Ràdeche – puntata 0

Benvenuti in questo nuovo spazio che Via Libera Macerata ha voluto dedicare alle tradizioni popolari della Marca centrale.

Una esigenza che va diffondendosi in maniera sempre più massiccia, quella di guardarsi indietro, di “indagare da dove si viene per cercar d’indovinare dove si va” (per citare la grande scrittrice Caterina Pigorini-Beri (1845 – 1924), parmense ma marchigiana d’adozione) specie tra le ultime generazioni; una esigenza a volte vissuta come seria volontà di ritorno a un rapporto più naturale con la natura, altre volte come una moda passeggera del genere zumba, altre volte infine come reazione a un passato mai vissuto, spesso viene idealizzato in una generica, felice immagine campestre che poco ha a che fare con la vita dura che i nostri progenitori hanno vissuto fino a due generazioni fa.

A questo proposito, per chiarire il punto di vista che questa rubrica avrà, permettetemi di autocitare quanto scrissi lo scorso anno in occasione del primo seminario sul saltarello marchigiano al modo del mio paese, Petriolo di Macerata (del quale è in questi giorni in corso la seconda edizione):
“In un mondo ormai globalizzato, riappropriarsi della propria cultura popolare -come già accade in altre realtà nazionali e internazionali-equivale a riappropriarsi del proprio territorio sia in senso letterale, sia mentalmente.
Perché territorio equivale a identità ed è l’unica cosa veramente nostra.
Il territorio non è solo la terra sotto i nostri piedi ma anche e soprattutto la complessa, antica cultura popolare alla quale tutti noi apparteniamo da sempre.
Riappropriarsi di tutto questo non significa tornare ad aggrapparsi a inutili campanilismi di vecchio stampo ma vuol dire prendere coscienza di essere comunità all’interno di una comunità, agire localmente e pensare globalmente.”

Quindi, di tradizioni popolari della nostra terra qui si andrà parlando.

Tradizioni popolari nell’accezione più ampia del termine, visto che discorreremo di musica popolare così come di storie, storielle e leggende o di lavori nei campi, proporremo video e interviste, scopriremo insieme libri poco conosciuti, ma soprattutto ci occuperemo del rapporto tra le giovani generazioni e la tradizione, di come lentamente si torna ad apprezzare e si cerca di  recuperare il possibile dal nostro passato, seppellendo definitivamente la stupidità di vergognarci di esso.

Questo del ritorno alle radici è un processo irreversibile, che già ha avuto da un po’ di tempo in lungo e in largo in Italia: il primo caso che viene subito alla mente è quello della Pizzica nell’area del Salento, ma basta spostarsi anche molto meno e andare verso la valle dell’Esino dove, attorno alle rassegne dedicate ai canti rituali di questua organizzati da ormai quarant’anni da Gastone Pietrucci, si creano meravigliosi raduni sempre più crescenti di musicisti tradizionali e di appassionati, nuovi e vecchi.

Per chiudere, vorrei spiegare cosa si intende, da qui in avanti in questa rubrica, quando si usa il termine di Marca centrale. Perché non “provincia di Macerata” o “Maceratese”? La Marca centrale è quell’area particolare della nostra regione che gli antichi chiamavano del “cantare alla Maceratese”. È l’area del saltarello marchigiano, che si stende più o meno in direzione nord-sud dalla valle dell’Esino a quella dell’Aso e in direzione est-ovest dalle spiagge dell’Adriatico all’area di Camerino.

Ho scritto “più o meno”, avete letto bene.

I confini netti che vediamo sulle carte geografiche sono delle semplificazioni costate sangue, che oggi diamo per scontate, ma il loro metro non è lo stesso delle aree culturalmente omogenee – se mai si può usare un termine simile in questo contesto.

Per oggi chiudiamo qui.

A presto.

Carlo Natali

 

 

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