#coglioneNo, una personale critica alla mera logica economica

Voi sape’ la procedura? Io i sordi non li caccio e tu nun li becchi!” Diceva così il romanaccio Marchese del Grillo di Alberto Sordi al povero Aronne Piperno, ebanista, che gli portava il “conticino” a lavoro finito. Solo che quello, all’inizio dell’ottocento, era uno scherzo. Oggi invece di lavori pro bono abbonda il cosmo.
La tendenza è ben colta dal Collettivo Zero, che qualche giorno fa ha lanciato sul web la campagna #coglioneNo: una serie di video altamente virali che punta il dito contro lo sfruttamento dei lavori creativi, spesso pagati solo con ‘tanta visibilità’.

Chi riesce a far sorridere parlando di cose fin troppo serie merita senz’altro un plauso: l’ironia, si sa, è un’arma tagliente e ben riesce a dissacrare l’innocentismo di chi dice “per questo progetto non c’è budget”. Distinguiamo: o si tratta di cause sociali, meritevoli di tutela e dunque ottimi oggetti di volontariato, o si tratta di lavoro. E il lavoro, per sua natura chiama il compenso, che solo un ‘budget’ può garantire.
La stessa ironia, però, non evidenzia che a non essere retribuiti non sono solo i lavori creativi (e su questo apriremo una parentesi), ma anche un gran numero di  lavori intellettuali solidi e approvati dai genitori: schiere e schiere di giovani avvocati, commercialisti e via dicendo che vanno ad ingigantire il numero dei “neet” (ne avevamo parlato nel 2012), pur essendo tutto, fuorché inattivi. Qui non è il lavoro che manca, ma la volontà di dare dignità e retribuzione al lavoro dei giovani: il problema, dunque, non è tanto dei creativi, ma degli under 30 in genere, costretti ad una perpetua gavetta, impensabile fino pochi anni fa.

Ma torniamo per un attimo ai cosiddetti lavori creativi oggetto dei video, ossia un mare di grafici, copywriter, art director, social media qualcosa, web content, artisti, lavoratori del web e via dicendo. Le logiche economiche non giocano a loro favore:  essendo in surplus rispetto alle richieste del mercato, il prezzo delle loro prestazioni è inevitabilmente fatto dai committenti. Ma qui il problema è, ancora una volta, di tutti i professionisti giovani, con l’età come colpa e non più vantaggio.
E’ evidente che accettare lavori non pagati porta inevitabilmente ad un livellamento verso il basso tanto dei compensi quanto della qualità delle prestazioni, ma è altrettanto vero (cosa che la campagna di Zero tralascia) che qualcuno che guadagna c’è, e anche con discreta soddisfazione. I pochi professionisti eccellenti, in grado di offrire ai committenti un servizio che porta vantaggi chiari e misurabili, guadagnano e fanno profitto. E se il committente non paga si troverà ben presto un decreto ingiuntivo in posta.

Il lavoro va pagato sempre, su questo non si discute. Ma la vera sfida, almeno nel breve periodo, sta nel coltivare l’eccellenza e, soprattutto, nel riscoprire la convenienza (anche economica) del fare squadra, lavorando in coworking e creando reti professionali.

I video della campagna, dal mio punto di vista, fanno l’effetto delle pubblicità progresso: colpiscono la pancia degli spettatori (l’elevatissima viralità ne è testimone, come ne è indice il popcoglione” piazzato in bell’evidenza) e rassicurano dando l’idea che i soldi risolvano il problema. Ma non basta. Per fortuna le soluzioni sono più complicate e creative (guarda caso!) di così, ma altrettanto percorribili: #coglioneNo, #creativiSI.

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