Cittadini da morti, clandestini da vivi

Il 3 ottobre, al largo delle coste di Lampedusa, si è compiuta l’ennesima tragedia: il naufragio di un barcone che trasportava almeno 500 migranti,  a seguito di un incendio scoppiato a bordo. Ad oggi i morti sono 288, ma il numero sembra destinato a salire e continuano a pervenire, in questi giorni, i commenti affranti dei politici e dei benpensanti, gli appelli al rispetto dei diritti umani, le proposte di premi Nobel e di cordoglio pubblico. Succede sempre così: appena si verifica un fatto eclatante tutti si ricordano che persino i “clandestini” sono esseri umani e sono pronti a piangerli, a proclamare il lutto nazionale. Basta poco però, perché il dramma delle migliaia di disperati che tentano viaggi mortali pur di approdare sulle nostre coste torni nel dimenticatoio e, a parte il fermento di facciata, non si fa nulla di concreto per cambiare la Bossi-Fini (legge grazie alla quale, tra l’altro, i 155 superstiti del naufragio risultano ora inevitabilmente indagati per il reato di immigrazione clandestina) o per chiedere all’Europa un aiuto non a rafforzare le frontiere, bensì a realizzare politiche di apertura che mirino ad un’integrazione reale e sostenibile.
Proprio per questo vi proponiamo un’importante riflessione di Andrea Segre, pubblicata sul suo blog (http://andreasegre.blogspot.it ) all’indomani del tragico naufragio.

 

“Si ma allora, come si fa? Possiamo mica prenderli tutti qui, no?” – di Andrea Segre

 

Leggo nel Corriere della Sera  di oggi l’articolo sui “miliziani dei barconi” di Fiorenza Sarzanini: “Tantissimi [potenziali migranti] vengono “avvicinati” dai trafficanti, pronti a tutto pur di avere “merce” umana da imbarcare, che li convincono a seguirli. ” E ancora, qualche riga dopo: “Altre migliaia di stranieri aspettano di intraprendere lo stesso viaggio. Merce umana inconsapevole del reale pericolo di essere mandati a morire, o forse pronti a tutto pur di cercare un’altra vita.”
Sono frasi che si rifanno con coerenza ad un punto di vista che si è talmente consolidato nell’opinione pubblica europea, da non permetterci più di capire perché sia stato creato e quali posizioni di  politica internazionale sostenga. Un punto di vista che trionfa nella stragrande maggioranza dei giornali e dei commenti di oggi dopo la tragedia di Lampedusa e che può essere sintetizzato con le seguenti parole d’ordine: “La tratta di esseri umani nelle acque del Mediterraneo è un crimine contro l’umanità che va fermato con tutti i mezzi e l’Europa non ci può lasciare da soli”. Sono parole che potrebbero essere pronunciate da personalità politiche o morali di qualsiasi schieramento e appartenenza.
Ebbene a mio avviso questa frase è fuorviante e scorretta e conduce a strategie politiche ed operazioni militari incapaci di affrontare il fenomeno migratorio, mettendo davvero al centro la dignità e la vita degli esseri umani che emigrano.
Da almeno quindici anni i Paesi Europei, sia singolarmente che insieme, sviluppano, con plauso di tutte le forze politiche, “misure di contrasto all’immigrazione clandestina e alle organizzazioni criminali che la controllano” e da almeno quindici anni il numero di vittime continua a crescere. Come mai?
Il motivo è per me semplice e quasi banale.

 

