Macerata e l’Archeologia in Libia: 45 anni di ricerche dell’ateneo maceratese

Si è conclusa lunedì, con visitatori da tutta la provincia, e non solo, la mostra “Macerata e l’archeologia in Libia”. Per due settimane presso gli Antichi Forni di Macerata sono state esposte fotografie, immagini e ricostruzioni che testimoniano i quarantacinque anni di attività dell’ateneo marchigiano negli scavi archeologici in Libia. Protagonista è il professor Antonino Di Vita, al quale è stato intitolato il “Centro di documentazione e ricerca sull’archeologia dell’Africa settentrionale”, che insieme alla sua équipe di archeologi, studenti, dottorandi, con un lavoro pluridecennale ha riportato alla luce preziosi esemplari dell’arte e dell’architettura romana.

I siti dei ritrovamenti documentati dall’esposizione sono Cirene, Leptis Magna e Sabratha. In quest’ultima, ad esempio, si trovano il Mausoleo punico-ellenico, le tre cosiddette “Tombe dipinte”, e il Teatro Romano, il terzo per dimensioni di tutti gli anfiteatri ancora visibili dell’Africa proconsolare, dopo quelli di Cartagine e Thysdrus. Desta particolare interesse soprattutto l’Area Sacro Funeraria di Sidret el Balik, scoperta per caso mentre si tracciava una strada nella nuova zona abitata della città, nell’inverno tra il 1971 e il 1972. Uno degli affreschi delle sue pareti, un leone, è infatti diventato l’emblema della mostra. Esposte lungo i corridoi degli Antichi Forni non solo splendide foto e panoramiche dei monumenti nell’azzurrissimo cielo libico, ma anche acquarelli, ricostruzioni, e scene di vita quotidiana del professor Di Vita; lo si può osservare all’opera nei siti, ma anche in momenti di riposo, mentre paga un operaio per il lavoro svolto, pranza, o gioca a carte.

Abbiamo intervistato la professoressa Maria Antonietta Rizzo, curatrice della mostra insieme a Gilberto Montali.

“Macerata e l’Archeologia in Libia: 45 anni di ricerche dell’ateneo maceratese”. Così recita il titolo della mostra. Questo progetto è quindi motivo di grande orgoglio per il nostro ateneo. Qual è stato il suo ruolo?

Il progetto ebbe il via nel ‘68, esattamente 45 anni fa, grazie ad Antonino Di Vita, professore di archeologia di Macerata, venuto a mancare nel 2011, il quale, essendo stato consigliere del governo libico di allora, aveva pensato di condurre lì i suoi studenti per degli scavi. Da quel momento le missioni in Libia hanno iniziato a svolgersi annualmente e sono state sempre rispettate da qualsiasi governo, anche nei momenti più difficili del paese, come ad esempio la rivoluzione di Gheddafi, o la cacciata degli italiani, fino alla rivoluzione più recente, del 2011.
Questa grande tolleranza era anche una risposta al fatto che, a partire dal 1911, quando gli italiani che avevano ottenuto la Libia come colonia avevano investito moltissimo in queste imprese, riportando  alla luce queste città imperiali immense.
Macerata, o meglio il professore, ha nello stesso tempo anche un altro grande merito, quello di  aver creato nel nostro ateneo il primo ed unico dottorato di ricerca in Italia sull’Archeologia dell’Africa romana, che ha poi formato ben quattordici archeologi, dodici italiani e due libici.

Di che monumenti si tratta?

Si tratta di interi edifici e monumenti appartenuti alle antiche città romane, alcuni dei quali, come il Mausoleo punico-ellenico di Sabratha, alto 23 metri, è stato completamente rialzato dal suolo, grazie ad un accuratissimo scavo stratigrafico. Inoltre è stato effettuato un lungo e minuzioso restauro delle pitture dell’Area Sacro Funeraria di Sidret el Balik. Pensate che le pareti di questa struttura erano interamente affrescate, ma erano crollate in seguito ad un terremoto nel 365 d.c. Di Vita e tutti i suoi collaboratori sono riusciti a ricomporre i milioni di frammenti e a ricollocare tutte le pitture al loro posto: sono in tutto 180 mq di affreschi, il più importante monumento dell’Africa pittorica romana È stato un lavoro durato trenta anni. È un vero peccato che per il momento non si possa aprire al pubblico: la guerra impedisce qualsiasi forma di turismo.

La domanda seguente riguarda proprio questo: l’­équipe non ha riscontrato nessuna difficoltà o ostacolo, derivante dalla difficile situazione politica, durante i lavori?

