favore del 99% delle popolazioni.

Il capitalismo giunto all’esasperazione

Questa che stiamo vivendo è una crisi terribile dell’economia capitalistica. Il capitalismo per sua natura non conosce limiti, la necessità del profitto richiede che ogni risorsa disponibile (naturale, umana, sociale) sia sfruttata fino allo stremo, e che sulle macerie fumanti di ogni crisi si ricominci subito a costruire senza valutare le perdite sostenute.

Le crisi economiche e finanziarie che si sono succedute negli ultimi anni, sempre più frequenti, hanno avuto sempre lo stesso schema: i capitali vengono attratti da prospettive di alti guadagni nella prima fase di euforia, alimentano una sovraproduzione indiscriminata nel nome di profitti che da altissimi si fanno via via più bassi, poi al verificarsi dello shock si ritirano improvvisamente lasciando sul terreno debiti altissimi ed economie e società distrutte. E’ successo così dopo la bolla di internet, quando si è trovato nell’immobiliare il settore capace di dare sfogo ai capitali in cerca di impiego.

Anche in questo caso si è prodotto all’inverosimile, con le conseguenze irrimediabili che abbiamo sotto i nostri occhi in termini di scempio del paesaggio; ma è anche successo un fatto nuovo: la finanza (creativa) ha avuto un ruolo determinante nello svilupparsi e nell’esplodere di questa nuova bolla.

Non è stato sempre così: il boom economico seguito alla seconda guerra mondiale non ha avuto bisogno della finanza, nel senso che ora diamo ad essa. Le banche hanno sostenuto la crescita economica attraverso la raccolta dei fondi e la concessione del credito; quando però la crescita ha cominciato a rallentare (non può continuare allo stesso ritmo all’infinito) la speculazione finanziaria è stata individuata come la via che poteva consentire di realizzare profitti più alti di quanto potesse l’esercizio dell’attività di impresa, e allora le banche si sono trasformate in strumenti di investimento finanziario, che è diventato pura speculazione. Con l’inizio degli anni ’80 i mercati finanziari sono stati deregolamentati e quindi gonfiati di liquidità (per esempio con l’introduzione dei fondi pensione), sganciandosi via via completamente dai dati dell’economia reale, seguendo semplicemente le “logiche” della speculazione.

E’ stato quindi creato un mostro che nessuno è più capace di controllare, dove la ricchezza effettiva è sempre più piccola rispetto a quella virtuale dei valori finanziari, dove le banche hanno trasferito il loro rischio del credito con le cartolarizzazioni che hanno prodotto i titoli spazzatura, dove l’effetto leva produce una liquidità irreale (sintomatiche le notizie giornalistiche che parlano di centinaia di miliardi bruciati nei giorni di perdite in borsa).

Qui sorge spontanea una domanda: i debiti pubblici che dobbiamo onorare a costo di sacrifici sempre più avvilenti (la Grecia è una cavia e un monito), che crescono per effetto del pagamento degli interessi alimentati dalla speculazione, corrispondono a risparmi reali oppure a un flusso monetario irreale generato dalla leva bancaria e finanziaria? E’ un interrogativo fondamentale, perché tira in causa la legittimità dei debiti, l’obbligo di ripagarli, i vincoli strettissimi che autorità indipendenti, non democratiche, ci impongono in nome della permanenza in Europa.

Perché c’è una conseguenza devastante di questa colossale presa per i fondelli, e consiste nelle politiche economiche restrittive che vengono propagandate come necessarie per affrontare una crisi generata da quel mostro che si alimenta di rendita immobiliare e finanziaria.

Il debito pubblico viene presentato come il frutto di stati che vivono al di sopra delle proprie possibilità, di un allargamento indiscriminato dei diritti, come un danno alle generazioni future: allora si riformano le pensioni, si tagliano i salari del settore pubblico, si riducono le spese, si spinge sulle privatizzazioni di sanità e istruzione. Ma queste politiche economiche debilitano il corpo di economie già malate, ne diminuiscono il PIL peggiorando i parametri fissati in astratto per la permanenza nell’Unione Monetaria, determinando l’esigenza di ulteriori tagli, in un vortice che non ha mai fine.

Debiti pubblici, figli di debiti privati, che costringono alla povertà e alla disperazione.

Il capitalismo esasperato si guarda attorno: la globalizzazione

La globalizzazione, da sogno di un mondo più unito e più solidale, è diventata un altro pezzo di questo tremendo inganno. I capitali in cerca di impiego hanno trovato nei paesi emergenti nuove opportunità di profitto e di sfruttamento delle risorse locali, le imprese sono state messe in condizione di produrre di più, a costi più bassi, e l’afflusso di una grande quantità di merce a prezzi stracciati (dall’hi-tech all’abbigliamento) ci ha dato l’illusione di un’effimera ricchezza che alimenta il nostro soporifero consumismo; il prezzo dei beni di prima necessità però non diminuisce, incidendo pesantemente sui risparmi e sul tenore di vita della gente.

E i diritti dei lavoratori? Prendere o morire, come direbbe Marchionne. Il confronto con economie in crescita, dove salari e tutele sono ridotti al minimo, è stato una manna per richiedere moderazione salariale e peggioramenti delle condizioni di lavoro.