Il problema sta nel fatto che esistono persone al mondo che hanno necessità di viaggiare, o per salvarsi la pelle o per cercare una vita migliore, ma non hanno il diritto di farlo perché altre persone, la cui pelle e la cui vita sono tendenzialmente molto più al sicuro della loro, hanno deciso di negarglielo. Queste persone non stanno ferme a casa a rispettare l’ordine di quelli che stanno bene. Cercano di raggiungere le terre dove stanno quelli che vorrebbero impedirglielo. E siccome in mezzo al viaggio trovano ostacoli naturali e soprattutto militari (le operazioni di contrasto all’immigrazione clandestina di cui sopra) allora si fanno aiutare da gente che dà a loro qualche sgangherato e pericoloso mezzo per superare quegli ostacoli e che per farlo si fa pagare caro puntando sulla loro disperazione e sulla corruttibilità di buona parte degli operatori coinvolti nei controlli delle frontiere.
Attraversare mare, deserto, steppe, montagne per noi europei costa 5-10-20 volte di meno che per migranti non europei: perché per noi è legale quindi sicuro, per loro no quindi insicuro.
Se davvero vogliamo salvare la pelle delle persone che hanno necessità di viaggiare, la prima cosa da fare è garantire loro il diritto di poterlo fare in modo sicuro e umano. Invece siccome questo non lo vogliamo fare, allora facciamo finta di occuparci di loro attaccando i trafficanti e la loro disumanità.
I trafficanti di esseri umani esistono, ma sono quelli che reclutano a forza altri esseri umani per venderli contro la loro volontà. Coloro che lucrano sui migranti per farli attraversare le frontiere che i migranti stessi vogliono attraversare sono, per usare un termine caro alla democrazia italiana, “utilizzatori finali” del sistema di frontiere e muri che l’Europa ha creato intorno alla sua fortezza.
Il termine “merce umana” utilizzato dalla Sarzanini è corretto solo se diamo per scontato il punto di vista europeo, cioè di chi continua a volere il consolidamento della Fortezza facendo finta che tale strategia non produca vittime e tragedie. I migranti sono “merce umana” sì, ma creata dalle nostre politiche e poi utilizzata da chi sfrutta l’occasione per fare business. Cambiando punto di vista i migranti sono invece persone a cui è stato negato un diritto fondamentale non per una loro colpa, ma per una discriminazione su pura base etnica, in base cioè a dove il destino li ha fatti nascere.

 

Il Presidente Napolitano ha chiesto ieri, e tutti si sono accodati, di rafforzare Frontex, l’agenzia europea che dovrebbe coordinare gli interventi degli Stati Membri nel controllo delle frontiere esterne e che gestisce varie operazioni marittime, terrestri e aeree per fermare le entrate dei migranti illegali. Bene, caro Presidente, se rafforziamo Frontex e la strategia che Frontex rappresenta, noi otterremo due immediati risultati: l’aumento delle vittime tra coloro che chiedono protezione e l’aumento dei costi dei viaggi illegali e quindi dei ricavi per coloro che li gestiscono. Poi però potremo presentare meravigliosi report in cui ci vanteremo di aver ridotto gli sbarchi e gli arrivi illegali nel territorio europeo. Ma ci siamo mai chiesti una cosa semplicissima: quando si riducono gli arrivi illegali nel territorio europeo dove finiscono le persone che abbiamo fermato e respinto? Pensiamo davvero che tornano a casa e rinunciano al viaggio perché hanno scoperto che è illegale? No, si rimettono in viaggio, se riescono a sopravvivere alle prigioni e alle torture dei Paesi extra-europei (Libia, Tunisia, Egitto,Turchia, Ucraina, Bielorussia e altri) a cui le nostre polizie li affidano, pagando salatamente il servizio.

 

Si ma allora? Come si fa?
Si spostano i finanziamenti dal contrasto all’immigrazione illegale alla creazione di canali  di emigrazione legale.
Si creano servizi e agenzie che danno informazioni su come e dove emigrare o su come e dove fuggire.
Ma così vengono tutti qui?
Non è vero.
La maggior parte di chi deve scappare da regimi e guerre, cerca rifugio vicino casa per sperare di tornarci quando le guerre finiscono o i regimi cadono.
Altri, i 20-30enni. cercano di andare più lontano per mandare soldi alle famiglie che intanto aspettano vicino a casa. E quelli vanno aiutati.
Chi invece si muove per motivi economici se sa che un tot possono farlo legalmente si organizzerà per mandare quel tot e ricavare guadagno dalla loro emigrazione attraverso le loro rimesse.
Ma per rendere ciò possibile bisogna costruire sistemi di informazione e di organizzazione delle vie legali di emigrazione: aprire uffici ad hoc, usare mediatori culturali e comunitari, finanziare le agenzie UN preposte a ciò, utilizzare le sedi diplomatiche per questi scopi e altro ancora. E dove si trovano i soldi? Beh da quelli che possiamo risparmiare riducendo le follie e smantellando le inefficienze del sistema securitario fatto di operazioni di respingimento, di rimpatrio forzato, di espulsione, di detenzione e simili.

 

E’ una direzione rivoluzionaria e complessa, ma che è l’unica che può permetterci di non essere ipocriti quando ci scandalizziamo per le tragedie e quando diciamo di voler rispettare le vite e la dignità dei migranti.
Altrimenti l’unica cosa che ci rimarrà è la vergogna.
A noi la scelta.

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