Nelle aree archeologiche siamo sempre al sicuro, mentre quando lavoriamo fuori i nostri amici libici vengono sempre con noi, ci fanno da guardia, in modo tale da risolvere qualsiasi problema si possa presentare. Certo, il rischio è sempre insito nelle missioni, non si sa mai cosa potrebbe succedere, ma devo dire che i nostri amici libici ci danno sempre tutto l’aiuto possibile.
La loro riconoscenza nei nostri confronti è grande, per tutto quello che l’università di Macerata ha significato per l’archeologia in Libia. Infatti, in occasione della mostra e dell’inaugurazione del “Centro di documentazione e ricerca sull’archeologia dell’Africa settentrionale”, il presidente del Dipartimento dell’Archeologia libico e il suo vice sono venuti a Macerata, nonostante la difficile situazione interna del paese, per onorare il professor Di Vita. Per loro era un maestro ma anche un padre, e lo hanno voluto omaggiare portando in dono un enorme tappeto di lana di cammello, simbolo dell’artigianato locale.
Le imprese in Libia continuano anche oggi, e le missioni continuano ad essere annuali anche in questi anni di guerra, perché è nostro desiderio mantenere questo rapporto con il mondo libico, che altrimenti resterebbe isolato.

La scelta della Libia e di questo sito in particolare rispetto alla ricchezza del sottosuolo italiano dipende quindi da questa collaborazione avviata dal professore?

Ogni scienziato collabora a progetti internazionali, perché tutti i monumenti sono patrimoni dell’umanità, che si trovino a Pompei o a Leptis Magna, e come tali vanno tutelati. Si è presentata questa occasione di andare in Libia, nata da una esperienza personale di Di Vita, che conosceva i sovraintendenti locali, i quali lo hanno spinto a mantenere i contatti dopo la guerra. Per noi era anche quasi un obbligo morale, perché molti lavori erano stati iniziati e poi lasciati a metà  a causa della guerra. Il nostro era un colonialismo diverso da quello di altre potenze, un colonialismo che non cercava solo materie prime ma che ha lasciato anche moltissime opere pubbliche.

Parliamo adesso nello specifico della mostra: con quale intento nasce?

Nasce prima di tutto con l’esigenza di documentare questo immenso lavoro e  quindi rappresenta uno per uno tutti i monumenti che sono stati restaurati. Sono fotografie di notevole grandezza fatte da un professionista nostro collaboratore che ci ha gentilmente messo a disposizione tutto questo materiale. Ci sono anche tantissimi acquarelli originali degli anni ‘50 e ‘60, poiché  allora, non esistendo i computer, si disegnava tutto a mano, con altissimi livelli tecnici.
Ma con questa mostra si intende anche dare un saggio del materiale custodito nel Centro, nel quale si conservano più di 20 mila fotografie della Libia scavata dagli italiani dal1911 inpoi, resoconti, documenti ufficiali, lettere di esponenti di rilievo della cultura e della storia, come Mussolini, o  Italo Balbo, governatore della Libia negli anni ‘30.
Ci sono infine foto di Di Vita con gli amici libici con cui ha lavorato per tutta una vita.

Le va di raccontarci un aneddoto o una curiosità relativa a qualche foto in particolare?

Il professore ci ha fornito numerosi aneddoti sulla Libia degli anni ’60, una Libia difficile da immaginare per noi occidentali: ci ha raccontato, ad esempio, che non esisteva l’anagrafe e quindi tutti si davano l’età che volevano, che le famiglie compravano le mogli ai propri figli in cambi oro e cammelli. Altri episodi riguardano invece le sue relazioni personali: i suoi collaboratori lo invitavano ai loro matrimoni, perché  per loro avere uno straniero come invitato era un segno di prestigio.

Vorremmo concludere con una sua opinione su quali sono le condizioni attuali della ricerca archeologica in Italia, se si pensa soprattutto alla situazione di Pompei, al degrado e all’abbandono tristemente noti. Quali sono i problemi?

L’Italia è un paese ricchissimo di siti archeologici ma ci sono molte difficoltà nel mantenerli, perché  negli ultimi anni i fondi destinati alla cultura sono sempre meno e questo fa si che a volte non si possono svolgere nemmeno le manutenzioni ordinarie. In queste condizioni il degrado è progressivo, perché non si interviene immediatamente nel momento del bisogno.
Oltre a  questo c’è anche, a volte, l’incapacità di gestire i fondi, come è accaduto a Pompei, che i finanziamenti li aveva ricevuti, e aveva anche delle leggi speciali. Bisogna anche ricordare che  c’è sempre scarso personale addetto alla tutela, e la situazione non si tiene sotto controllo, non solo a Pompei ma anche ad esempio a Cerveteri, Ostia, dove persistono parti pericolanti, chiuse e non visitabili.

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