“All Over” e la poesia della boxe: intervista al poeta e scrittore Gabriele Tinti

Oggi Via Libera è con Gabriele Tinti, giovane poeta e scrittore nato a Jesi, autore dei libri New York Shots, Ring: The Means of Illusion, The Way of the Cross, A man e All Over la sua ultima raccolta di poesie pubblicata dalla casa editrice Mimesis Edizioni. I libri di Gabriele Tinti sono stati presentati in Musei come il Queens Museum of Art di NYC, la Triennale di Milano, il MACRO di Roma e il Boston Center for the Arts di Boston.

All Over è stato protagonista della riapertura del Queens Museum of Art di New York lo scorso novembre, dove al suo reading è stato affiancato quello dell’attore Burt Young, con cui Gabriele Tinti ha collaborato nelle sue ultime opere.

F.G. Ciao Gabriele, grazie innanzitutto per averci concesso questa intervista. Partiamo dal tuo ultimo libro All Over, una raccolta di poesie, o meglio di canti epici, dove gli eroi cantati sono i pugili, da te definiti “i soli ancora in grado di stupire profondamente”. Come nasce questo libro?

G.T. All over, pur nella sua brevità, è il frutto di un lungo lavoro di rifacimento e organizzazione di diversi testi che ho scritto nel tempo. Ne è venuta fuori una serie di ritratti funebri, di epigrafi che si sviluppano come tragedie in forma di versi, di lamenti. Trae le proprie ragioni dal dramma più che dalla poesia. I drammi sono reali, vissuti da pugili esistiti. Anche se l’impianto pare essere quello dell’epica tradizionale desunta dal modello Pindarico, l’epica che ne risulta è un’epica transvalutata. A venir cantata infatti  non è la vittoria ma la sconfitta dell’eroe che qui è fragile, isolato, immancabilmente sconfitto. Morto. Cantando la morte quel che sembrava un’epica si rivela invece essere una lunga serie di epigrafi, una poesia sepolcrale.

F.G. Quello che colpisce di All Over è la tragicità delle storie raccontate e l’umanità, quasi sublime, universale, dei suoi protagonisti. Perché hai deciso di raccontare la faccia più drammatica e forse meno conosciuta del pugilato?

G.T. Perché il pugile è un virus, un fattore di distruzione, vivere accanto a loro significa commuoversi  continuamente. Queste mie poesie sono lamenti, andrebbero piante più che lette, come fa Burt Young, che avendo completamente interiorizzato la mia All over, piange, facendolo assolutamente fuor di retorica (video). Le vite dei pugili e le loro opere vanno al di là della poesia e del sentimentalismo. Sono sangue, sincerità, agonia, spasimi. Ci conducono diritti all’unica meditazione che conti: quella sulla morte.

F.G. Tutta la tua produzione letteraria ha per tema la boxe. Da dove viene questa tua passione e come è stato trasformare pugni, schivate e knock-out in versi?

G.T. È stato naturale. I pugni, la danza terribile, il combattimento sono ad alto contenuto poetico. Perché il pugilato è una rappresentazione originaria. Il dispiegamento di una esperienza esistenziale – ogni volta nell’accadere – irripetibile, di una realtà “vera”, di un mondo all’interno del quale non c’è in gioco soltanto il corpo, le sue affezioni, la carne ma anche l’intelletto, lo spirito, la così detta “cultura”. Il pugilato se ne frega di ciò che fonda gli altri linguaggi “d’arte”, del logos detto prima.  È lo spettacolo crudele, fatto di dolore e di amore, d’imprevedibilità e di gravità, di noia e di grandi emozioni. La boxe è uno spazio all’interno del quale confluiscono i nostri sentimenti repressi, le nostre paure, le nostre ansie identitarie. Risponde sempre a tanto, a tutto ciò che sentiamo (crediamo) come essenziale. Perché, al fondo, ci dice che cosa possiamo davvero. E l’uomo non ha altra conoscenza di sé – come bene disse Gilles Deleuze – se non attraverso l’azione che gli altri corpi esercitano su di esso e dalle molteplici combinazioni che ne derivano.

