L’Unesco, il deserto e Fabriano. Quando la Cultura si fa Spettacolo.

La nomina di Fabriano città Unesco della creatività (che, come si legge sul sito, lo è specificatamente per la categoria Crafts and Folks Arts http://www.unesco.org/new/en/media-services/in-focus-articles/brazzaville-zahle-krakow-and-fabriano-designated-unesco-creative-cities/) tocca da vicino la mia sensibilità per una moltitudine di motivi, di cui sarebbe molto lungo parlare. Però, almeno un paio li vorrei dire.

Come noto, Fabriano in questi anni è stata il palcoscenico di un evento estremamente partecipato, Poiesis (ora trasformatosi in Poetico) che, anche in periodi di crisi, non ha mai mancato di accogliere artisti ed ospiti di alto livello. È questo festival – ma, soprattutto, grazie all’azione politico-culturale di chi lo organizza – ad aver permesso a Fabriano di ottenere l’ambito titolo dall’Unesco e di imporsi, a livello mondiale, quale cuore pulsante di vita e di spirito. Questo, almeno, sulla carta.

Già, perché la realtà fabrianese oggi racconta di una città umiliata e tradita da un modello di sviluppo che aveva promesso faville perpetue e che, invece, si mostra per quello che è sempre stato e che nessuno – per incapacità o per convenienza – ha mai avuto il coraggio di vedere. La nomina Unesco, per questo, oggi assomiglia ad uno schiaffo dai tratti beffardi, ad una cattedrale nel deserto che serve solo a chi l’ha costruita.

Fabriano, infatti, è stata volutamente congegnata come un deserto culturale con implacabile e matematica precisione: il lavoro di fabbrica era troppo importante per avere delle distrazioni le quali, come si sanno, tolgono incisività alla produttività. Avere la possibilità di pensare diversamente, poi, è estremamente pericoloso laddove la ripetitività del lavoro di catena deve raggiungere la sua sublimazione. Per questo, a mio avviso, è francamente grottesco che oggi la rinascita culturale di Fabriano passi attraverso l’ultimo esponente della famiglia che, essenzialmente, è il responsabile maggiore di quel deserto in cui è precipitata la città. Un deserto, come sappiamo, non solo culturale ma anche economico e sociale.

Ma può la cultura, in generale, ridursi ad evento? Può la politica culturale di una città esaurirsi nell’arco di alcuni giorni per lasciare nel buio più completo tutto ciò che rimane durante l’anno?

Io credo, invece, che la cultura debba essere un cammino di partecipazione, un sentiero di crescita che deve essere perseguito dal basso e non calato dall’altro. Se così non fosse, il cittadino che si incammina su tale strada non avrà certo gli strumenti per orientarsi, non avrà bussole per comprendere davvero ciò che ascolta o ciò che vede, mentre ciò che si propone sul palco non potrà non essere sganciato dalla realtà, mettendosi così al servizio solo della propria autocelebrazione o di quella di chi ha organizzato l’evento.

Una situazione che, a ben guardare, mi sembra paradigmatica dell’Italia dove cultura ormai equivale a spettacolo, a festival; così la cultura, invece che promuovere una maturazione ed una trasformazione del proprio modo di interrogare la realtà in chi ascolta ed in chi parla, produce solo la volontà di esserci e di assistere.

Qui non si tratta di essere snob o demodé: il problema, ovviamente, non sono i festival o i grandi eventi ma il credere che bastino 3 giorni all’anno di eventi per esaurire la vita culturale di una comunità, lasciandola nel buio più completo per gli altri 362 giorni. Una politica culturale che vorrebbe davvero essere attenta all’umano dovrebbe dare gli strumenti ai cittadini per godere in profondità di ciò che ascolta e di ciò che guarda affinché il loro esserci non sia un mero assistere ma un ben più profondo partecipare. Ma nessuno è intenzionato ad un lavoro del genere: una politica di questo genere richiede sforzo e fatica, richiede soprattutto un tempo incompatibile con il cadenzarsi delle elezioni e la presentazione dei propri risultati politici. Come si dice, fa più rumore un albero che cade che una foresta che cresce e per questo sono fiorite ovunque manifestazioni di questo genere: sono molto utili a far splendere la propria immagine mentre la cultura – quella che commuove, che disorienta, che terrorizza, che conforta, che emoziona – rimane sempre più lontana utopia.

Fabriano, come molte altre città, si trasforma in suggestiva location in cui far accadere lo spettacolo e si svuota della propria identità. La città e le sue meraviglie divengono semplice palcoscenico, sfondo di uno spettacolo completamente inutile – se con inutile si intende ciò che dovrebbe essere la cultura – e, proprio per questo, estremamente utile – se con utile pensiamo alle logiche del profitto, dell’auto incensamento letterario e del consenso popolare.

Nonostante tutto, però, la nomina dell’Unesco potrebbe anche essere una concreta possibilità di rivalsa per questa città così ferita; ciò, però, richiede che si abbandoni la prospettiva dello spettacolo e si abbracci la volontà di trasformare quel deserto in un giardino fiorito.

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