Euro: il tradimento dell’Europa

Ma ho maturato l’idea che l’ipocrisia più grande che è stata alimentata in questi anni sia l’Euro. In nome di questo feticcio abbiamo ingoiato di tutto: i prelievi forzosi sui conti correnti per entrare nel sistema, una tassazione esasperante e i tagli continui alle spese, infine l’obbligo del pareggio di bilancio in Costituzione, una camicia di forza costruita in nome di un principio astratto e inutile, che di fatto impedisce allo Stato di intervenire con politiche economiche espansive quando ce n’è bisogno.

E’ un dato di fatto che la situazione economica di buona parte dell’Europa, e nello specifico quella italiana, è notevolmente peggiorata con l’introduzione della moneta unica. La crisi esplosa nel 2008 è subentrata a una stagnazione strisciante: la produttività del sistema economico si è di colpo abbassata con la fissazione del cambio lira/euro, la domanda (interna ed esterna) dei nostri prodotti è precipitata, la disoccupazione è cresciuta in modo drammatico, il sistema produttivo è un malato oramai quasi incurabile. L’Euro non ci ha neanche aiutato dal punto di vista finanziario, visto che lo spread è diventato il nostro incubo quotidiano, capace di far saltare in aria il nostro debito pubblico e con esso anche la nostra democrazia.

“L’Europa ce lo chiede”, “fare i compiti a casa”, sono diventati i mantra ripetuti per giustificare qualsiasi scelta scabrosa nelle continue situazioni di emergenza. Ma quale Europa? Mai come in questo momento l’idea di Europa unita è vista come fumo negli occhi dai cittadini, siano essi greci o tedeschi. Probabilmente le burocrazie europee sono riuscite in questi anni a rovinare quell’idea di solidarietà che aveva animato e sostenuto la costruzione del progetto dell’Unione Europea. E’ un danno gravissimo, in primo luogo per la possibilità di avere un continente finalmente pacificato.

Ciò che risulta veramente insopportabile però è che l’Euro è usato come una carota che nasconde un nodoso bastone; la moneta unica ha introdotto una rigidità artificiale nei meccanismi economici: in un sistema di cambi flessibili la moneta di un’economia in difficoltà si svaluta e quindi le sue merci ri-diventano più competitive, invece se la moneta è unica questo meccanismo non può realizzarsi.

Il problema è che la moneta unica è stata adottata in stati con condizioni economiche completamente differenti, dalla Grecia alla Germania, per cui questa rigidità ha finito per avvantaggiare ancora di più i paesi già più forti.

Qual è allora il rimedio (indicibile) che può consentire ai paesi deboli di rimanere al passo? Se non si può svalutare, non si può far altro che ridurre i costi di produzione, calmierando i salari, introducendo flessibilità, licenziando. Bisognava dare una lezione alle nostre economie troppo mature: dirlo apertamente non era possibile, ma in nome dell’Euro tutto si può giustificare.

Anche le imprese hanno dovuto subire i danni causati dal vincolo esterno del totem Euro: la riduzione della domanda interna causata dalla crisi le soffoca, ma anche le esportazioni sono danneggiate dal cambio sfavorevole. Anche a loro si è rivolto il bastone, costringendole a ristrutturazioni, delocalizzazioni, licenziamenti.

Dalla consapevolezza dell’inganno la rivolta

Non possiamo più permetterci di sopportare le conseguenze di questo sistema. Il capitalismo arrivato alla sua esasperazione sta alimentando la distruzione dell’ambiente terrestre, spreme le risorse umane dei paesi più poveri allo stesso modo in cui sfruttò i lavoratori della prima rivoluzione industriale, lascia nella prostrazione e nell’umiliazione intere generazioni di giovani disoccupati nei paesi avanzati come il nostro.

E ci mantiene passivi in un limbo che si alimenta con l’inganno: l’obbligo di onorare il debito pubblico, la moneta unica come unica via all’Unione Europea. Una dittatura del presente che ci impedisce di immaginare una realtà diversa, più giusta per la maggioranza di noi.

Il debito pubblico va analizzato per verificare quanta parte corrisponde a vere spese sostenute dallo Stato e quanto invece deriva da rendita finanziaria; sul pagamento del debito va concordata con gli altri paesi in difficoltà una moratoria unilaterale.

Si deve procedere a una uscita concordata dall’Euro, insieme agli altri paesi. Ormai conviene a tutti, anche alla Germania che ne ha approfittato fino ad ora. L’Unione Europea si costruisce con la solidarietà, non con il bastone della finanza.

Messi da parte questi due abbagli saremo più liberi di ricostruire, perché ora ci troviamo nel mezzo di una guerra. Ma ci vuole una rivoluzione, come quella che nel 1917 pose fine alla tragedia bellica della Russia in nome di una speranza, come quelle che stanno esprimendo i giovani in Turchia e Brasile, per i beni comuni come l’ambiente, i servizi pubblici. Per questo possono essere i giovani, la forza ancora meno fiaccata dall’abulia di questi anni, ad accendere la miccia. Il tempo degli appelli, delle raccolte di firme è terminato: la scintilla può accendersi nei social network, l’incendio non può che arrivare con una ribellione spontanea nelle piazze.

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