L’inciviltà del Servizio Civile Nazionale

Si affronta di seguito il caso di alcuni ragazzi stranieri di seconda generazione che sono stati ostacolati “all’ingresso” del Servizio Civile Nazionale.
Ovviamente a noi interessa la “faglia” legal-burocratica che, come in tante altre occasioni, premia alcuni a discapito di altri. Quella dei ragazzi stranieri nati in Italia è una questione cruciale che la politica non vuole affrontare, perché? Perché evidentemente “concedere” la cittadinanza è una misura troppo anti-popolare in un Paese che vede il problema nell’elevato tasso di disoccupazione dei giovani italiani. Riservare i posti per il SCN solo agli italiani Doc si crede sia la soluzione.
Via Libera condivide gli articoli di Fiorella Farinelli del 9 novembre 2013 apparso sul sito d’informazione www.sbilanciamoci.info e quello della Redazione  de IlFattoQuotidiano pubblicato in data 19 Novembre 2013. Il primo, scritto oramai due settimane fa, affronta la questione dello sbarramento del Servizio Civile Nazionale in maniera complessa e ampia. Nell’altro, invece, più recente, appare la notizia dell’ultima ora riguardo la sentenza dei giudici del Tribunale di Milano che sentenziano il SCN come discriminatorio per i giovani stranieri. 

Dal sito ilfattoquotidiano.it si evince che finalmente è arrivata, in data 19 novembre, la nuova pronuncia della sezione Lavoro del Tribunale di Milano (giudice Fabrizio Scarzella) sul bando 2013 che aveva mantenuto lo stesso criterio “discriminatorio nella parte in cui richiede il requisito della cittadinanza italiana” per l’accesso al servizio civile. Secondo il giudice, infatti, deve essere permesso, stando all’articolo 2 della Costituzione, “allo straniero residente in Italia di concorrere al progresso materiale e spirituale della società e all’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale attraverso la sua partecipazione al servizio civile nazionale”. E “in questo contesto – chiarisce il giudice – il servizio civile tende a proporsi come forma spontanea di adempimento del dovere costituzionale di difesa della Patria”. Il giudice ha ordinato, quindi, “all’Ufficio nazionale per il servizio civile presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri” di consentire “l’accesso anche agli stranieri soggiornanti regolarmente in Italia”, che, in sostanza, devono poter aiutare “la patria”.

L’imposizione del requisito della cittadinanza italiana, per i giudici milanesi, è senza alcun dubbio “discriminatoria”, e proprio perché il Servizio civile nazionale, così come è regolamentato, non è ascrivibile a un’attività di “difesa della Patria” ma piuttosto ad attività di “solidarietà sociale” si evince dal sito sbilanciamoci.info. Non è stata seguita la via delle modifiche amministrative, ritenuta troppo impervia anche dal ministro dell’integrazione Cécile Kyenge, e neppure quella legislativa ritenuta dal governo ancora più impervia. Niente di niente, insomma, la solita inconcludenza incapace di grandi riforme, e anche di piccoli passi.

Che dire? Innanzitutto che c’è una enorme confusione, e non da ora, su un Servizio civile nazionale che si è voluto fin dall’inizio volontario invece che obbligatorio, e che viene stiracchiato come un elastico a seconda dei contesti. Come si vede, fra l’altro, dal fatto che ci sia anche il Servizio civile nell’elenco delle opportunità di inserimento sociale e lavorativo che lo Stato, nella versione italiana del programma europeo 2014-2015 “Youth Guarantee” (1,2 miliardi tra fondi europei e nazionali ), si impegna ad offrire ad almeno 204.000 giovani a quattro mesi dall’uscita dal sistema di istruzione. Di che si tratta, allora? È un lavoro, un’occasione formativa, un’attività patriottica, che altro?

Ma il bando di ottobre è soprattutto l’ennesima dimostrazione di una cecità politica insostenibile nei confronti dell’immigrazione e della necessità di una sua migliore integrazione. Di qui a un paio di decenni i figli di genitori stranieri saranno una parte numericamente decisiva, per lo sviluppo economico e civile del paese, della popolazione più giovane. Già oggi degli 800 mila studenti di origine straniera che frequentano le scuole italiane il 44% è nato in Italia e una grande quota è arrivata prima dell’inizio dell’età scolare. Moltissimi di loro non hanno nei fatti altro paese che il nostro, ed è qui che vogliono restare, studiare e lavorare. In questi giorni si è aperta ufficialmente, con una lettera aperta alle famiglie di un gruppo di giovani di Associna, un’interessante discussione sull’importanza di un atteggiamento più aperto delle loro comunità nei confronti della società e della cultura italiana. Sono sempre di più i ragazzi di origine straniera attivi nel volontariato e nell’associazionismo civile.

E noi, lo Stato e la politica italiana, di queste trasformazioni che cosa ne facciamo? Niente, al momento, su un riconoscimento più facile della cittadinanza. Niente sul costoso calvario dei rinnovi dei permessi di soggiorno e del conseguimento di quello di lunga durata. Poco sulla validazione dei titoli di studio conseguiti all’estero. Poco, e con difficoltà, sull’apprendimento della lingua italiana. E ora, nonostante sentenze avverse, c’è perfino la replica del divieto d’accesso alla partecipazione insieme ai coetanei italiani ad attività di aiuto ai più deboli, a lavori utili alla comunità, a una presa di contatto diretta con la realtà sociale ed associativa del paese. Dove si può imparare concretamente ad essere cittadini attivi e responsabili, a praticare la solidarietà, a costruire la coesione sociale. Obiettivo importante per tutti, giovani e adulti, in un paese sempre più povero di intelligenza e di generosità sociale e sempre più frantumato, che dovrebbe consigliare un allargamento del Servizio civile e un sostegno maggiore agli Enti che ne promuovono le attività. Ma tanto più importante per chi di integrazione, intesa come capacità di identificarsi meglio con la comunità, ha più bisogno di altri. O vogliamo che anche qui, attraverso la percezione di una irragionevole disuguaglianza rispetto agli italiani Doc, si accumulino solo rancori, risentimenti, ostilità? Ce ne sono già fin troppi, tra gli stranieri che in Italia imparano subito che il più importante modo per sopravvivere è riuscire ad aggirare le leggi. Gli immigrati sono una “risorsa” dello sviluppo, si proclama a sinistra, ma questo non succede spontaneamente o automaticamente. Non diventa vero se non a determinate condizioni, e per effetto di politiche adeguate. Il resto è retorica, e delle più dannose.

fonti:
www.sbilanciamoci.info.
www.ilfattoquotidiano.it

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