Adriano Olivetti, “Ai Lavoratori”: manuale per ogni buon imprenditore

“Può l’industria darsi dei fini? Si trovano questi soltanto nell’indice dei profitti? Non vi è al di là del ritmo apparente qualcosa di più affascinante, una destinazione, una vocazione anche nella vita di una fabbrica?”
Leggere oggi queste parole, in un’epoca in cui i lavoratori spesso sono considerati poco più che numeri, meri esecutori, e dove i giovani – categoria quanto mai abusata da questa sorta di politici odierni – sono condannati ad un eterno limbo lavorativo che raramente si concretizza in vera e dignitosa occupazione, ci fa pensare che il tempo storico si sia capovolto. I pensieri, le azioni di Adriano Olivetti sembrano un miraggio, un’utopia, eppure tutto è avvenuto più di mezzo secolo fa, la splendida favola della Olivetti è solo un ricordo del passato, un vanto dell’industria e dell’imprenditoria italiana appartenente alla storia.

“Ai Lavoratori”, pubblicato ad inizio 2013 dalla casa editrice Edizioni di Comunità, è un libricino che raccoglie due discorsi fatti da Adriano Olivetti ai suoi lavoratori negli anni ‘50. Il discorso di Pozzuoli, che fu pronunciato il 23 aprile 1955, in occasione dell’inaugurazione del nuovo stabilimento Olivetti in provincia di Napoli, e il discorso di Ivrea che Olivetti fece il 19 dicembre 1954 in occasione della cerimonia di consegna delle “Spille d’Oro” ai dipendenti con almeno venticinque anni di lavoro in fabbrica.
Dalle parole emerge una visione estremamente moderna e virtuosa del lavoro che va ben oltre il profitto e l’accumulo di capitali da parte dell’impresa. Olivetti teneva sempre bene a mente le necessità dei suoi lavoratori e la loro umanità, agendo in una maniera rivoluzionaria e innovativa rispetto a quello che era il modo di fare impresa dell’epoca. Il sociologo Luciano Gallino nelle pagine di presentazione del testo evidenzia le particolarità e le unicità della visione del lavoro da parte di Adriano Olivetti descrivendo gli spazi lavorativi da lui voluti:

L’architettura della fabbrica di Pozzuoli era studiata, pur rispettando le necessità delle tecniche produttive, come se fosse un edificio di alto pregio residenziale, i reparti pieni di luce, “con vista mare” come è stato detto, attorniati da giardini e fontane; ma certo non a scapito o in cambio di servizi sociali, mense, biblioteche, colonie, che erano identici per qualità ed estensione a quelli di Ivrea.

Olivetti poteva permettersi tutto questo grazie all’elevata qualità e innovazione dei suoi prodotti che a loro volta erano il risultato degli investimenti in Ricerca e Sviluppo e dell’estensione della rete vendita che portava macchine da scrivere, calcolatrici e altri prodotti nei mercati di più di cento Paesi. Da quei ricavi, precisa Luciano Gallino, derivavano per la Società di Ivrea utili rilevanti. I quali però non si trasformavano, come invece avviene ai giorni nostri nella maggior parte delle imprese, in larghi dividendi per gli azionisti, né in compensi per i massimi dirigenti pari a tre o quattrocento volte il salario di un operaio, né in spericolate operazioni finanziarie. Diventavano alti salari, magnifiche architetture, una buona qualità del lavoro, una crescente occupazione, nonché servizi sociali senza paragoni.

La biblioteca dello stabilimento di Ivrea contava 50.000 volumi messi a disposizione degli operai e di tutti i dipendenti, diceva l’ingegnere Olivetti che l’aveva voluta per “educare i giovani alla comprensione dei valori della cultura”; il suo obiettivo, aveva confessato, era quello di accrescere la cultura dei lavoratori.
Ma le attività non si limitavano solo a questo, durante gli orari di lavoro venivano tenuti corsi sulla storia del movimento operaio, organizzati festival cinematografici e mostre di pittura, tanto che intellettuali e personalità di spicco del mondo della cultura, come Moravia e Pasolini tra gli altri, erano soliti partecipare alle iniziative che si tenevano negli stabilimenti Olivetti. L’ingegnere si spinse ancora oltre non considerando la questione della cultura e della bellezza solo come marginale ma rendendo parte attiva dell’azienda gli intellettuali dell’epoca. Alla direzione dell’azienda infatti Olivetti chiamò un critico letterario, scrittori e poeti vedendo nell’arte e nella creatività un valore aggiunto complementare alle classiche figure aziendali che possedevano competenze meramente tecniche.
Adriano Olivetti dimostrò di credere prima di tutto nell’uomo e per questo la fabbrica, come disse durante il discorso ai lavoratori di Pozzuoli, fu concepita alla misura dell’uomo perché questi trovasse nel suo ordinato posto di lavoro uno strumento di riscatto e non un congegno di sofferenza.

Le sue scelte si dimostrarono tanto visionarie quanto efficaci; nel 1959, un anno prima della morte di Adriano Olivetti, le società estere raggiungevano 12.700 dipendenti di cui oltre 5.000 operai, portando il totale dei dipendenti Olivetti a 24.700 unità. Con la morte di Olivetti nel 1960 si interruppe anche il suo sogno e poco a poco l’azienda senza la sua guida si perse.

Nell’Italia di oggi ripensare ad un modello socio-economico come quello voluto e creato da Olivetti sembra inconcepibile; mancano le risorse si potrebbe pensare, ma forse prima ancora di risorse e investimenti mancano semplicemente la volontà e il coraggio.

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