L’omofobia di gruppo è libertà di opinione?

Lo scorso 19 settembre alla Camera dei Deputati, durante l’approvazione di una norma anti-omofobia, si sono fronteggiate due fazioni in apparente contrasto: da una parte, coloro favorevoli all’introduzione di una norma ad hoc per sanzionare i comportamenti discriminatori nei confronti di omosessuali e transessuali; dall’altra, coloro che appellandosi alla libertà di pensiero, rifiutavano con forza una tale riforma.

Dicevo, fazioni solo “in apparente contrasto” perché, come nella migliore tradizione italiana delle larghe intese, nella stessa disposizione di legge in qualche modo sono confluiti entrambi gli orientamenti, il cui prodotto finale risulta essere un ibrido giuridico con cui i Tribunali e gli interpreti avranno un bel da fare in sede applicativa. Un risultato discutibile sia dal punto di vista tecnico che sostanziale giacché lo scopo ultimo della normativa, vale a dire la repressione dei comportamenti discriminatori per gay e trans, è stato con disinvoltura bypassato. Ecco come.

Il testo presentato alla Camera ( per la lettura del disegno di legge originario, si veda http://www.camera.it/_dati/leg17/lavori/stampati/pdf/17PDL0003090.pdf), ora all’esame del Senato, interviene su una legge già esistente, la c.d. Legge Mancino, che sanziona penalmente le condotte di diffusione di idee discriminatorie ed incitamento a commettere atti di discriminazione su basi etniche, razziali e nazionali. L’elenco è stato integrato con l’inciso “motivati dall’identità sessuale della vittima”, in riferimento agli atti di cui sopra.

Il disegno di legge, in sede di discussione in Assemblea, è stato emendato da un comma “salvacondotto” che introduce una scriminante speciale per le associazioni; infatti, non costituiscono discriminazioni punite penalmente le condotte delle organizzazioni di natura politica, sindacale, culturale, sanitaria, di istruzione ovvero di religione o di culto a condizione che:

a. siano conformi al diritto vigente;
b. siano assunte all’interno dell’attività dell’organizzazione;
c. si riferiscano a principi e valori di rilevanza costituzionale.

Ora, come bisogna interpretare tali condizioni affinché l’attività di un’organizzazione sia scriminata? La conformità al diritto vigente, in realtà, tecnicamente è un concetto pleonastico, probabilmente ribadito solo per motivi politici. Pongono seri problemi applicativi le altre due condizioni: che s’intende per attività interne all’organizzazione? Se un esponente di Militia Christi, durante una riunione del gruppo, afferma che una lesbica è una deviata da redimere, è legittimato? Sembra di sì. Viceversa, potrebbe essere punito se la stessa frase è pronunciata per strada.

La questione è complicata dal riferimento ai valori costituzionali a cui l’organizzazione dovrebbe ispirarsi. Viene subito in mente il concetto di famiglia, valore tutelato dall’art. 29 come società fondata sul matrimonio, che spesso viene strumentalizzato da alcuni movimenti politici e cattolici proprio per attaccare le preferenze sessuali considerate non-convenzionali. Ma la Costituzione, all’art. 3, riconosce anche pari dignità sociale a tutti gli individui, impegnando lo Stato a rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana. Accade spesso che i vari principi costituzionali si trovano in una situazione di apparente conflitto, in cui sta alla sensibilità dell’interprete la ricerca dell’esatto bilanciamento nella situazione concreta.

La confusione giuridica quindi, è ad altissimi livelli, con buona pace del principio della certezza del diritto.

Il problema più grave sta, però, nell’ equivoco concetto di libertà di espressione che i sostenitori di questo emendamento hanno portato avanti nella loro battaglia. Si è detto che, così come strutturata, la disposizione anti-omofobia sarebbe stata una legge-bavaglio, contraria all’art. 21 della Costituzione.  Non è necessario uno scienziato del diritto per capire che, laddove le opinioni ledano la libertà personale, la dignità o l’onore di un altro individuo, la libertà di espressione deve soccombere a favore della tutela della persona.  È questo, del resto, il senso di altri reati già da tempo presenti nel nostro codice penale, come l’ingiuria e la diffamazione.

È proprio l’introduzione di un salvacondotto “soggettivo”, invece, a porre seri problemi costituzionali in relazione all’art. 3 Cost.: perché l’emendamento tratta soltanto delle organizzazioni? Le opinioni espresse dai singoli hanno forse meno valore? Oppure queste ultime, inspiegabilmente, sono considerate più pericolose? Qualunque tentativo di dare una risposta ragionevole fallisce miseramente. Se la ratio è quella di tutelare la libertà di opinione, allora la scriminante dovrebbe valere per tutti. Giacché così non è, bisogna cercare le reali motivazioni da un’altra parte. Una parte che, infischiandone del principio di uguaglianza e tutelando solo le posizioni di alcuni gruppi, tenta nei fatti di vanificare lo scopo finale della norma contro l’omofobia e la transfobia.

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