Donne e cambiamento: per una rilevanza politica femminile e una rappresentanza neutrale

“E se fosse il contrario?”
E’ la domanda che, in questi giorni, gira per il web: è la proposta politica di una imprenditrice marchigiana che chiede agli italiani se voterebbero un partito politico di genere inverso all’odierna rappresentanza parlamentare. Oggi, nel nostro Parlamento, siedono il 30% di donne ed il 70% di uomini: dunque la proposta prevederebbe un partito “rovesciato”, composto dal 70% di donne e solo per il residuo 30% da uomini. La scommessa del contrario, questo il titolo del progetto, è stata lanciata sul web e su Facebook un mese fa, e sta riscontrando un importante successo di pubblico, che si esprime numeroso commentando on line e mettendo “like”.

Al di là dell’evidente provocazione (riservare una quota, anche minore, ad una qualsiasi categoria di individui cozzerebbe con la nostra Costituzione, che prevede invece l’assoluta uguaglianza dei cittadini), quel che emerge dai commenti della gente è l’assoluta consapevolezza della necessità di un cambiamento, qualunque esso sia. Dunque, se rovesciare le percentuali dal punto di vista sessuale determina la modifica dei nostri rappresentanti, ben venga scommettere su qualsiasi contrario: purchè non si tratti di nuove Santanchè o simili.
Una volontà popolare, dunque, che si esprime chiara nel senso di ribadire la necessità di nuove esperienze, nuovi valori, nuovi volti, a prescindere dal sesso di chi li rappresenta. Tuttavia, la citata iniziativa non è l’unica nel web, dove sono numerosi i dibattiti in atto sul tema della rappresentanza politica femminile: solo a titolo di esempio, citiamo la Scuola di Politica e il blog di Irene Pivetti (femminile già dal logo: un emiciclo parlamentare che emerge da un volto di donna), oppure il blog “Politica Femminile” ed il portale “Rete delle reti femminili“.

Il cambiamento che cerchiamo, dunque, può passare per una maggiore rappresentanza politica femminile? Secondo la sociologa danese Birte Siim sì: in un saggio del 1996 mostra come la consistente partecipazione delle donne alla vita politica nei paesi scandinavi abbia prodotto un’onda lunga di cambiamento che non solo ha migliorato la cittadinanza sociale, politica e culturale al femminile, ma che ha generato anche quelle condizioni socio-economiche per le quali le donne scandinave di oggi possono davvero vivere una buona conciliazione dei tempi di vita e di lavoro.

Quello della rappresentanza politica femminile è uno dei capisaldi del cd. modello svedese, proprio dei paesi del nord Europa, studiato ed apprezzato in tutto il mondo per i risultati ottenuti di rappresentanza politica, di partecipazione nel mondo del lavoro, di battaglie salariali, di politiche family-work balance. La Svezia è collocata tra i Paesi che hanno raggiunto i migliori risultati relativamente alla rappresentanza politica delle donne: circa il 47 % dei membri del parlamento svedese è costituito da donne; in Europa è seguita dalla Finlandia; nel mondo, solamente il Ruanda supera tale percentuale con il 48.8% di parlamentari donne.

Torniamo in Italia: non serve sottolineare che quella della rappresentanza femminile (politica, certo, ma anche nei cda aziendali, nelle amministrazioni pubbliche…) è solo una delle aree in cui si necessitano nuove prese di posizione. E’ certo, però, che inserire le questioni femminili all’interno del dibattito politico attuale, maschile più che neutro, aprirebbe spiragli di miglioramento per tutti, innescando “l’onda lunga di cambiamento” teorizzata dalla Siim, la stessa onda che in cinquant’anni ha sviluppato (economicamente ed eticamente) il nord Europa. Non è necessario che ci siano più donne in Parlamento (parlando, ovviamente, di candidature reali e valide) per mettere al centro del dibattito tematiche femminili: temi come quello della conciliazione tra tempi di vita e di lavoro, dei medici obiettori, degli asili nido e moltissimi altri dovrebbero poter essere valorizzati da qualunque esponente politico, di qualsiasi sesso. Tematiche tradizionalmente femminili, ma che dovrebbero esser parte di un dibattito politico quotidiano e neutro. Magari con un uomo, finalmente, a capo del Ministero per le pari opportunità!

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