F.G. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare la letteratura ha una relazione molto stretta con la boxe. Virgilio parla di pugilato nell’Eneide e molti grandi scrittori oltre a scriverne hanno praticato tale sport: Ernest Eminghway, Jack London, Charles Bukowski, Norman Mailer, sono alcuni esempi illustri. Secondo te perché scrittori come quelli citati sono stati tanto affascinati da questo sport?

G.T. I pugili con le loro opere (i loro incontri) e le loro vite rappresentano uno dei più autentici spettacoli della sofferenza al quale ci sia concesso assistere. La loro volontà di tragedia è il loro unico desiderio. Tutto questo ha fecondato l’immaginazione e ammirazione degli scrittori.

F.G. Lo scrittore Antonio Franchini ha affermato che “boxe e letteratura sono un’apoteosi della solitudine”; sei d’accordo con questa definizione?

G.T. La letteratura è finzione, rappresentazione, gioco, evocazione nel migliore dei casi. La verità è che noi scrittori invidiamo i pugili, invidiamo ciò che non siamo, che non abbiamo il coraggio di essere. “I pensatori sono quasi tutti finiti bene” diceva Cioran e questo è l’argomento supremo contro la filosofia (e io aggiungerei contro la letteratura in genere). Non si può eludere l’esistenza con delle spiegazioni, con delle parole, si può soltanto subirla, amarla, detestarla. Il pugile è davvero solo ogni volta che, con il proprio corpo si trova di fronte a quello di un altro. Non c’è solitudine da studiolo che possa eguagliare quella d’un pugile.

F.G. Con All Over sei stato uno dei protagonisti della riapertura del Queens Museum di New York lo scorso novembre, e in questi anni le tue opere sono state acquisite dai maggiori musei d’arte contemporanea del mondo, molti dei quali americani. Come sei riuscito ad approcciare queste importanti Istituzioni?

G.T.  Alle mie proposte l’America, il mondo anglosassone in genere, ha risposto sempre con grande entusiasmo. Perché in America non c’è divisione delle arti. I Musei ospitano i poeti e i grandi centri per la poesia (la Chicago Poetry Foundation, Il Tucson Poetry Center, la Poets House di NYC etc…) ospitano gli artisti. Ospitare intendo far fare loro progetti, mostre, readings e tutto quello che serve per rendere vivo uno spazio altrimenti morto. Penso a Kenneth Goldsmith – poeta concettuale americano che scriverà per il mio prossimo libro – al quale hanno affidato la cura di molti eventi al MOMA. Penso a Paolo Javier che è poeta laureato del Queens Museum e che quest’anno ha organizzato lì tanti eventi di altissimo profilo.

F.G. In una recente intervista hai dichiarato che negli Stati Uniti “c’è più professionalità, più vitalità da parte delle Istituzioni e dei privati, e che si trova un’attenzione, un entusiasmo, delle possibilità di veder riconosciuto il proprio lavoro che in Italia difficilmente si trovano […]” È paradossale che un Paese reso grande dall’arte e dalla poesia come il nostro non abbia questa sensibilità; cos’è che sostanzialmente un artista oggi non trova in Italia?

G.T. Posso dire quello che non trova un poeta: dei Musei d’Arte Contemporanea che comincino a comprendere l’importanza della poesia (come disciplina viva e importante nel mondo d’oggi) e dei poeti, accogliendoli nelle loro sale, affidandogli dei progetti, organizzandogli grandi eventi; delle Istituzioni che promuovano i giovani poeti, che organizzino delle residenze internazionali. C’è troppo poco in questo senso per la poesia (invece, devo dire, c’è molto di tutto ciò, anche qui in Italia, per un artista). L’ambiente della poesia in Italia è stantio, vecchio, mummificato, immobile. Coloro che vengono considerati poeti in Italia sono purtroppo cresciuti e promossi da questo ambiente. 

Grazie Gabriele per il tempo che ci hai concesso e complimenti per il tuo lavoro.

Grazie a te Francesco.

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*Photo credits: Howard Schatz

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