Dentro le ossessioni, con Adrian Bravi

Intervista di Stefano Casulli e Marco Squarcia.

Oggi intervistiamo Adrian Bravi, scrittore nato in Argentina e italiano di adozione, da anni noto per i suoi romanzi: dal 2004 sono infatti usciti in lingua italiana, Restituiscimi il cappotto (ed. Fernandel – 2004), e poi La pelusa (2007), Sud 1982 (2008) e Il riporto (2011), tutti e tre con la casa editrice Nottetempo di Roma. Discutiamo con lui del suo ultimo testo, L’albero e la vacca, uscito il 18 settembre in collaborazione con Feltrinelli, che sarà presentato il 10 ottobre alle 18.00 presso il CASB dell’UniMC e una settimana dopo a Recanati, presso la Biblioteca comunale. Grazie Adrian per la disponibilità e la possibilità di confrontarsi che ci dai.

Sono io che ringrazio voi per l’intervista e per l’interessamento al mio libro.

Qualche elemento biografico: da quanto tempo vivi in Italia e come ti trovi?

Vivo in Italia da più di vent’anni e qui mi sono sempre trovato a mio agio. Certo, con alti e bassi, all’inizio mi sembrava di stare con la testa in Argentina e con i piedi qui, ma poi mi è passato. Insomma, in Italia mi sono sempre sentito un ospite gradito.

Come mai le Marche e la Provincia di Macerata?

Mio padre era di Recanati, ma questo è un aspetto secondario. Sono approdato qui per caso, più di vent’anni fa. Volevo salutare alcuni parenti e vedere il posto di cui mio padre mi parlava sempre. Qui ho avuto una grande accoglienza e ospitalità. La mia intenzione era continuare i miei studi di filosofia che avevo iniziato a Buenos Aires. Mi sono iscritto all’università di Macerata, dove ora lavoro come bibliotecario; ho conosciuto dei docenti, come il prof. Filippo Mignini, che per me sono stati fondamentali, uno stimolo a trattenermi. Insomma, senza volerlo, sono rimasto nelle Marche.

Possiamo dire che ogni scrittore è/esprime la lingua di un territorio: non ci sarebbe Dickens senza Londra, né Balzac senza la Parigi benestante, né Camilleri senza la Sicilia. Quale rapporto si è creato tra la scrittura di un argentino come Adrian Bravi e il territorio vissuto delle Marche?

Il paesaggio della mia infanzia era la pianura sterminata. Mi riempivo gli occhi quando guardavo l’orizzonte e tutto quello spazio vuoto. Questo paesaggio e lo spagnolo erano tutto uno. Per me quel vuoto si riempiva con i dialoghi degli autori che leggevo, autori che avevano a che fare con quel paesaggio. La lingua italiana invece la associo al paesaggio marchigiano. L’italiano per me è una lingua piena di colline e di montagne; lo spagnolo invece sono i grandi alberi solitari, i cavalli, le vacche, la pianura. Mi sono affezionato molto al paesaggio delle Marche, è il mio nuovo orizzonte con il quale faccio i conti da tanti anni. Non so di preciso quale rapporto si sia creato, posso dire che queste colline sono un posto dove mi piace stare.

Non a caso anche Adamo, il protagonista de L’albero e la vacca, vive a Recanati come te… Che legame hai con la città?

Come ho detto sopra, le mie radici, anche se un po’ rizomatiche, perché in fondo ho vissuto metà della mia vita in Argentina e l’altra metà in Italia, stanno a Recanati. Con questa città ho un legame di appartenenza che va al di là delle mie radici. Mi sento accolto e sento, allo stesso tempo, che posso raccontarla, e questo penso che sia il legame più forte che si possa avere con un posto.

Veniamo al tuo ultimo libro, L’albero e la vacca. Ci spieghi brevemente perché questo titolo?

La storia è quella di un bambino che per evitare le lite dei genitori si rifugia su un tasso, che è un albero molto velenoso, e che, nello specifico, si trova nei giardini pubblici di Recanati. Un giorno mangia uno dei frutti, che si chiamano arilli, e all’improvviso vede comparire da dietro una siepe d’alloro un’enorme vacca bianca.

La trama parla del ragazzino che vive la separazione dei genitori da un albero, di cui mangia i frutti allucinogeni che ne distorcono la realtà. Come interpretare questo passaggio?

