Io e il mio lungo viaggio dall’Afghanistan

Sbarcato a Venezia, respinto per tre volte. Fin quando è riuscito a mettere piede fuori dal porto dopo ore trascorse dentro un camion. Questa è la storia di S., e del suo calvario per arrivare dall’Afghanistan all’Italia, costretto a fuggire per la sua religione e la sua etnia.

La tua famiglia fugge dall’Afghanistan perché il tuo gruppo etnico, hazara, è perseguitato da molti anni, più precisamente da quando nel 1980 salì al trono Emir Abdur Rahman, un re che riservò un particolare disprezzo per il tuo popolo. Il suo fine è quello di controllare il territorio e spaventare alcuni gruppi fastidiosi. Il tuo popolo rappresenta un facile obiettivo a causa del diverso comportamento e del diverso aspetto fisico.
Immagina di vivere in Afghanistan. I tuoi antenati hanno vissuto in questa terra per centinaia d’anni, ma siete sempre stati una minoranza. Siete una minoranza per due motivi, perché la vostra religione è diversa rispetto a quella praticata dalla maggioranza e perché il vostro modo di vedere le cose è diverso rispetto alla maggioranza.
I decenni successivi, coloro che sono sopravvissuti vengono relegati ai più bassi ranghi della società. Il re ha reso molto difficile l’ammissione all’università e ha posto una quota massima nell’esercito oltre la quale non potete andare.
In seguito un gruppo che si fa chiamare “Gli Studenti”, o i Talebani, prenderanno il controllo del paese e dichiareranno dovere di ogni Afghano uccidere chiunque sia un hazara.

Per tutto questo sei costretto ad andare in Iran. Tua madre, tuo fratello e tre sorelle resteranno lì. Tu decidi di partire alla volta dell’Europa.
In Iran un trafficante ti contatta dicendoti se volevi andare in Turchia tramite delle sue conoscenze. Ti dice che il viaggio sarà lungo e che, in base a quello che sei disposto a pagare, avrai più o meno comodità. Se paghi tanto vai a cavallo con un pastore, se paghi poco te la fai tutta a piedi e sono minimo 16 ore di cammino, di notte. Scegli per la via più economica che comunque rappresentava i risparmi di un anno. Una volta arrivato a destinazione devi chiamare il trafficante che, solo a quel punto, ha il diritto di intascare la cifra pattuita.

Una volta arrivato in Turchia ricomincia la solita storia: contatti un trafficante che ti promette di arrivare fino a Istanbul; in base a quanto sganci, te la fai più o meno a piedi o in autobus. Anche qui è stata durissima e comunque pensi sempre che non è finita. Dalla città del Bosforo c’è un altro trafficante che organizza il viaggio fino ad un’isola della Grecia. Anche qui in base ai soldi che hai, cambia il livello. Qualcuno ha i soldi e ottiene un viaggio con uno scafista che guida una barca a motore; altri che hanno pochissimi soldi ottengono un gommone coi remi e fanno il viaggio da soli; a me è capitata una barca a remi con a bordo il trafficante che conduceva. Tutti stipati in questa piccola imbarcazione, ti fai tre ore di viaggio e arrivi in questa isola dove ad accoglierti, purtroppo, ci sono i militari greci che ti “sequestrano” e portano ad Atene, dove vieni messo in un centro che è come un carcere dal quale prima scappi e meglio è. Infatti insieme ad altri, riesci a fuggire e raggiungere Patrasso dove ogni notte partono dei camion con destinazione Italia, un paese di gran lunga messo meglio della Grecia. Dicono che non c’è lavoro per i greci, figuriamoci per gli stranieri e, per di più, tra la popolazione greca sta prendendo piede una forza di estrema destra che ce l’ha a morte con i profughi. Allora ti dici che è meglio raggiungere l’Italia e ti infili abusivamente dentro un camion. Questo è il viaggio più duro; devi stare per ore e ore rannicchiato cercando di non farti scoprire dal camionista. L’obiettivo è quello di mettere piede fuori dal porto di qualsiasi città italiana, in modo che una volta lì hai il diritto di fare richiesta di asilo.
Sei stato scoperto due volte in Italia e in entrambe le occasioni rispedito a casa.
Poi alla terza volta, finalmente, la missione va a buon fine e da lì inizia un’altra vita.

Nel Belpaese vieni accolto in una Comunità per Minori dove ti accudiscono per bene e ti mandano a scuola. Finisci la terza media e ti dici che è importante approfittare di questo tempo per apprendere la lingua italiana al meglio che poi dopo, una volta maggiorenne, devi iniziare a lavorare per spedire soldi a casa. Ti dicono che l’Italia è economicamente messa abbastanza bene, ma soffre la crisi globale e per trovare lavoro devi almeno parlare bene la lingua.
Tutto sommato in Italia si sta bene, è come un paradiso. Il clima, la storia, i monumenti, il calcio (sport che più ami da sempre) sono eccellenti. Altri Paesi europei come Norvegia, Danimarca, Inghilterra stanno meglio economicamente, ma il clima è diverso. Se non ci fosse stata la crisi, l’Italia sarebbe il paese migliore d’Europa.
Qui hai trovato vari lavori: una fabbrica ancora non ha pagato cinque mensilità perché ha fallito, fai il traduttore per un’associazione con sede a Macerata – il GUS, Gruppo Umana Solidarietà- quando c’è qualche afghano che non parla italiano, giochi a calcio con una squadra, hai una casa in affitto dividendo le spese con altri amici.

Tutto sommato non ci si può lamentare anche perché nel Mare ci Sono i Coccodrilli[i].


[i] Nel Mare ci Sono i Coccodrilli è un’espressione rubata al titolo del libro di Fabio Geda ispirato alla storia vera di Enaiatollah Akbari dal quale ho preso ispirazione per l’intervista.

 

 

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