Senza dignità: il degrado delle carceri italiane

Alla luce delle recenti dichiarazioni del Presidente Napolitano sulla necessità di arginare l’emergenza carceri, riproponiamo un articolo di Ludovica Novelli, redattrice di Via Libera, dal titolo “Senza dignità: il degrado delle carceri italiane”. Il tema, già affrontato più volte dal nostro magazine, ritorna ciclicamente di drammatica attualità senza, per questo, suscitare nelle sedi istituzionali una seria e radicale riflessione che esuli dalle superficiale e temporanea soluzione propinata con insistenza, vale a dire l’amnistia e l’indulto.

Senza dignità: il degrado delle carceri italiane di Ludovica Novelli.

Le condizioni di degrado in cui versano molte delle carceri italiane – solitamente ignorate nell’oblio generale – sono di recente finite sotto i riflettori, in seguito alla condanna della Corte europea dei diritti umani, che nel gennaio scorso ha imposto allo stato italiano un risarcimento di centomila euro a sette detenuti di Busto Arsizio e Piacenza, riconosciuti vittime di un trattamento disumano (costretti in celle anguste e in condizioni invivibili). La corte di Strasburgo, inoltre, ha chiesto all’Italia di mettere in campo entro un anno le misure necessarie a risolvere il problema del sovraffollamento e rendere le carceri “a norma”, affinché non si verifichino in esse nuove violazioni dei diritti umani.

Proprio di questo si è discusso durante l’incontro “CARCERI / senza dignità”(promosso dall’associazione Art’O e dall’Università di Urbino), che si è tenuto giovedì 14 febbraio presso la biblioteca Mozzi Borgetti di Macerata: Maria Grazia Coppetta, docente di procedura penale all’Università di Urbino, e Patrizio Gonnella, presidente nazionale di Antigone, coordinati da Francesca Marchetti (progetto “Teatro e Carcere”), hanno ben delineato le situazioni di vita e le problematiche degli istituti penitenziari italiani, mostrando chiaramente quali sono le riforme e i cambiamenti strutturali che si fanno sempre più urgenti e necessari.

L’articolo 27 della Costituzione italiana stabilisce che “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. Uno sguardo attento alla realtà delle carceri italiane[1] rende palese come questo principio sia in esse frequentemente tradito: il tasso di sovraffollamento, tra i più alti d’Europa, raggiunge il 142,5%. Ci sono 66.685, per circa 45.000 posti letto. Mancano in certi casi i servizi primari (acqua calda, riscaldamenti) e i detenuti, con la “scusa” che numero di guardie in rapporto ad essi è scarso, vengono spesso privati addirittura dell’”ora d’aria”. Si pensi poi agli episodi di violenze e maltrattamenti (l’ormai famoso caso Cucchi, ma anche molti altri che rimangono dietro i riflettori), che Antigone ha in varie occasioni denunciato. Non sarà difficile immaginare che, in queste condizioni in cui la dignità dei detenuti è totalmente calpestata, non ci sia spazio per progetti e percorsi educativi volti ad una riabilitazione e ad un futuro reinserimento del condannato nella società, come prevedrebbe invece la Costituzione. Ad eccezione di casi d’eccellenza, come Bollate a Milano, il principio secondo cui la pena deve “tendere alla rieducazione del condannato” è totalmente ignorato.

Di fronte a tale degrado, nonché all’ingiunzione della corte di Strasburgo che chiede una messa a norma delle carceri italiane entro un anno, quali sono le soluzioni possibili? Maria Grazia Coppetta ha spiegato chiaramente che questo non è un problema solo di numeri: non basta “svuotare le carceri” con decreti ad hoc, né tantomeno pensare di costruire nuove strutture per aumentare i posti disponibili.

La prima misura costituirebbe una soluzione solo temporanea e inoltre tende a deresponsabilizzare chi di dovere, dando il problema per risolto senza averlo affrontato alla radice. Per la seconda mancano tempi e risorse e soprattutto anch’essa evita la seria – e quanto mai necessaria – messa in discussione di quelle pratiche (e leggi) che causano la violazione dei diritti dei carcerati.

“Il sovraffollamento – ha dichiarato Patrizio Gonnella – non è solo una questione umanitaria, ma prima di tutto una questione sociale”. Quale modello di società vogliamo? E quindi quale modello penale? Le condizioni cui sono costretti i detenuti nei penitenziari italiani tolgono ad essi i principali diritti umani: il diritto alla vita (si pensi ai 66 suicidi nel 2012 e ai già 9 dall’inizio del nuovo anno), il diritto alla salute, all’istruzione, al lavoro … come si può immaginare un cambiamento nella vita di un detenuto, una volta scontata la pena, se durante la reclusione è stato privato di umanità e dignità? Se vogliamo che le pene non siano un modo per infliggere una punizione fine a se stessa, ma un vero e proprio percorso di riflessione e reinserimento di un essere umano nel tessuto sociale,  bisogna ripensare a fondo il nostro stesso sistema penale e punitivo.

Gonnella propone in primis di rivedere quelle leggi che producono “carcerazione di massa”, come la Bossi-Fini sull’immigrazione clandestina o la Fini-Giovanardi sulle droghe.

Esorta poi ad una sensibilità nei confronti delle biografie dei carcerati, delle storie che li hanno portati ai crimini per cui sono stati accusati e a pensare per essi – quando possibile –  delle misure alternative alle detenzione, che siano realmente educative.

È necessario inoltre concepire un modello detentivo rispettoso della dignità umana e capace di tener conto delle necessità di socialità, espressione di sé, lavoro e condivisione. Non è un caso che le percentuali di recidivi (che commettono nuovi reati e tornano in carcere) sono del 65% per coloro che durante la pena non hanno svolto alcuna attività di lavoro o formazione, contro il solo 19% tra quelli che invece hanno avuto la possibilità di accedere a misure alternative alla detenzione.

 

Chi ha compiuto atti illegali non merita per questo di essere rinchiuso e privato di diritti e dignità, ma deve essere semmai aiutato a prendere consapevolezza dei propri errori e a ricostruire la sua vita, attraverso un percorso di crescita e responsabilizzazione. “Non si può costruire un percorso detentivo che non sia basato sulla responsabilità”, ha dichiarato Gonnella: solo così esso potrà essere veramente efficace.

È proprio in linea con quest’ottica di ripensamento del sistema penale e punitivo che il 21 Febbraio prossimo partirà la raccolta firme, promossa da Antigone insieme ad altre associazioni, per presentare in cassazione tre proposte di legge di iniziativa popolare: per l’introduzione del reato di tortura nel codice penale (come previsto a livello internazionale), per il ripristino della legalità e del rispetto della Costituzione nelle carceri e per modifiche alla legge sulle droghe (depenalizzazione del consumo e riduzione dell’impatto punitivo).

Trovate qui il testo completo delle proposte.


[1] Molto interessante a questo proposito il webdoc: “INSIDE CARCERI”

Comments

comments

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *