Perle al PORCELLUM, ovvero come cambiare tutto e lasciarlo come prima

A distanza di pochi giorni dal deposito delle motivazioni della sentenza della Corte Costituzionale, la numero 1 del 2014 (chi ben comincia….), s’impone un’ulteriore  riflessione sulla tanto vituperata ed, allo stesso tempo, tanto cara legge elettorale ormai inesorabilmente stravolta dalla pronuncia della Consulta.

Si tratta del d.P.R. 30 marzo 1957, n.361(per la camera dei deputati) e del decreto legislativo 20 dicembre 1993, n. 533 (per il senato della repubblica), entrambi modificati dal c.d. Porcellum, la legge n. 270 del 2005. La Corte interviene attraverso un’operazione di “taglia e cuci”  eliminando il premio di maggioranza e reintroducendo il voto di preferenza al singolo candidato, così da ricondurre la norma all’interno dei confini costituzionali che, con tanta leggerezza e per molto tempo, erano stati ignorati.

Come mai soltanto ora, dopo anni di polemiche e riforme inattuate, e come mai il Parlamento, formatosi sulla base di una legge illegittima, è ancora nel pieno delle sue funzioni?

La risposta sta nel “funzionamento” della Corte Costituzionale: il Giudice delle leggi può pronunciarsi soltanto se la questione di costituzionalità (il sospetto che una legge violi la costituzione) viene sollevata all’interno di un processo; il giudice competente deve, quindi, introdurre il ricorso davanti alla Corte se ritiene che il dubbio sia fondato e se la legge “incriminata” sia necessaria alla definizione del processo.

Nel caso di specie, infatti, è stato un cittadino elettore, l’Avv. Aldo Bozzi di Milano, che nel 2006 ha deciso di citare in giudizio la Presidenza del Consiglio dei Ministri per accertare la violazione del suo diritto al voto, a suo dire leso dalla riforma del 2005 (il Porcellum, appunto), poichè impossibilitato ad esercitarlo secondo i principi costituzionali. Così facendo, poneva le condizioni giuridiche necessarie per arrivare al giudizio della Consulta. Dopo due gradi di giudizio con esito negativo, finalmente la Cassazione valuta la questione fondata e rilevante, e la introduce davanti alla Corte Costituzionale.

L’esito della pronuncia è una disfatta per i tanti Governi che, a parole, hanno tentato di riformare la legge ed una vittoria per gli elettori che, dal 2006, hanno di fatto votato senza realmente “eleggere”.

I profili di incostituzionalità riguardano, come già accennato, due profili:

1. l’attribuzione di un premio di maggioranza sproporzionato rispetto ai voti effettivamente acquisiti: infatti, il meccanismo premiale garantiva l’attribuzione di seggi aggiuntivi, in misura superiore alla maggioranza assoluta, “a quella lista o coalizione di liste che abbia ottenuto anche un solo voto in più delle altre, e ciò pure nel caso che il numero di voti sia in assoluto molto esiguo, in difetto della previsione di una soglia minima di voti e/o di seggi.” Sicchè, chi otteneva anche un solo voto in più aveva diritto, ad esempio alla Camera dei deputati, ad ottenere 340 seggi su 630. Era evidente, dunque, il contrasto con gli artt. 3 (principio di uguaglianza ), 48 (personalità, uguaglianza e libertà del voto)  e 67 (rappresentatività del Parlamento) della Costituzione.

2. l’impossibilità di esprimere il voto di preferenza:  le norme censurate, non consentivano all’elettore di esprimere alcuna preferenza per il singolo, ma solo di scegliere una lista di partito, cui era rimessa la scelta di tutti i candidati. Ciò rendeva di fatto il voto “indiretto”, poiché l’ultima parola era rimessa ai partiti, in spregio ai principi costituzionali su menzionati: in tal modo, il voto non è né personale né libero, (art. 48) né il parlamentare può considerarsi scelto dal corpo elettorale (art. 67)

La pronuncia di incostituzionalità ha effetti retroattivi, ossia annulla le disposizioni illegittime sin dal momento in cui è entrata in vigore. Ne consegue che, a rigor di logica, l’attuale Parlamento è illegittimo, poiché formatosi su una legge viziata.

Tuttavia, la Corte costituzionale, evidentemente  per scongiurare un “terremoto istituzionale”, ricorre al principio della salvezza dei “rapporti esauriti”: la formazione del Parlamento ormai è compiuta, dunque costituisce un fatto concluso e non più modificabile dalla Corte. Pure essendo illegittimo, dunque, resterà in piedi fino alla scadenza del mandato, anche a salvaguardia del principio della continuità dello Stato. Come a dire: chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato.

Resta inteso che la pronuncia avrà i suoi effetti sulle prossime elezioni, le quali dovranno prevedere un’attribuzione dei seggi proporzionale ai voti ricevuti (salvo interventi infra tempore del legislatore) e la possibilità di esprimere il voto di preferenza.

Ciò che accadrà dunque, hic et nunc, per effetto della pronuncia della Corte, dal punto di vista tecnico è: niente.

Dal punto di vista politico, invece, tutto ciò dovrebbe costituire una potente sveglia per le addormentate coscienze dei nostri  governanti. Se è vero che il Parlamento non può essere “scalzato” da un organo giurisdizionale, quale è la Consulta, è pur vero che le forze politiche in campo, insieme al Presidente della Repubblica, ben potr
ebbero convergere sull’opportunità di scioglimento anticipato della Camere atteso che, quello attualmente in carica, resta sotto tutti i punti di vista un Parlamento illegittimo.

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