Sulle spese militari. Quali necessità per il nostro Paese?

di Andrea Tonnarelli.

“Ogni cannone, ogni nave da guerra, ogni missile, è in ultima analisi, un furto nei confronti di coloro che soffrono la fame e non vengono nutriti”. Questa frase, letta da qualche parte nel libro di economia politica come paradigma per spiegare la frontiera delle possibilità produttive delle nazioni e pronunciata dal presidente degli Stati Uniti d’America Dwight Eisenhower nel lontano 1953, mi ritorna in mente e mi fornisce lo spunto per fare qualche riflessione sul tema delle spese militari in Italia.
Tema molto dibattuto dall’opinione pubblica sul quale di recente è intervenuto anche il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che, in occasione della recente festa delle Forze Armate tenutasi il 4 novembre scorso,  ha avuto modo di ribadire la necessarietà delle dotazioni indispensabili per il nostro esercito. E in molti gli hanno fatto eco dalle parti del governo sottolineando la crescente importanza delle forze armate per il futuro del paese in tempi come questi in cui “la democrazia e la libertà sono minacciate sempre più da vicino da criminalità organizzata e terrorismo”.

È certo assai semplicistico discutere con leggerezza di disimpegno militare dell’Italia, come ricorda il presidente Napolitano in alcuni passaggi del suo discorso. Ma d’altra parte è ugualmente semplicistico lo smodato ricorso all’aggettivo “necessario” ogni qual volta ci si trova di fronte a opinioni contrarie o dissenzienti su taluni argomenti, quasi a voler far calare un velo di silenzio sulla discussione, che invece dovrebbe essere il sale della democrazia.

E se è vero che le spese militari sono necessarie( e in una certa misura lo sono) , è davvero necessario e indispensabile spendere per il budget delle forme armate circa 13 miliardi di euro nel 2012,cresciuti a 14 nel 2013?

Sommando tutte le voci del reparto militare, tra cui per citarne alcune, quelle per gli acquisti di nuovi equipaggiamenti( i famigerati f-35), per le missioni all’estero e quelle per gli onorari degli altri ufficiali in congedo, un paese che ripudia la guerra, come è il nostro, arriva a sommare una cifra di ben 23 miliardi di euro. Sembrerebbero freddi dati ma la realtà ci dice che in tempi di crisi globale e di tagli drastici a tutti i settori nevralgici per lo sviluppo di un paese, l’unico settore che non solo viene risparmiato dalla scure della spending review, ma anzi sul quale si investe e molto, è quello degli armamenti. Per di più tutta questa corsa al riarmo avviene in un periodo in cui le emergenze, almeno per quello che riguarda il nostro paese, non sono tanto quelle legate alla sicurezza, quanto più le emergenze sociali e economiche.

Tutto questo lascia davvero l’amaro in bocca se si pensa che solamente con qualche minima razionalizzazione delle spese del settore militare, si potrebbero trovare fondi necessari a garantire la ricerca delle nostre università, finanziare la cassa integrazione e permettere un qualche sistema di protezione sociale di base per coloro che versano in situazioni di grave e assoluto bisogno economico. Per non parlare poi di quante risorse potrebbero essere reperite qualora ci si iniziasse a porre in un ottica di un generale ripensamento della nostra organizzazione militare, magari ipotizzando la costituzione di un contingente militare europeo.

Per concludere ripensando alle parole di Eisenhower e a quelle di Napolitano, viene da chiedersi: siamo proprio sicuri che la vere necessità del nostro paese sia investire in armi e non invece in ricerca, welfare e sanità?

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