Contro la scuola, dentro le soggettività

Venerdì scorso (11 ottobre) son scesi nelle strade di Macerata in quasi 500, dietro lo slogan “Si scrive scuola, si legge futuro”. E così in tutta Italia migliaia di ragazzi delle scuole superiori hanno riempito le piazze per le manifestazioni convocate, come tutti gli anni, da Rete degli Studenti e Unione degli Studenti*.
Ma non è di questo che intendo parlare: piuttosto, vorrei provare a ragionare dell’impegno politico degli studenti, così come del rapporto tra i loro desideri e le rivendicazioni.
La scuola pubblica ha rappresentato per molto tempo un luogo di emancipazione per giovani e adulti delle classi sociali meno abbienti. Il figlio del contadino e dell’operaio pretendeva una scuola pubblica, accessibile a tutti, perché viveva su di sé l’esperienza emancipativa di leggere un libro, di capire Marcuse, di imparare le tecniche di un mestiere. L’istituto scolastico rappresentava in quel caso un luogo di soggettivazione, di superamento di sé, perché andava a mobilizzare i desideri di classi (e persone) subalterne.
Ma oggi la scuola è veramente vissuta in questo modo?
Abbiamo mai chiesto a uno studente “tipo” delle scuole secondarie se preferisca la scuola pubblica, quella privata, o se piuttosto non voglia proprio evitare di andarci?
Gli abbiamo chiesto, noi “rivoluzionari”, perché andasse a scuola, al di fuori di ogni retorica? Se l’avessimo fatto probabilmente avremmo scoperto che pochi, pochissimi ragazzi (o soprattutto ragazze?) vanno a scuola “per imparare”; quasi tutti gli altri danno un senso alla loro sveglia mattutina solo per incontrare gli amici, per darsi appuntamento fuori da scuola o per vedere la fidanzata alla chiusura. Quasi tutti risponderebbero alla seconda domanda (perché vai a scuola?) con un “Perché devo”.
D’altronde, potremmo verificare la stessa cosa ex post: proviamo a chiederci, noi che abbiamo terminato gli studi obbligatori, cosa è stato bello della nostra esperienza scolastica. Quasi tutti ricorderemmo scherzi, gite, esperienze sotterranee, fughe, rimproveri… E poi quei pochi, pochissimi eccentrici professori, che ci hanno ascoltato e magari stimolato l’interesse per un pezzo della loro materia. E poi, cosa ci ricordiamo di quanto imparato? Abbiamo davvero imparato qualcosa?
Insomma, in che modo la scuola è oggi un luogo di soggettivazione, di realizzazione della propria persona, di crescita e apprendimento? In buona parte essa è significativa nel momento in cui contraddice se stessa: è indimenticabile il compito copiato, non lo è la lezione; è desiderabile la ricreazione, non l’ora didattica; è memorabile quel che si apprende per caso, magari discutendo, non la spiegazione codificata; è indimenticabile il gruppo di amici, non il professore (salvo che fuoriesca enormemente dai canoni standard di insegnamento).
Ma allora perché gli studenti manifestano “per la scuola”? Non è forse “ironia”, quella che vede gli stessi segregati nella posizione di rivendicare l’esistenza della propria prigione?
Facendo lo zoom sulle manifestazioni possiamo far emergere alcuni elementi fondamentali per capire questa “ironia”: le manifestazioni delle scuole superiori si svolgono ogni anno nello stesso periodo (prima metà di ottobre). Son diventate ormai un appuntamento fisso, cui non mancare: assorbiti da università, lavoro o disoccupazione gli studenti del quinto, sono i più giovani a prendere in mano le redini “organizzative” di una festa ciclica, con slogan, striscioni e megafoni annessi. I giovanissimi (che magari l’anno precedente avevano rinunciato ad andare a causa del niet familiare o per semplice assenza di coraggio) possono finalmente “scioperare”, gridare, fare un piccolo cartello e ballare con tutti gli altri. Molto raramente si manifesta a dicembre, marzo o maggio, e di rado assistiamo a iniziative autogestite durante il corso dell’anno**.
Chiunque abbia vissuto queste esperienze conosce la gioia dell’evasione dalla scuola, il piacere di fare colazione con gli amici e vestirsi come si vuole, di gridare la propria rabbia e la propria gioia; il godimento di una giornata al sole in splendida compagnia, baciando chi si ama e ricordando quanto è stato bello non fare i compiti il pomeriggio precedente.
Siamo quindi proprio sicuri che si stia manifestando “per la scuola”? O forse siamo già “oltre la scuola”? E quando i noiosissimi presidi accusano gli studenti di “voler passare una giornata all’aperto per saltare le lezioni”, non stanno forse dicendo il vero, nascondendone il senso profondo?
Perché allora si manifesta dietro slogan tanto inadatti? Penso per due motivi: 1) gli studenti che guidano le manifestazioni sono politicamente figli di una tradizione di lotte “vecchia”; proprio la loro preparazione politica li rende attaccati a parole superate, lontane dai reali sentimenti della moltitudine studentesca; 2) essi sono spesso inseriti dentro organizzazioni politiche che li legittimano come piccoli leader coltivandone il narcisismo.
Ritengo quindi che la larga parte degli studenti che manifestano lo faccia per non andare a scuola. E questo va benissimo! (Anche perché non è facile avere il coraggio di non andare a scuola per molti che invece sono seri e inseriti dentro il dispositivo scolastico). Lo fanno perché possono stare insieme, perché vivono un’esperienza di soggettivazione forte con amici e non (che il sistema scolastico non è capace di produrre). Su e con questa soggettivazione si dovrebbe lavorare.

Che fare? Gridare lo slogan “Aboliamo la scuola, vogliamo vivere e imparare!” potrebbe essere un buon inizio. O forse, potrebbe rappresentare un punto di partenza per cambiarla sul serio, la scuola. A partire dalle odiose valutazioni, dai tempi e dalle scadenze carcerari, dalle tecniche di insegnamento /apprendimento, dal modo di rapportarsi tra docenti e studenti, o forse meglio tra generazioni; per reintrodurre sentimenti positivi di affettività e curiosità, di reciproca influenza e conoscenza.
Forse così sapremo scendere in piazza tutto l’anno, tutti insieme. E negare la scuola per qualcosa di migliore.

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* vi sono state poi alcune manifestazioni convocate da aree di movimento nel Nord-Est, a Padova, Vicenza, Milano.
** qualcuno potrebbe ricondurre ciò alla mancanza di fondi d’istituto. Ma qualcuno ha visto mai manifestazioni studentesche per rivendicarne di maggiori?

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