Adamo vive la frantumazione del proprio mondo famigliare. I fili che reggono i rapporti si spezzano pian piano. Quindi, quello che non trova nella realtà, paradossalmente, lo trova nella visione della vacca. La vacca sostituisse la sicurezza che dovrebbero dargli i genitori. Si invertono i piani. Noi viviamo in un mondo dove ogni cosa deve trovare un appiglio con la realtà. L’eccesso di realtà, anche in letteratura, ci sta soffocando. A me interessa guardare la quotidianità delle persone, i loro tic, le loro ossessioni, i loro conflitti, ma attraverso la finzione.

Conflitti e ossessioni visti con gli occhi della finzione: qual è il ruolo delle bacche? Sono semplice funzione letterale oppure vogliono rappresentare qualcosa di specifico, una via di fuga alla frantumazione del mondo “liquido” dei nostri tempi?

Rappresentare, niente. Sono semplicemente un canale che permette al protagonista del libro di trovare una sicurezza o di aprirsi un orizzonte più mite e materno di quello famigliare. Le visioni che gli producono assomigliano, se vogliamo, e per fare un riferimento letterario, alle allucinazioni che ha il principe Myškin di Dostoevskij nell’istante prima di un attacco epilettico: allucinazioni che lo mettono in pace col mondo, come la vacca che vede Adamo nei giardini pubblici. A me sarebbe piaciuto molto avere una vacca del genere come punto di riferimento.

La vacca invece è l’antidoto …

Sì, è proprio così, un antidoto contro la realtà.

Questo rapporto tra ossessione e via di fuga è già presente ne La Pelusa, dove il protagonista è ossessionato dalla polvere e dalla sua evidenza nel pulviscolo illuminato. Ritieni sia questa una “meccanica” propria di questa fase storica?

Non saprei, posso solo dire che sono particolarmente incuriosito dalle ossessioni delle persone. Mi piacciono molto quei gesti che si ripetono in continuazione e che tratteggiano, come hai detto, una specie di “meccanica”. Forse questo atteggiamento fa parte della nostra fase storica, non lo so. Penso che in quei gesti, noiosi e ripetitivi che caratterizzano l’ossessione, ci sia un espediente narrativo interessante. Personalmente sono più curioso all’osservazione di questi gesti che non ai grandi racconti sul mondo.

Si è paragonato il tuo testo alla comicità di Buster Keaton: un umorismo serio che fa riflettere senza appesantire. Ti riconosci in questa riflessione?

Mi sembra un po’ eccessivo come paragone (troppo buono con me chi l’ha scritto). Buster Keaton lo aveva capito meglio di chiunque che un numero comico riesce meglio quanto più si resta indifferente. Il comico è una faccenda troppo seria per mettersi a ridere, diceva Buster Keaton. Comunque, non sono interessato all’effetto comico nei miei libri, non è una priorità. Preferisco pensare Adamo, per esempio, come un personaggio un po’ strampalato che non ha tutti gli strumenti per capire le cose, e non ha alcun sospetto circa la presenza di implicazioni buffe o divertenti in quello che racconta.

Torniamo a L’albero e la vacca : il racconto si sviluppa dentro uno scarto linguistico. Il narratore interno è il bambino cresciuto, che si esprime con il linguaggio del Sé bambino, determinando un’impasse agli occhi del lettore.

Credo che ogni storia richieda la sua lingua e il suo timbro specifico. Non so se tutte le storie si possano raccontare allo stesso modo, penso di no. In questo libro m’interessava raccontarla attraverso gli occhi di un bambino, che non riesce a capire certe dinamiche e certe scelte che compiono i genitori, specie la madre, appunto perché certe scelte sono incomprensibili ai suoi occhi. Resta un bambino un po’ sradicato, che si affeziona ai difetti, come quando dice di preferire un padre monco (perché il padre ha un braccio malato), piuttosto che un padre smonco.

Protagonista: un bambino. Capita molto di rado nella letteratura. È giusto ritrovarvi una scelta politica e sociale, nell’assegnare senso e voce alla storia tramite le parole di un adulto-bambino come Adamo?

Certo, Adamo racconta la storia da adulto, ma conserva quella strampaleria infantile che rattrista e fa ridere allo stesso tempo. Senza svelare troppo, possiamo dire che rimane comunque un disadattato anche da grande.

Quali sono i tuoi prossimi progetti letterari?

Ho tanti libri arretrati da leggere che già questo costituirebbe un progetto letterario a lungo termine. Ad ogni modo, un giorno mi piacerebbe raccontare cosa significa cambiare lingua o passare da una lingua all’altra, ammesso che significhi qualcosa.

Grazie ancora per la gentilezza e disponibilità, a presto Adrian

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