Consiglio Comunale aperto sul Centro Storico: identità ed immaginazione

Riflettendo a freddo sui temi sollevati al rilancio del Centro Storico di Macerata, vorrei provare a scavare in un concetto emerso abbastanza frequentemente nel corso della discussione pubblica. Più volte è stata sollevata l’idea che il rilancio del centro storico debba essere necessariamente legato alla sua trasformazione in un centro commerciale naturale.

Il centro storico come “galleria naturale”, unico rimedio per uscire dalla crisi che morde senza pietà i commercianti ed il loro volume di affari. Uno spazio, quindi, decostruito ed organizzato secondo le logiche di un mercato che ha promesso serenità e prosperità salvo poi renderci più poveri di denaro e di immaginazione. Ancora una volta, insomma, ciò che viene proposto per guarire dalla malattia non sembra una cura, ma una nuova iniezione del morbo che, a mio avviso, darà il colpo di grazia al paziente.

Il centro storico, invece, dovrebbe essere la rete e la trama dell’identità cittadina, un serbatoio di senso sempre attivo e pronto ad accogliere al suo interno le varie istanze della città e non ridotto ad un semplice agglomerato di negozi funzionalizzati esclusivamente al consumo. In questo senso, vorrei richiamare per un attimo la riflessione di Bachelard contenuta nel testo La poetica dell’abitare in cui, ragionando sulla casa, vengono evidenziati due nodi centrali delle modalità con cui l’uomo costruisce il proprio spazio nell’ambiente.

Il primo è il concetto di verticalità. L’uomo, secondo il filosofo, si sviluppa in altezza: pone le proprie radici nel sottosuolo, si connette al senso intimo e segreto della natura – nell’umido delle cantine e nel buio delle gallerie – per tendere, poi, al cielo, alla sua dimensione più alta la quale testimonia con forza la ricerca di un proprio nel quale poter costruire la sua identità.

Il secondo, invece, è il concetto di centralità. L’uomo costruisce il proprio abitare con sé al centro, cioè progettando lo spazio in funzione delle proprie esigenze, delle proprie aspettative e della propria immaginazione. È proprio l’immaginazione, secondo Bachelard, a spingere sull’acceleratore della progettazione umana, rendendo così il suo abitare un nodo di senso e significati che trasforma la stessa percezione della realtà.

Perché abbiamo richiamato questi concetti, anche difficili, per commentare l’idea di un “centro storico che diventi un centro commerciale naturale”? Perché, secondo il filosofo francese, l’abitare contemporaneo non si sviluppa più secondo quei concetti che hanno determinato, nel corso della sua storia, la costruzione identitaria dell’umano ma si è appiattita nella dimensione della orizzontalità. Senza ricorrere al concetto di non-luogo, possiamo però dire come l’uomo abbia tagliato il proprio radicamento ai significati più profondi del suo stare nel mondo, così come ha ormai rinunciato alla spinta dell’immaginazione che ne determina, concretamene, la vocazione ad andare in alto. Nello stesso tempo, l’uomo viene polverizzato e non si riconosce più come centro simbolico del proprio abitare ma ne rimane ai bordi, intercettandolo solo come fruitore occasionale, come consumatore. Il centro commerciale diviene l’archetipo di un umano dal cordone ombelicale reciso, di un uomo ormai orizzontale e povero di identità storica e sociale.

Però. La proliferazione di questi spazi, a mio avviso, non è un problema in sé; lo diventa quando anche gli ultimi luoghi della identità umana – organizzata ancora secondo la centralità e la verticalità – sono messi in pericolo, vogliono cioè essere riconvertiti ed appiattiti nella unidimensionalità di uno spazio vuoto e povero di senso.

Prima ancora dei contenuti concreti del Centro Storico che verrà, bisognerebbe fermarsi a riflettere su questa dimensione profonda dell’abitare umano, una dimensione che deve essere preservata e custodita, pena non solo un definitivo impoverimento economico e demografico, ma sociale ed esistenziale. Quali interventi, allora, possono avere cura della identità che il centro storico incarna? In che modo possiamo salvaguardare il centro storico se inteso come Bene Comune, come serbatoio di senso condiviso e necessario, fondamento ultimo di noi stessi e della nostra tensione esistenziale?

Riflessioni difficili, certo, che sicuramente non sono facili da tradurre all’interno di un piano politico ed urbanistico di azione ma che, a nostro avviso, devono essere fatte. L’uscita dalla crisi, prima di tutto, non passa attraverso l’incremento del volume di affari o di una crescita sconsiderata ma riguadagnando quella tensione e quella centralità che l’uomo sta dimenticando. Spegnere anche gli ultimi luoghi della nostra immaginazione, di certo, non aiuterà.

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