Quando saremo capaci di amare

L’articolo che questa settimana vorrei proporre ai nostri lettori ha il gusto di un invito, di una esortazione ma, forse, è più un augurio per noi uomini. Siamo noi uomini, infatti, i soli colpevoli di un dramma che ci trasforma troppo spesso in carnefici, artefici volontari di un gesto che mette fine ad ogni ossessione. La piaga del femminicidio è un dramma che non accenna a diminuire nella nostra civilizzatissima Italia, senza risparmiare, come visto recentemente, anche il nostro territorio. Ma dove ricercare le cause di una rabbia così grande, di un fenomeno di così grandi proporzioni?

Filosofi e scrittori molto più importanti di chi scrive hanno già tracciato i caratteri e le cause di questo fenomeno che non accenna a diminuire e che, anzi, aumenta in modo preoccupante. Alla base di ciò deve porsi l’incapacità dell’uomo di vivere il proprio rapporto al di fuori della logica del possesso, cioè la difficoltà di instaurare una relazione che non si esaurisca nella volontà di possedere completamente. Una volontà ed un logica che noi uomini abbiamo imparato ad utilizzare con le cose, convinti che la donna fosse, allora, un mero oggetto da usare e da possedere, oggetto tra gli oggetti, trofeo dell’uomo che non deve chiedere mai, semplice propaggine delle nostre funzioni. Tale volontà di possesso altro non è che emanazione diretta e, insieme, riflesso dell’ideologia che dagli anni ’80 ha fissato nell’avere l’unico modo di essere.

Per questo, molto spesso – anche io, come tutti: purtroppo nessuno ha anticorpi adeguati a tale feroce malattia – mal sopportiamo di avere a che fare con donne autonome, libere dalle nostre aspettative di controllo e che, dunque, resistono alla nostra volontà di possederle, di farne risultato di una sintesi di cui siamo noi uomini a deciderne modalità e contenuti. Le donne vittime di femminicidio, infatti, sono donne che hanno voluto (ri)affermare la propria soggettività, che hanno deciso di liberarsi dalla relazione mortifera che le aveva rese oggetto.

Ora, come possiamo noi uomini ritornare  – iniziare, forse? – a costruire una relazione al di fuori delle logiche del possesso? Sicuramente, iniziando a sostituirla con la logica dell’appartenenza in modo che quel violento e claustrofobico “tu sei mia” si trasformi nel “io sono tuo”, come irriducibile dono di sé. Ciò significa trasformare il possesso dell’altro nella cura della relazione, affinché le persone in gioco nel rapporto possano costituirsi entrambe come soggetti. Ma, se è vero che una simile disposizione è assolutamente necessaria per ritornare a sentire ciò che può veramente essere vissuto della parola amore, è anche vero che questa logica del dono non è a mio avviso sufficiente perché nasconde anch’essa le sue insidie, insidie che si moltiplicano quando questa logica del dono si assolutizza.

Essa, infatti, può implicare il donarsi tutto alla persona amata, trasformando quel gesto vitale in sacrificio poiché ogni dono, al di là delle retoriche e delle espressioni altamente suggestive che spesso si usano per descriverlo, implica sempre l’espropriazione di qualcosa di sé, un qualcosa che in questo caso è essenziale. Non comprendere quanto di nostro venga messo costantemente in gioco ci prosciuga e fa scattare una spirale viziosa in cui si pretende di essere riempiti dall’altro, di aspettare il dono dell’amata per riempiere quel vuoto che ancora non comprendiamo come possa essersi formato. Ciò che rimane del rapporto è il rapporto stesso, un circolo che si autoalimenta sotto il segno del sacrificio e della pretesa. Insomma, se la logica del possesso rende l’uomo un soggetto e la donna un oggetto, assolutizzando la logica del dono si corre il rischio di trasformarsi entrambi in oggetti, oggetti della relazione stessa che finisce per fagocitare tutto e sacrificare ogni soggettività.

Che fare, dunque? Una mia amica una volta mi disse che aveva trovato scritto “l’amore non è nel dono ma nella scambio dei ruoli”. Ho spesso ripensato a questa cosa, in un primo momento senza capirla e, successivamente, comprendendola nel suo senso più profondo. Lascio tale compito anche a chi leggerà l’articolo, aggiungendo semplicemente che donare e donarsi possono essere solo due degli infiniti ruoli che gli amanti possono darsi ma è bene non incancrenirsi in essi. Abbandonare il ruolo che ci hanno cucito addosso come uomini – e su cui ci siamo comodamente colpevolmente adagiati – potrebbe ricordarci che solo giocando possiamo scoprire sempre qualcosa di nuovo della relazione che ci unisce senza asservire o asservirci, senza possedere o farsi possedere ma nella libertà di due protagonisti che inventano ad ogni momento il proprio posto sulla scena.

Chiudo questa piccola riflessione, che già si è spinta troppo oltre, ritornando alla canzone di Giorgio Gaber dal quale è tratto il titolo dell’articolo, con l’invito, l’esortazione, l’augurio ma, soprattutto, la speranza di ritornare ad essere capaci di amare, di non affollare le nostre ed altrui esistenze, di accettare il rischio di un addio e della sconfitta, magari cercando gesti più naturali che ci guidino all’amore.

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