L’economia che non ti aspetti: storia di un dottorato di ricerca.

 Via Libera oggi approfondisce il discorso della ricerca nelle Università italiane da una nuova prospettiva: spesso abbiamo analizzato come le materie letterarie ed umanistiche in genere siano i fanalini di coda in un mondo accademico che appare sempre più orientato verso il mercato; cosa ne è, invece, della ricerca in campo economico? Le cose dovrebbero andare meglio, o perlomeno così sembra stando alle notizie provenienti dai maggiori canali di informazione. Almeno nei settori tecnici e scientifici, considerati meglio spendibili nel concreto della vita sociale, la ricerca sembra potersi sviluppare da prospettive più ambiziose . Ma il discorso vale per tutti? Ne parliamo con Annarita Colasante, dottoranda di Economia Politica all’Università Politecnica della Marche di Ancona.

 

Ciao Annarita. Vuoi parlarci in breve della tua ricerca?

Volentieri. Mi occupo di una branca dell’economia chiamata “Economia Comportamentale”:  focalizza sulle motivazioni che spingono le persone a comportarsi in un certo modo nel campo economico. Lo scopo della mia ricerca, a grandi linee, è quello di sovvertire le ipotesi della teoria classica (quelle dell’Ottocento e di Smith, per capirci) che fondavano tutti i modelli economici su questo presupposto: ognuno di noi tende a comportarsi in maniera razionale allo scopo di massimizzare sempre il profitto individuale, senza tener conto delle conseguenze. Il mio lavoro, attraverso l’analisi dei risultati sperimentali, tende invece a dimostrare che le persone si comportano spesso come “reciprocatori”, ossia in maniera altruista verso chi si comporta correttamente con loro.

Parlo da ignorante, ma permettimi un’osservazione: in un settore come l’economia,  in cui si sente parlare solo di profitti e di rendite,  mi sembra una ricerca insolita…

In Italia lo è, all’estero no. Questo tipo di studio, ad esempio, è molto avanti nelle Università tedesche e statunitensi, in cui ci sono le risorse finanziarie e i laboratori all’avanguardia per effettuare esperimenti  significativi. Come dicevo, in questa ricerca abbiamo bisogno di studiare il comportamento delle persone poste davanti ad alcune scelte: affinché il risultato sia veritiero, è ovvio che più gente abbiamo a disposizione, meglio è! Inoltre, bisogna disporre degli strumenti informatici per analizzare poi i risultati finali.

Nel Dipartimento di Economia all’Università di Ancona com’è la situazione?

Ad Ancona, prima che iniziassi io a fare ricerca su questo argomento, non esisteva un laboratorio attrezzato: è stato predisposto grazie all’impegno mio e del mio supervisore, nonostante i numerosi problemi e finanziari e burocratici che l’amministrazione ci ha posto davanti. In particolare, pare che l’Università non abbia fondi per finanziare questo tipo di ricerca: per avviarla, siamo stati costretti ad attingere dai fondi personali di ricerca del mio supervisore.  Inoltre, dal punto di vista burocratico ed organizzativo, abbiamo avuto difficoltà a reperire le autorizzazioni varie per la partecipazione delle persone all’esperimento.

Per la buona riuscita di questi esperimenti, di quante persone parliamo?

Bè, diciamo che un campione rappresentativo dovrebbe essere composto almeno da un centinaio di individui. Ovviamente più i numeri sono grandi, più la ricerca è attendibile. L’ideale sarebbe avere un campione numeroso e variegato, composto da persone di diversa età, estrazione sociale, professione ecc.,  in modo da avere una rappresentazione in scala  della società reale.  Purtroppo, ciò non  è sempre possibile:  per fare gli esperimenti in genere si chiamano soltanto studenti (dunque giovani tra i 19 e i 25 anni circa) perché “costano” meno! Mi spiego: agli universitari spetta un compenso minore rispetto ai lavoratori per la loro partecipazione; inoltre,  fino al tetto complessivo di € 25  la somma è esente da imposte e contributi. Il compenso da pagare ad un lavoratore, invece, sarebbe molto maggiore e comporterebbe l’applicazione delle imposte. In questa situazione, però, il risparmio economico di cui si giova l’Università va a discapito della validità della ricerca.

Pensi che approfondire il discorso dell’economia comportamentale sia importante? Voglio dire: potrebbe contribuire a cambiare la visione delle cose a livello economico e, soprattutto, sociale?

Sì, infatti in molti Paesi le cose stanno già cambiando, tramite la valutazione di altri elementi di ricchezza. Oggi, per misurare il grado di ricchezza di uno Stato nella maggior parte del mondo si fa riferimento al PIL, ossia ad un valore legato alla produzione di beni e servizi.  Eppure, esistono altri indicatori di benessere, come il grado culturale e lo stato di salute dei cittadini, che non vengono presi in considerazioni dai sistemi economici occidentali odierni. L’economia comportamentale, che a sua volta affonda le sue radici nelle teorie dell’economia della felicità, cerca appunto un modello alternativo di vivere la soddisfazione dei bisogni umani, improntato alla ricerca di un benessere generale e totale, non esclusivamente legato ai beni materiali. La sua crescente importanza è testimoniata anche dall’attribuzione del premio nobel per l’Economia nel 2003 a Daniel Kanheman, il più noto economista comportamentale del mondo; questo ha sicuramente contribuito all’accettazione collettiva di questo filone di letteratura.

Ora veniamo al discorso crisi economica: come si inserisce il tuo studio nella drammatica situazione italiana?

Penso che approfondire questo tipo di ricerca possa dare nuova speranza alle persone ed un diverso input al sistema economico. L’attuale crisi dovrebbe aver ormai rivelato una verità scontata: i fondamenti su cui basiamo il nostro sviluppo economico sono fallimentari. Purtroppo in Italia, a causa di una combinazione di fattori, siamo ancora al Paleolitico rispetto ad altri Paesi, più sensibili a queste tematiche:  da un lato qui abbiamo uno scarso numero di Università che hanno mezzi e risorse  per la ricerca (solo 9 Università italiane, ad esempio, dispongono di laboratori ufficiali di economia sperimentale); dall’altro, l’atteggiamento di chiusura e diffidenza del mondo intellettuale: ad esempio, non sono ancora così diffuse le riviste del settore disponibili a pubblicare lavori così estranei alla visione classica dell’economia. Per questo motivo, chi studia l’economia comportamentale si trova di fronte anche le mille difficoltà derivanti dalla scarsità di pubblicazioni a livello nazionale ed internazionale, a discapito della carriera accademica.

Un’ultima domanda: come ti vedi tra cinque anni?

Mi vedo all’estero. Voglio continuare il mio lavoro e, viste le condizioni della ricerca in Italia, penso che mi sposterò in Germania una volta finito il dottorato. Se rimanessi ad Ancona avrei poche speranze di farmi una posizione: alla meglio, riuscirei ad ottenere un assegno di ricerca della durata di 4 anni e rimarrei, quindi, in una costante situazione di precarietà.  Non vorrei andare via, ma sono consapevole che qui non avrei alcuna valida prospettiva futura.

 

Grazie Annarita, in bocca al lupo per il tuo lavoro.

 

Per saperne di più: http://www.oilproject.org/lezione/nascita-dell-economia-sperimentale-5325.html

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