La violenza di genere

di Cristina Borgogna.

Lunedì 25 novembre, in occasione della Giornata Mondiale contro la violenza sulle donne, si è tenuto all’Aula Magna dell’università di Macerata, un seminario sulla violenza di genere: la tematica è stata affrontata secondo un approccio multidisciplinare, grazie alla partecipazione di diverse personalità esperte nel campo che hanno contribuito a costruire una cornice più ampia del fenomeno. Una giornata dedicata alla riflessione, al confronto e all’analisi di tale questione tanto antica quanto paradossalmente attuale in un paese che si dice avanzato: dall’inizio dell’anno sono state uccise 128 donne in Italia mentre una recente ricerca dell’Istat stima che più di un terzo delle cittadine sono state vittime di violenza fisica o sessuale nel corso della vita.

Come ha sottolineato, il presidente della Commissione per le Pari Opportunità, Ninfa Contigiani, occorre rispondere alla violenza di genere con più strumenti, non solo quello del diritto penale. Infatti, a suo avviso, non è l’aumento e la certezza delle pene a migliorare la situazione. Occorre agire più a fondo, partendo dall’approfondimento dell’origine del problema, come aggiunge la dottoressa Laura Pomicino, ricercatrice all’Università di Trieste, ovvero capire quale sia stata la cornice storico – culturale che ha legittimato questo tipo di violenza. Basti pensare che fino al 1975, in Italia, il diritto di famiglia sanciva una sostanziale disparità tra uomo donna. Testimonianza è lo ius corrigendi che dava al marito il diritto di colpire la moglie accusata di aver commesso errori con lo scopo appunto di “correggerla” , o il reato di adulterio a seguito del quale, le donne dovevano scontare una pena detentiva di due anni. Solo l’introduzione del nuovo diritto di famiglia, dopo il 1975, ha abolito la potestà maritale dando pari diritti ai coniugi, sebbene il delitto d’onore , fino al 1981 era ancora in vigore nel nostro ordinamento, il che vuol dire che un uomo che uccideva la moglie, la figlia, la sorella, “nello stato d’ira determinato dall’offesa recata all’onore suo e della sua famiglia”, aveva diritto a tutte le attenuanti e subiva una pena dai tre ai sette anni, ma se la donna avesse ucciso il marito a causa della stessa offesa era condannata all’ergastolo.

La ricercatrice aggiunge che la stessa cultura popolare italiana è intrisa di proverbi simbolo di una subordinazione femminile. Anche la pubblicità abusa della sua immagine e la pone allo stesso livello degli oggetti in vendita. Ed è proprio la concezione di donna oggetto la causa di comportamenti aggressivi da parti di alcuni uomini, che sulla base di questa credenza, sono portati a pensare che quel corpo appartiene loro e possono disporne come vogliono. La questione si aggrava quando i messaggi inconsci lanciati dai mass media sono assorbiti dai più piccoli. Quest’ultimi, spesso non hanno strumenti giusti per criticare e guardare il fenomeno in modo distaccato, tant’è che si è riscontrato nel loro linguaggio usuale, l’utilizzo di termini come baby squillo, escort. “Siamo così imbevuti di questa cultura che non riusciamo più a renderci conto della violenza” sottolinea la dottoressa Pomino “ed è per questo che bisogna sensibilizzare le donne fin da piccole a riconoscerla e a sottrarsene”, imparare a definire soprattutto la violenza psicologica, che a differenza di quella fisica, difficilmente si riesce ad identificare ed è quella che avvilisce di più la donna.

Per finire, la Pomino ha mostrato in aula uno spazio web ideato dall’università degli Studi di Trieste intitolato “No alla violenza” in cui vengono forniti degli strumenti utili per imparare a nominare e individuare i soprusi, comprenderne le conseguenze. Inoltre, ha esposto ai presenti che in caso di bisogno, è previsto l’intervento di un équipe di medici, psicologi e assistenti sociali. Altro esempio di cooperazione tra istituzioni è rappresentato dal Codice Rosa di Grosseto, progetto illustrato durante il seminario, dal medico responsabile Vittoria Doretti: consiste in un percorso di accesso al pronto soccorso riservato a tutte le vittime di violenze, senza distinzione di genere o età. Il codice viene assegnato da personale addestrato a riconoscere segnali, non sempre evidenti, di una violenza subita anche se non dichiarata. Non appena scatta un’emergenza, entra in funzione una task force composta da personale sanitario (medici, infermieri, psicologi) e dalle forze dell’ordine, che si attivano subito per l’individuazione dell’autore della violenza. Scopo principale del progetto è coordinare le diverse istituzioni e competenze, per dare una risposta efficace e tempestiva, già dall’arrivo della vittima al pronto soccorso.

Esempi di cooperazione tra istituzioni che ci giungono da città italiane vicine, rappresentano una buona gestione del problema. Ma, ad oggi, ciò che manca è la prevenzione: le istituzioni infatti, dovrebbero giocare d’anticipo con la stessa coordinazione con cui si stanno mobilitando a seguito dei fatti accaduti, formando le coscienze fin dalla prima infanzia nell’ambito scolastico ma soprattutto nell’ambito familiare. In questa direzione si muove il decreto anti femminicidio, varato lo scorso ottobre: esso prevede infatti un piano antiviolenza con lo stanziamento di 10 milioni di euro per azioni di prevenzione, educazione e formazione. Il Piano dovrà promuovere anche il recupero dei maltrattanti e sensibilizzare i media ad adottare codici di autoregolamentazione per una informazione che rispetti le donne.

Fonti:
http://www2.units.it/noallaviolenza/index.html
http://www.regione.toscana.it/-/codice-rosa

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