Cognome della madre: ancora un’utopia?

Nell’Italia del 2014 le radici della tradizione patriarcale fanno fatica ad essere divelte, come tristemente sanno anche all’estero e come ha avuto modo di constatare la Corte Europea dei Diritti Umani (da non confondere con la Corte di Giustizia dell’Unione Europea, altro organo giurisdizionale sovranazionale competente per le materia UE).

Sulla questione del cognome della madre il Governo, in questi giorni, sta lavorando ad un disegno di legge da presentare al Parlamento: non è né il primo (diverse proposte di riforma, prontamente abortite, si sono avvicendate nelle varie legislature), né, temo, sarà l’ultimo tentativo di modificare il sistema del Codice civile, di romanistica memoria, che attribuisce in automatico il cognome paterno al momento della nascita.  Allo stato delle cose, nemmeno su accordo dei genitori è possibile variare la granitica e “paterna” scelta del legislatore che, autoritativamente, salvaguardia l’unità della famiglia  attraverso la riconduzione della stessa al nome del c.d. capofamiglia. Non soltanto vengono così violati i più elementari principi sul divieto di discriminazione in base al genere, ma anche la libertà degli individui viene soppressa tramite l’impossibilità di scegliere, nell’ambito della vita privata familiare, quale cognome attribuire alla prole.

La possibilità di modificare od aggiungere un secondo cognome al proprio viene, per la verità, prevista dal D.P.R. 13 marzo 2012, n. 54 che prevede, a richiesta dell’interessato, l’instaurazione di una procedura farraginosa e burocratica, culminante con un decreto prefettizio.  L’attribuzione alla nascita, tuttavia, resta regolata dalle norme del Codice civile secondo il meccanismo tradizionale.

In un tale sistema, deve considerarsi scontata la pronuncia della CEDU: non può infatti sorprendere che la Corte, con la sentenza del 7 gennaio 2014, abbia condannato l’Italia per violazione dei diritti umani, segnatamente quelli ricollegati alla parità uomo/donna ed alla libertà di scelta nella sfera privata.

A ben vedere, non è il primo giudice che punta il dito contro il nostro sistema salva- pater familias: la nostra Corte Costituzionale ha già avuto modo di pronunciarsi sul tema ben tre volte, due nel 1988 ed una nel 2006 (Sent. n. 61/2006), affermando in maniera costante il principio secondo cui “l’attuale sistema di attribuzione del cognome è retaggio di una concezione patriarcale della famiglia, la quale affonda le proprie radici nel diritto di famiglia romanistico, e di una tramontata potestà maritale, non più coerente con i principi dell’ordinamento e con il valore costituzionale dell’uguaglianza tra uomo e donna.” Tuttavia, pur riconoscendone l’illegittimità, la Corte non si spinse mai sino alla censura degli articoli del Codice civile interessati: ciò avrebbe comportato un’operazione manipolativa, esorbitante dai poteri di garanzia della Consulta. Le varie opzioni riguardanti le modalità di attribuzione dei cognomi (automatismo o no del doppio cognome, spazio alla libera scelta dei coniugi, ordine nel quale registrare gli eventuali due cognomi, ecc.) fanno capo esclusivamente alla discrezionalità del legislatore, il quale avrebbe dovuto intervenire già all’ epoca conformandosi ai dettami della Corte. Come sappiamo, così non è stato.

Dopo il fallimento della Corte costituzionale, oggi si spera nella forza politica della sentenza della Corte Europea dei diritti dell’Uomo.

Politica, appunto: le sentenze della Corte Europea, cui l’Italia dovrebbe conformarsi in forza dell’adesione alla Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, rimangono spesso inattuate a causa dell’assenza di poteri giuridici coercitivi. Al di là della condanna risarcitoria, di cui si gioverà la coppia italiana che ha vinto il ricorso, in concreto l’Italia potrebbe omettere qualsiasi modifica legislativa senza subire conseguenze.

In ogni caso, l’intervento sul fronte internazionale ha dato una spinto all’attività del Governo che, a distanza di pochi giorni dalla sentenza in questione, ha predisposto un disegno di legge sul tema. Inizialmente accolto con entusiasmo dai costituzionalisti e da quanti, in generale, hanno a cuore l’argomento, a seguito dei recenti “aggiustamenti” l’originario spirito innovatore si è inesorabilmene affievolito: attualmente, la proposta mantiene il meccanismo automatico di attribuzione del cognome del padre; tuttavia, si prevede che su accordo dei coniugi possa registrarsi il cognome materno. La stessa previsione varrebbe anche per le coppie non sposate.

Vale a dire che, se il padre lo concede la madre può trasmettere il suo cognome. In difetto del consenso dell’uomo, tutto resta com’è. Così, infatti, appare il testo predisposto il 10 gennaio scorso: «Il figlio nato da genitori coniugati assume il cognome del padre ovvero, in caso di accordo tra i genitori risultante dalla dichiarazione di nascita, quello della madre». Viene quindi cancellata dal testo l‘opzione del doppio cognome assegnabile alla nascita in via diretta; è evidente, invece, come tale possibilità costituisca in definitiva l’unica soluzione idonea a garantire una reale parità tra i coniugi, nonché il diritto dei discendenti a riconoscersi in entrambe le famiglie di origine.

Se questa sarà la proposta definitiva che approderà in Parlamento,  di certo non potrà dirsi che questo Governo si sia distinto per volontà riformatrice e attenzione alle problematiche di discriminazione sessuale. Nell’attesa di (speriamo!) eventuali modifiche ulteriori in itinere e della discussione parlamentare, non posso trattenermi dal lanciare un invito alla coerenza ai promotori del d.d.l.: preso atto dell’orientamento prevalente in materia di visione familiare e sociale, perché non valutare anche l’opportunità di ripristinare anche la potestà maritale e la dote? E poi, naturalmente, anche una modifica del diritto al voto per le donne.

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